I suicidi in divisa sono un tabù di cui nessuno vuole parlare

L’Espresso

I suicidi in divisa sono un tabù di cui nessuno vuole parlare

Sono decine ogni anno i membri delle forze dell’ordine che decidono di farla finita. Ma intorno alle loro storie si crea spesso una coltre di silenzi e omertà. Ora il libro “Il buio sotto la divisa” racconta sei storie di uomini in divisa che hanno scelto di non farcela

di Sara Lucaroni

10 MAGGIO 2021

Nel linguaggio tecnico si chiamano «eventi suicidari». Da gennaio ad aprile se ne contano già 18. Il più anziano aveva 59 anni. Nel 2020 i suicidi sono stati invece cinquantuno: sei nella Guardia di Finanza, quindici tra i Carabinieri, nove agenti della Polizia di Stato, cinque della Polizia locale, sette della Penitenziaria, tre nella Marina Militare, uno nella Capitaneria di Porto, uno nell’Aeronautica, uno nell’Esercito e tre guardie giurate. Nel 2019 l’Osd, l’Osservatorio Suicidi in Divisa, ne ha registrati sessantanove.

L’analisi del fenomeno dei suicidi nelle forze dell’ordine e nelle forze armate va incontro a incongruenze sui dati stessi: le amministrazioni e il ministero degli Interni e il ministero della Difesa non registrano gli eventi avvenuti fuori dalle caserme e dai comandi. Altrettanto incompleti sono quelli raccolti da associazioni private e gruppi sui social come l’autorevole Osd, basati su segnalazioni, ma può avvenire che di alcuni di questi casi non si abbia notizia per volontà della famiglia stessa.

 

Negli ultimi anni il fenomeno è uscito dalla sua nicchia fatta di psicologi e sindacati militari quando le tragedie hanno assunto contorni inusuali o hanno coinvolto altre persone, come nel caso di un femminicidio, o quando sono stati particolarmente drammatici. Ma spenti i riflettori, i suicidi in divisa tornano a popolare convegni, blog, saggi, webinar, osservatori istituzionali, tavoli tecnici per addetti ai lavori e soprattutto a sconvolgere il solo privato di chi vive queste esperienze e di chi la divisa la vive ogni giorno. Il motivo è anche la stessa percezione che i cittadini hanno della divisa: “Chi la indossa non deve avere debolezze”. E a volte, certe derive di questo assunto: “Chi la indossa è un ‘nemico’”. Il “vietato avere debolezze” è una realtà dentro la caserma e il comando: se un agente o un militare ha bisogno di sostegno psicologico, è “pazzo”. È il nodo, culturale e strutturale, di cui si discute da tempo ai tavoli tecnici di Polizia e Interforze ma anche nei sindacati.

Burnout, stress correlato, ma anche mancanza di mezzi, strutture inidonee, carichi di lavoro superiori dovuti alla mancanza di organico, stipendi inadeguati, scarsa collaborazione tra colleghi o situazioni di mobbing e tutte le derive della gerarchizzazione di un ambiente come quello militare si possono sommare a dimensioni private che, come spesso accade nella vita, possono essere estremamente problematiche. Il suicidio non è arginabile, nessuno è in grado di fermarlo: ha a che fare con sfere intime e dimensioni esistenziali su cui nessuno può intervenire. Si può intervenire invece nella dimensione lavorativa di chi indossa la divisa attraverso una “prevenzione” a tre livelli: abbattimento del “tabù” del sostegno psicologico per trasformarlo da “stigma” a routine, potenziare la formazione, eliminare pericolose derive della gerarchizzazione specie in ambito militare. “Nessuno voleva occuparsi di questi ‘caduti senza gloria’. L’argomento era un tabù, una specie di segreto militare”, spiega Cleto Iafrate, membro del direttivo nazionale del Sibas-Finanzieri, ideatore della pagina Facebook dell’Osservatorio e tra i primi studiosi del sindacalismo militare. Sette anni fa, come membro della rappresentanza militare, ha iniziato a studiare il benessere del personale militare.

Renato Scalia è un ex ispettore della Polizia di Stato, per vent’anni alla Digos e per sette alla Dia, oggi è un consulente della Commissione parlamentare antimafia e consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto. Nella sua carriera ha vissuto per cinque volte l’esperienza di avere colleghi morti suicidi. Nel 2012 ha deciso di rassegnare le sue dimissioni, dopo aver militato anche nel sindacato Silp Cgil: “Bisogna mettere da parte il fatto che un poliziotto non possa andare dallo psicologo. Non esiste, lo fanno negli Stati Uniti, è normale anche per molte altre polizie nel mondo. Da noi chi ha problemi di questo tipo è terrorizzato dal fatto che se ne fa menzione o altri lo vengono a sapere gli viene tolta la pistola e subito viene definito pazzo”, spiega. In Polizia gli psicologi sono impegnati in particolare a Roma nella somministrazione dei test nei concorsi, che sono di due tipologie: la valutazione medico-neurologica e quella psico-attitudinale. Su un totale di centodieci questure in Italia, solo undici hanno in organico uno psicologo.

Il secondino e il detenuto

Nell’aprile 2020, a seguito dell’emergenza Covid-19, è partito invece il progetto “Insieme Possiamo”, uno sportello che fornisce supporto anche psicologico online e in presenza. (…) “L’Amministrazione penitenziaria ha istituito un numero verde da chiamare in caso di necessità in forma anonima ma sembra non avere alcun successo – spiega Pasquale Salemme, commissario e Segretario Nazionale del Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. E in ogni regione sono state attivate convenzioni con psicologi e psichiatri a cui il personale può rivolgersi. Ma è nomale che i punti di riferimento dentro un istituto penitenziario siano sempre il comandante e il direttore. Ci sono anche figure esterne come i cappellani, i medici, gli assistenti sociali, gli psicologi con i quali talvolta si può instaurare un rapporto interpersonale”.

Vitantonio Morani era un giovane agente della Polizia Penitenziaria, in organico al carcere di Ranza, nel comune di San Gimignano (Siena). L’amico e collega Guido racconta la loro amicizia, i loro progetti, le difficoltà del mestiere e i suoi ultimi giorni: Vitantonio si uccide con un colpo di pistola nella sua auto il 13 agosto 2018, nel parcheggio del carcere. Era poco più che trentenne.

Lo sbirro, il secondino. Insulti inutili, non esistono gli sbirri e i secondini. A Vitantonio poi la divisa piaceva così tanto che ci si era voluto sposare. Il suo lavoro e il suo amore insieme, nel giorno del matrimonio a Palese, il paesone di lei, nell’area metropolitana di Bari, a nord, verso Bitonto, Giovinazzo e il mare bello di Trani. Lui invece è del quartiere Japigia, a sud. Strade semplici, famiglie perbene. E poi ogni città sul mare ha un’anima lunga, di quelle che conoscono l’umanità e non la giudicano mai. Anche in carcere bisogna essere anime lunghe e non giudicare. L’umanità è come il mare: per quanto le sue regole siano dure, è generosa, ascolta, ci tira sopra una brezza che ti fa respirare. “Lui su tante cose era un po’ giocherellone, questo suo modo di essere se lo portava anche sul lavoro. Io invece sul lavoro sono serio: quello che spetta ai detenuti, se lo possono avere, glielo do, il resto no. E se hai qualche problema chiami i superiori. Io sono un po’ più quadrato. Lui era più giocherellone. E delle volte pure loro, i detenuti, la buttavano sul gioco con lui”. (Estratto dal capitolo: “Chiedimi se sono felice”, la storia di Vitantonio Morani).

Perché i suicidi delle divise

Secondo Iafrate, il numero dei suicidi ha una percentuale fisiologica (la causa sono fattori stressanti tipici del lavoro svolto ma anche problemi di natura personale) e una componente patologica, sintomo di storture del mondo militare e delle forze di polizia. Tra queste, la specificità militare come negazione del principio di legalità: “Se prendiamo i quattro momenti della vita di ogni militare che più di qualsiasi altro incidono sul benessere professionale e personale, il trasferimento di sede, i giudizi annuali caratteristici, le sanzioni disciplinari e le benemerenze di servizio, ci rendiamo conto che in ciascuno di questi momenti la volontà del capo costituisce, e ancor più, sostituisce il principio di legalità”, spiega Iafrate, secondo il quale questi elementi combinati sinergicamente riducono il militare “in docile esecutore di un’altrui volontà alla quale egli è costretto a piegarsi. Se in guerra costituisce un punto di forza, perché è nell’interesse della nazione rendere incontestabili gli ordini ricevuti, in tempo di pace e di democrazia l’interesse all’obbedienza gerarchica non può prevalere sul superiore interesse all’osservanza delle leggi e della Costituzione”.

Santino Tuzi era il brigadiere dell’Arma dei Carabineri che riferì di aver visto entrare nella caserma di Arce, dove prestava servizio, una ragazza che con ogni probabilità era Serena Mollicone, nel giorno della sua scomparsa, il primo giugno 2001 e di non averla vista uscire almeno fino alla fine del suo turno, molte ore dopo. Tuzi muore suicida l’11 aprile 2008, pochi giorni dopo essere stato sentito dai magistrati. Nel 2017 è stata aperta un’ inchiesta per “istigazione al suicidio”, reato contestato ad uno degli imputati al nuovo processo in corso per l’omicidio di Serena. La figlia Maria racconta lo shock del momento in cui viene informata della morte del padre.

Arriviamo. Casa dei miei era piena di carabinieri. Mi parla il colonnello Sparagna, è un uomo molto grande e mi dice: “Lei è la figlia? Guardi, suo padre si è suicidato per amore”. Ma mio padre non l’avrebbe mai fatto. Mai! Il tempo di entrare in casa, mi hanno chiuso dietro il portone e lui mi disse questa cosa. “Ma mio padre è diventato nonno da poco, per come stava bene non avrei mai pensato…”. “Non vi siete accorti”.“Ma mio padre era diventato nonno…”.“No, lei signora forse non lo sa ma un uomo di quasi 60 anni, in prossimità della pensione… ha deciso di cambiare vita e di cambiare famiglia”. “No, ma dopo la nascita di mio figlio non può mai aver preso una decisione del genere, non può cambiare famiglia… non può essere come dice lei”. “Forse non vi siete accorti”. Lui insisteva, io insistevo. È stato come se mi si spegnesse qualcosa dentro. Ho accettato questa cosa e tutto quello che poi hanno fatto. Forse io non avevo capito che mio padre non ci voleva bene. E poi i Carabinieri non possono tradirci e mio padre era uno di loro, un carabiniere. (Estratto dal capitolo: “Mio padre”, la storia di Santino Tuzi)

Il libro

Sei storie, sei uomini divisa la cui morte è raccontata da madri, figli, amici. Un viaggio intimo e doloroso per fare luce su un fenomeno sottaciuto, minimizzato: i suicidi tra le forze dell’ordine e le forze armate. Si intitola “Il buio sotto la divisa. Morti misteriose tra i servitori dello Stato”, pubblicato da Robin Robin Editrice, ed è il libro che nasce dall’omonima inchiesta pubblicata sul nostro settimanale nel luglio 2019. Tra i protagonisti c’è Bruno Fortunato, il poliziotto che arresto’ la brigatista Nadia Desdemona Lioce. Il capitano della Guardia di Finanza Fedele Conti, che arrivo’ a Fondi dopo aver indagato sui “furbetti del quartierino”. Daniele da Col, ispettore della Polizia Municipale, dalla cui vicenda è nata una prime associazioni in Italia che si occupano di mobbing. Santino Tuzi, brigadiere dell’Arma dei Carabinieri la cui testimonia ha riaperto le indagini sulla morte di Serena Mollicone. Un’inchiesta sotto forma di racconto per abbattere la barriera dei numeri e delle statistiche ed entrare nel quotidiano, nelle contraddizioni e nelle difficoltà di chi indossa l’uniforme ogni giorno, perché “la divisa non rende eroi, eroi sono le donne e gli uomini che la indossano. E la loro forza o fragilità è responsabilità di tutti”.

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