Il boss Alim e i bengalesi: “Così ci siamo ripresi la vita nella fabbrica degli schiavi”

La Repubblica, Martedì 11 ottobre 2016

Il boss Alim e i bengalesi: “Così ci siamo ripresi la vita nella fabbrica degli schiavi”
Ecco i verbali, dopo il blitz sullo sfruttamento a Casandrino. Mentre l’università Federico II di Napoli apre le porte ai bengalesi che si sono ribellati, diventando testimoni di giustizia, contro “la connivenza del territorio”

di CONCHITA SANNINO

Si erano insediati in mezzo alle nostre camorre senza dare fastidio. Alimentando grandi e piccoli interessi su vasta scala: note griffe del tessile e modesti affittuari locali. Avevano “importato” nei capannoni tra Casandrino, Grumo e Sant’Antimo la loro organizzazione per l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento nei capannoni: insieme con i banconi enormi da taglio, le cinquanta macchine per cucire, le lunghe e scomode assi da stiro e gli oltre 200 operai-schiavi che cadevano nel tranello. Una malavita tutta made in Bangladesh, che ruotava intorno al padrone 42enne Alim Mohammed Sheikh – da 72 ore in carcere con sua moglie Popy Khatun e altri quattro complici, accusato di associazione per delinquere e intermediaizone illecita di manodopera – ma radicatissima nell’hinterland napoletano. Erano sicuri di passare inosservati e ci erano quasi riusciti. Ma non avevano fatto i conti col coraggio dei “clandestini”. Non avevano contemplato la voce dei loro “fratelli” bengalesi che, come sottolineano i magistrati della Dda e la squadra Mobile, con la loro sete di giustizia ha messo in risalto «la connivenza del territorio, a vari livelli». Nei sequestri eseguiti dalla polizia, dal 2014, confezioni con targhette di “Camomilla”, “Motivi”, “Artigli”.

Da clandestini a testimoni di giustizia
Tre giorni dopo gli arresti di Casandrino, le carte depositate dal pm Maurizio De Marco e dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice, raccontano quell’inferno degli operai attirati nel napoletano con l’inganno. Ieri, quasi alla stessa ora, in Tribunale Alim Sheikh, il padre-padrone, risponde alle domande del gip Laura De Stefano nell’interrogatorio di garanzia; e contemporaneamente la facoltà di Scienze politiche dell’Ateneo federiciano apre letteralmente le sue porte ai ragazzi bengalesi diventati testimoni di giustizia: per una lezione di Diritto internazionale. Arrivano Abdul, Rana, Emdadul e altri, con loro c’è Gianluca Petruzzo dell’associazione “3 febbraio” che è stata la loro spalla e l’unico riferimento con la giustizia, li accolgono i docenti Marco Musella e Pasquale De Sena, e padre Alex Zanotelli con Jamal Qaddorrah delle politiche immigrazione, Cgil Campania. Loro, gli irregolari nella parte dei buoni, hanno ottenuto i “permessi di soggiorno” umanitari perché le rispettive testimonianze consentiranno alla giustizia di fare il loro corso. Sono quindici in tutto: sono stati intimiditi, denunciati, presi a schiaffi, alcuni pestati. Ma non si sono arresi, in questi lunghissimi due anni durante i quali il vasto materiale raccolto dal capo della Mobile, Fausto Lamparelli, ha ottenuto la piena adesione del gip e l’ordinanza di custodia in carcere. È uno dei pochi casi italiani.

Ci picchiava con calci e pugni”
Il traffico cominciava in patria, in Bangladesh: il capo, Alim, pretendeva 10 mila euro dalle rispettive famiglie e prometteva ai “ragazzi” di farli lavorare «per 800-1000 euro al mese nelle sue fabbriche nel napoletano, con annesso permesso di soggiorno». Una volta qui, si spalancava lo schiavismo. Venivano pagati «300 euro al mese», «per 17-18 ore al giorno fino al sabato incluso, e la domenica lavorano dalle 7.30 alle 14 o alle 19». Il permesso di soggiorno non c’era, il passaporto lo sequestrava Alim. E quando gli operai bengalesi entravano nei capannoni, a Casandrino – tutti regolarmente fittati da cittadini italiani che non vedevano e non sapevano – «ci chiudevano da fuori, a chiave». Raccontano tutti la stessa storia, i testimoni Rana Howlader detto Soel, Abdul Malek Mia, Rahaman Mizanzur. Questo: «Se uno stava male durante il lavoro non poteva uscire. Li ho visti percuotere i compagni sul viso se lavoravano con minore intensità». «Un giorno ho visto picchiare il mio compagno Emdadul perché aveva la febbre e non poteva lavorare così velocemente con le macchine». «Un’altra volta un nostro connazionale stava male, lui ha detto che dovevamo morire sulle macchine». È lo schiavismo ai tempi della democrazia web, sofferenze nascoste tra le pieghe della quotidianità che vede gli stranieri come massa a parte, senza distinguere i carcerieri dagli ostaggi, né buoni né cattivi.

Quell’incontro con il Papa
Era il 30 maggio 2015, quando il Papa accoglie i testimoni bengalesi nella Sala Nervi. Loro raccontano tutto, gli consegnano una lettera . Il pontefice forse vede in quei “fratelli”, e nella loro rabbia e battaglia per la giustizia, il coraggio dei semplici. “La vostra parola sia sì sì, no no”. Scriverà il gip, poco dopo: «Non va invero sottaciuta la connivenza di alcuni imprenditori campani che risultano aver presentato le pratiche per il nulla osta relativamente all’ingresso nel territorio italiano di cittadini bengalesi, al fine di impiegarli nelel proprie industrie, ma che sono stati invece trovati a lavorare nelle fabbriche di Alim».

Alim, vuoi che li mando a picchiare?”
Agli atti, un’intercettazione dell’aprile 2014. Un uomo non identificato chiama Alim, “parla di persone che hanno conti in sospeso con Alim e gli chiede che se ne occupi lui facendoli picchiare, in merito aggiunge che ad occuparsene sarà Habab. Alim dice che va bene così e di procedere”.

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