Il boss pentito: «250 villette costruite su una discarica tossica a Giugliano»

Il Corriere della Sera, Domenica 22 Maggio 2016

Il boss pentito: «250 villette costruite  su una discarica tossica a Giugliano»
Napoli, l’inchiesta dopo le rivelazioni: negli anni 80 sversati in una cava di tufo tonnellate di oli esausti provenienti dalla Italsider di Bagnoli e ceneri dell’Enel

di Paolo Coltro

Torna a parlare Nunzio Perrella, il boss d’antan del rione Traiano di Napoli. E subito le sue dichiarazioni sono di nuovo esplosive, l’Antimafia partenopea ha aperto un’indagine su una bomba ecologica fino a ora insospettabile, su una lottizzazione nata da traffici tra clan camorristici e amministrazioni: 250 villette costruite in Comune di Giugliano, a Licola, abitate da inconsapevoli famiglie che si trovano a galleggiare su un mare di rifiuti probabilmente tossici. Negli anni 80 lì, lungo via Madonna del Pantano, c’era una cava di tufo. Dismessa la cava, quasi un destino segnato: vi si sversarono in modo illegale tonnellate e tonnellate di oli esausti provenienti dalla Italsider di Bagnoli e da altri stabilimenti della stessa azienda, e ceneri dell’Enel: tutto smistato abusivamente.

Secondo il collaboratore di giustizia, il clan Mallardo aveva gestito tutta la faccenda. Filippo Micillo, proprietario della cava, si era inserito affidando le costruzioni al geometra Cesare Basile. Si indaga su questo doppio affare: riempire la cava, lucrare sugli smaltimenti abusivi e sulle villette, tutte vendute. E così è andata. Negli anni tra l’84 e l’86 i residui industriali della Italsider sono stati portati per giorni e mesi nell’invaso sotto via Madonna del Pantano, la buca scavata è profonda decine di metri, nessuna impermeabilizzazione, poi si ricopriva tutto con terra di riporto.

Le costruzioni
A due passi sono cresciute 250 villette, due piani da 200 metri quadrati ciascuno, più l’interrato, ben abitate: professionisti, media borghesia, famiglie che hanno regolarmente pagato, centinaia di persone che galleggiano ora sulla illegalità, la corruzione e naturalmente su un mare di olio nascosto. A duecento metri dal «buco» della cava, c’è sempre stata una stazione dei carabinieri. Ma il traffico dei camion e camion che scaricavano illegalmente si confondeva con quello di una fabbrica di calcestruzzo e nessuno (nessuno?) si è accorto di nulla.

Il procuratore aggiunto dell’Antimafia di Napoli, Giuseppe Borrelli, ha incaricato di quest’indagine che sta muovendo i primi passi i sostituti Maria Cristina Ribera e Catello Maresca, che nell’ordine hanno raccolto le prime tre lunghe testimonianze dell’ex boss. Decine di fogli di verbale, documenti, contratti, piantine ma soprattutto un background di relazioni e potere. Nunzio Perrella è praticamente stato preso in consegna dalla Procura, viene scortato da due auto blindate per volta, dorme ogni notte in un luogo diverso. Sul luogo della lottizzazione la Forestale ha fatto discreti sopralluoghi, alle cinque di mattina.

Il «colletto bianco»
La magistratura partenopea punta tutto sulla credibilità di Nunzio Perrella, un boss senza soprannome, un colletto bianco che non ha mai sparato ma ha mosso capitali nel traffico della droga e nell’imprenditoria «pulita» tra gli anni 80 e 90. È stato il primo a capire che il business dei rifiuti era il più lucroso, meglio della droga, delle armi, del contrabbando. Un business sconosciuto alla camorra fino alla fine degli anni ‘80: comincia lui, non solo come camorrista, ma come imprenditore. Arrestato nel ‘92 per droga e armi, Perrella decide di collaborare e svela la complessa ragnatela del traffico di rifiuti: quello lecito che a ogni passaggio diventa sempre più illecito, finendo per ammorbare mezza Campania e, prima e più tardi, mezza Italia. Racconta tutto Perrella, e fa i nomi: dei camorristi, degli industriali, di quelli che non si chiamavano ancora stakeholder, degli amministratori, dei politici. Un «verbale illustrativo», il suo, che avrebbe potuto dare un colpo mortale al business illecito dei rifiuti, dal Nord al Sud e ritorno.

Ne scaturisce un processetto, dopo l’inchiesta Adelphi, che colpisce pochi e poco. Collaboratore di giustizia per vent’anni, inascoltato o quasi, mentre scontava i suoi 14 anni in galera o ai domiciliari, Perrella ha visto continuare tutti i traffici che aveva denunciato, con gli stessi protagonisti lasciati a lungo indisturbati: i casalesi, Gaetano Vassallo, Cipriano Chianese, il gotha napoletano della «munnezza», i mille intrecci di società e personaggi. Perrella oggi torna a essere collaboratore di giustizia mentre si sono materializzati lo scempio della Terra dei fuochi e l’avvelenamento sistematico del Nord.

Oggi la magistratura ha armi più affilate e si muove più convinta. Il primo passo è l’indagine sulla lottizzazione di Giugliano, un chilometro in linea d’aria dalla casa del presidente Anticorruzione Raffaele Cantone, che ha scelto di continuare ad abitare lì. Il secondo passo è un programma ancora top secret ma già deciso: portare Nunzio Perrella in giro per l’Italia a caccia di rifiuti sepolti. Quelli di cui non si sa, o non si è voluto sapere, ancora nulla.


Archivi