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Il 1° Maggio: la festa dei lavoratori. Parliamo di lavoro: che non c’è, che viene sempre meno. Parliamo di “lavoro nero” da parte delle mafie. E di divisioni sindacali teorizzate da Licio Gelli e dalla P2

Il 1 Maggio parla di lavoro, ed oggi parlare di lavoro è il tema più scottante che si possa cercare di affrontare: lavoro che manca, lavoro precario, lavoro nero, sfruttamento che ritorna a livelli che pensavamo di aver lasciato indietro nel tempo

Sembrano saltati i cardini sui quali avevamo pensato di far poggiare una nuova condizione materiale della classe lavoratrice: una condizione basata su diritti universalistici e sullo Stato Sociale.
Negli anni ’50 le grandi lotte per il lavoro radunavano masse imponenti di operai capaci di esprimere la forza della “classe”, oppure contadini che occupavano le terre del padrone a prezzo di grandi sacrifici e di veri e propri tributi di sangue (Modena. Melissa, Montescaglioso).
Oggi, per difendere il posto di lavoro si sale sui tetti, ci si rinchiude in ex-carceri di sicurezza, mentre attorno a queste manifestazioni si muove tutto quel contesto di sfruttamento intensivo che abbiamo già descritto.
Forse servirebbe, come qualche economista ha scritto, recuperare categorie marxiane che sicuramente conservano una attualità impressionante (così come certe analisi “liberalsocialiste” di stampo keynesiano).
Oggi, però, ci limitiamo a ricordare i passaggi storici fondamentali della storia del Primo Maggio come festa dei lavoratori, allo scopo di conservare una memoria che, forse, potrà servire anche a ricostruire una identità.

Il 1mo Maggio nasce il 20 Luglio 1889, a Parigi.
A lanciare l’idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese che decide l’organizzazione di una grande iniziativa da svolgersi in modo che, simultaneamente, in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno i lavoratori manifestino per la giornata lavorativa di 8 ore.
Si sceglie la data del 1 Maggio: una scelta simbolica, perché tre anni prima, il 1 Maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago era stata repressa nel sangue.
Mano a mano che si avvicina il 1 Maggio 1890 le organizzazione dei lavoratori intensificano l’opera di sensibilizzazione sul significato di quell’appuntamento, mentre monta intanto un clima di tensione, alimentato da voce allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, perché non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere.
Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica, sia per il 1 Maggio che per la domenica successiva, 4 Maggio.
La riuscita del 1 Maggio 1890 costituì una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento (ricordiamo che non esistevano ancora la Cgil ed il Partito Socialista) che, per la prima volta diede vita ad una mobilitazione nazionale, per di più collegata ad un’iniziativa di carattere internazionale.
In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione dei lavoratori.

Un episodio significativo accadde a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa..
“La manifestazione del 1 Maggio – commentò a caldo Antonio Labriola – ha , in ogni caso, superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista”.
Anche negli altri Paesi il 1 maggio ebbe un’ottima riuscita.
Iniziò così la tradizione del 1 Maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si preparò via, via, con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza.
L’obiettivo originale delle otto ore fu messo da parte e lasciò il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerati più impellenti.
Il 1mo Maggio 1898 coincise con la fase più acuta dei “moti per il pane” che investirono tutta l’Italia ed ebbero il loro tragico epilogo a Milano.
Nei primi anni del ‘900 il 1 Maggio si caratterizzò anche per la rivendicazione del suffragio universale e poi per la protesta contro l’impresa libica e contro la partecipazione dell’Italia contro la prima guerra mondiale.

Si discuteva, intanto, sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago, di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta?
Un binomio, questo di festa e di lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori di una e dell’altra caratterizzazione.
Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una “festa ribelle”, me nei fatti il 1 Maggio è l’una e l’altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più di lotta o più di festa.
Il 1 Maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori poterono festeggiare il conseguimento dell’obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.
Nel volgere di due anni, però, la situazione mutò radicalmente: Mussolini arrivò al potere e proibì la celebrazione del 1mo Maggio.

Durante il fascismo la festa del Lavoro fu spostata al 21 Aprile, giorno del cosiddetto “Natale di Roma”; così snaturata essa non disse più nulla ai lavoratori, mentre il 1mo Maggio assume una connotazione quanto mai “sovversiva”, divenendo occasione per esprimere in forme diverse, dal garofano rosso all’occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria, l’opposizione al regime.
All’indomani della Liberazione, il 1 Maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non avevano memoria della festa del lavoro, si ritrovarono insieme nelle piazze d’Italia in un clima di entusiasmo.
Ma perché il Primo Maggio fosse inserito nelle ricorrenze festive riconosciute dallo Stato, si dovette attendere il decreto legge luogotenenziale n.185 del 22 Aprile 1946.

Il tremendo travaglio della seconda guerra mondiale rappresentò la fonte di un generale rinnovamento costituzionale che, alle tradizionali garanzie di libertà, andò progressivamente accomunando (sia pure in maniera diversamente intesa, tra Paese e Paese) le garanzie sociali che avevano cominciato ad apparire, per la prima volta, nella Costituzione di Weimar.
E’ così che in tutte le Costituzioni del dopoguerra si ravvisarono questi elementi nuovi, costanti, caratteristici: il cittadino era considerato anche nella sua qualità di membro di comunità politiche, economiche e sociali o in quanto svolgeva un’attività socialmente rilevante; ed in tali sue specifiche qualità, nuovi diritti gli venivano riconosciuti e nuove garanzie gli furono attribuite.
Soprattutto quel che contò di più fu l’affermarsi del concetto che riconobbe come non potesse esistere una vera democrazia, se non assicurando a tutte le componenti della società ( e ciò valeva, in particolare, per le classi lavoratrici tradizionalmente escluse) l’effettiva partecipazione alla formazione del generale indirizzo politico sostanziale.

Poiché l’avvento di una vera democrazia formale non poteva aversi, se non fossero stati rimossi gli ostacoli che impedivano a larghe aliquote di cittadini, ed in particolare di lavoratori, il pieno godimento dei diritti e delle libertà a tutti in astratto garantite, fu caratteristica delle nuove Carte Costituzionali anche la previsione dell’impegno dello Stato e del legislatore per le riforme sociali, per la redistribuzione dei mezzi di produzione o delle fonti di reddito, per più eque imposizioni fiscali.
In questo contesto va considerata la solenne affermazione dell’articolo 4 della nostra Costituzione sul diritto al lavoro, con un obbligo di grande portata allo Stato legislatore.
Il tema del diritto al lavoro come dovere dei pubblici poteri entrò nell’ordinamento costituzionale e diventò una delle pagine più travagliate nella storia dell’Italia contemporanea: vogliamo ricordarlo oggi, in ricorrenza del 1 Maggio, per respingere l’assalto ai principi fondamentali della nostra Costituzione.

Appena due anni dopo il 1 Maggio fu segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fecero fuoco contro i lavoratori che assistevano al comizio. Vi furono 11 morti ed oltre 50 feriti.
Nel 1948 le piazze diventarono lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, portò alla scissione sindacale.
Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza uniti per celebrare la loro festa: 1970 che rappresentò anche il momento in cui entrò in vigore lo Statuto dei Lavoratori.
Un altro strumento di affermazione dell’identità sociale della classe lavoratrice che, nel tempo, si sta cercando demolire.
Da quel 1970, anno emblematico nel corso del quale si concludeva la grande stagione del “lungo” 68-69 italiano, esperienza segnata dall’incontro tra studenti e classe operaia, molta acqua è passata sotto i ponti: è mutato il rapporto complessivo con il lavoro, come scrivevamo all’inizio salgano paura e precarietà, l’idea della unità sindacale si è vieppiù allontanata.
Concludiamo su questo punto ricordando semplicemente come l’idea di fondo della divisione sindacale rappresentasse uno dei punti fondamentali del cosiddetto “documento di rinascita nazionale” stilato, nel 1975, dalla P2 di Licio Gelli.
Franco Astengo

(Tratto da Aprile online)