Il “caso Formia” e le mafie nel sud pontino

Agli inquirenti che si sono occupati e si occupano del “caso Formia” e del problema della presenza della camorra nella città ed in tutto il sud pontino abbiamo sempre suggerito e continuiamo a suggerire di partire dalle intercettazioni fatte durante l’inchiesta “Formia Connection”, intercettazioni che provano i collegamenti fra soggetti politici e malavitosi.

Perché, se non si parte dalle collusioni fra camorra e politica, si rischia di tagliare il ramo, ma non il tronco marcio.

Politica e camorra, camorra e politica.

La politica dei collusi e quella di coloro che hanno sempre taciuto o tacciono.

E, quando tutte le inchieste saranno concluse e si cominceranno a vedere i risultati, saremo veramente inflessibili nel denunciare le responsabilità.

Oggettive o soggettive, perché sono la stessa cosa.

I tappi stanno per saltare dopo che ormai è acclarato che nel sud pontino e, soprattutto a Formia, i clan ci sono tutti.

Ma proprio tutti, ”vincenti” o “perdenti”, casalesi e non.

Quello che indigna è il silenzio generale e, se qualche volta, qualcuno ha pronunciato qualche parola –ma solo qualche parola, non facendo alcunché di concreto per tentare di frenare l’occupazione mafiosa – lo ha fatto in maniera impropria limitandosi alla narrazione generica, alla lamentazione superficiale senza minimamente apportare un contributo, segnalare un fatto, un soggetto.

Con indignazione abbiamo visto che al convegno organizzato da noi a Formia nel dicembre scorso, convegno al quale hanno partecipato uomini impegnati in prima linea e quotidianamente contro la camorra, non un esponente politico formiano o di altri comuni del sud pontino ha ritenuto di partecipare.

Questo perché i nostri convegni non sono retorici, come normalmente avviene, non “raccontano” la storia delle mafie e basta.

Nei nostri convegni si parla di fatti concreti, del territorio, con qualche nome e cognome (non si possono nominare tutti per ovvie ragioni).

E per questo… ” spaventano” alcuni e danno fastidio ad altri.

Sa, non si sa mai, che salti fuori qualche nome che fa cadere l’edificio.

La verità è che l’antimafia vera non piace, non è gradita.

Piace quella della retorica, che non fa guasti perché parla di cose lontane da noi.

Ma c’è una realtà incontrovertibile e riguarda l’assoluta necessità di ripulire un ambiente.

Ripulirlo dalle incrostazioni di rapporti che si sono andati consolidando negli anni, talché certe cose è bene ignorarle o far finta di non conoscerle.

Per paura, per opportunismo, per interesse.

La conseguenza di tutto ciò è che un tessuto sociale, economico, culturale e, in parte, politico, è ormai devastato e dominato dalle mafie.

Mafie, al plurale.

Perché, oltre ai boss ed ai parenti dei boss presenti sul territorio, c’è ancora dell’altro.

I sodali, i collaborazionisti, gli infiltrati.

Ed i vili che vedono e non parlano, non segnalano, o, tutt’al più, parlano di cose generiche.

Sarà curioso vedere il comportamento di tutti costoro quando, prima o poi, i tappi salteranno.

Di storie delle mafie, di quelle che stanno non sul proprio territorio, in casa propria, ma in Sicilia ed in Calabria.

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