L’Espresso
I soldi dei boss vanno in paradiso (fiscale)17 luglio, 2026
Paolo Biondani, Gloria Riva, Leo Sisti
I complici della mafia occultano enormi fortune all’estero usando le stesse strutture offshore che permettono ai ricchi e potenti del mondo di non pagare le tasse. L’inchiesta de L’Espresso con Il consorzio Icij, El Pais e Daraj documenta come è stato nascosto, per 40 anni, il tesoro da oltre 200 milioni sequestrato ai familiari di Giacomo Tamburello, big del narcotraffico legato all’ultimo padrino di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro
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I soldi dei traffici di droga con la mafia si nascondono in mezzo ai no-tax. Tasse zero: è il privilegio più noto della casta internazionale dei super ricchi e potenti che possono collocare le proprie fortune nei piccoli o grandi paradisi fiscali. Usano società estere, le offshore, che sono autorizzate non solo a non pagare imposte, ma anche, per maggior sicurezza, a garantire l’anonimato ai titolari che non vogliano essere identificati. Una schermatura legalizzata da apposite norme di favore: i no-tax sono i padroni del mondo contemporaneo, per loro l’evasione totale è diventata una lecita elusione fiscale. Ma il sistema offshore protegge anche schiere di criminali che hanno la necessità di restare anonimi per non essere arrestati. L’ennesimo, plateale esempio è documentato dalle accuse della Procura di Palermo che a fine maggio hanno riportato in carcere un boss siciliano dei grandi traffici di droga, Giacomo Tamburello: avrebbe nascosto soldi e beni in diversi paradisi fiscali, per più di 200 milioni di euro, gestiti dell’ex moglie Maria Antonina Bruno e dal figlio Luca, finora incensurati e ora inquisiti per riciclaggio, che in una mail a L’Espresso negano di aver mai commesso reati.
Certo è che il loro tesoro di famiglia è rimasto segreto, coperto da diverse sequenze di società estere, per almeno 40 anni. E questo anche se il patriarca Giacomo, classe 1960, è stato arrestato per la prima volta 32 anni fa e poi condannato con cinque successive sentenze definitive, l’ultima nel 2023, per imponenti traffici di stupefacenti organizzati almeno fino al 2017: oltre dieci tonnellate di hashish, soprattutto, ma anche eroina e cocaina. Questa inchiesta de L’Espresso con il consorzio Icij (Usa), El Pais (Spagna) e Daraj (Libano) documenta come è stato possibile nascondere tanta ricchezza nei più rinomati paradisi fiscali, anche europei. È una storia di banche che non fanno domande sulla provenienza dei soldi, di controlli anti-riciclaggio fatti solo sulla carta, di studi professionali che accreditano le versioni dei clienti sulla parola, senza chiedere riscontri documentali, anche quando trattano affari milionari con i familiari di un boss riconosciuto del narcotraffico. E nei rarissimi casi di contestazione, basta cambiare banca o paradiso fiscale. E il tesoro resta al sicuro.
Il caso è amplificato dalla scoperta, confermata dai primi giudici che hanno convalidato l’ordinanza di arresto, che Tamburello era collegato a diversi capimafia di Palermo e avrebbe versato il dieci per cento dei profitti della droga, per anni, a Matteo Messina Denaro, il super boss trapanese della mafia stragista arrestato il 16 gennaio 2023, dopo trent’anni di latitanza, e morto otto mesi più tardi per la malattia che lo aveva costretto a ricoverarsi sotto falso nome in ospedale. L’articolo si basa sulle carte giudiziarie di Palermo, ma anche sugli atti riservati dei paradisi fiscali (sconosciuti ai magistrati) ottenuti dal consorzio Icij con inchieste come Pandora e Panama Papers.
La storia inizia a Campobello di Mazara, feudo storico di Messina Denaro. Qui, negli anni Ottanta, Giacomo Tamburello apre una boutique di abbigliamento. È un commerciante sfortunato, almeno per il fisco: il suo negozio registra solo perdite. Lui non presenta alcuna dichiarazione dei redditi, come farà sempre, perché di ricavi leciti non ne avrà mai. Una vita da nullatenente, con un primo segreto di famiglia: nel 1986, l’anno della prima condanna in tribunale di Tamburello, sua moglie apre una società estera, Strangeways Limited, con base nel paradiso europeo di Gibilterra. All’epoca non esiste ancora il reato di riciclaggio, in Italia la prima legge viene varata nel 1990: è l’effetto delle istruttorie dl Falcone e Borsellino sui tesori esteri di Cosa Nostra.
La Strangeways è una società anonima, ma il legame con la famiglia siciliana emerge già con la successiva indagine che nell’ottobre 1994 porta all’arresto di Tamburello come trafficante di livello superiore, che tratta droga a quintali. Da Gibilterra però nessuno avvisa i magistrati italiani che quella offshore continua a muovere soldi sospetti. Zero segnalazioni anche dopo le sentenze di Milano, che tra il 1997 e il 2000 lo consacrano come re della droga, condannato per aver importato in Italia dalla Spagna, con uno squadrone di camionisti stipendiati in nero, almeno 10.710 chili di hashish.
Per Giacomo Tamburello, secondo quelle sentenze, la prima base estera era stata la Svizzera, dove già nel 1983 lui viaggiava su auto costose con targa elvetica. Forse è solo una coincidenza, ma gli affari di famiglia si spostano a Gibilterra proprio quando i giudici di Palermo iniziano a indagare sulle banche elvetiche. Negli anni Novanta la moglie (con il figlio ancora minorenne) si sposta in Spagna, dove apre la prima di una serie di società immobiliari ora finite sotto sequestro, con il loro patrimonio milionario. Dal 1994, l’anno del primo arresto del marito dopo una lunga latitanza, la signora Tamburello diventa cliente di Gestoria Pascual, una società di consulenze di Marbella, che ne cura gli investimenti per molti anni. Nel 2001, quando Giacomo è in carcere, la moglie si intesta una seconda offshore a Gibilterra, la Tucan Estates Limited, che fa da cassaforte per gli affari immobiliari. Il figlio Luca intanto studia economia bancaria e finanziaria in università prestigiose. Tra il 2001 e il 2002 fa i primi stage in due banche proprio a Gibilterra. Tamburello junior è bravo e fa carriera, trova lavoro a Londra e a New York nei colossi bancari Morgan Stanley e Société Génerale, quindi diventa lo stratega degli affari di famiglia. La madre intanto si separa, almeno formalmente, dal marito detenuto e continua ad aprire conti correnti nelle filiali spagnole di due blasonate banche britanniche, che accolgono i soldi senza fare problemi.
Dopo gli attentati epocali dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti varano leggi emergenziali per tracciare i capitali sospetti in tutto il mondo, da applicare anche nei paradisi fiscali europei, in teoria. Nel febbraio 2002 la tesoreria dei Tamburello si sposta a Panama, dove nasce la società anonima Inversiones Oro Rey. In questo super paradiso fiscale i titolari delle offshore sono coperti dal sistema delle azioni al portatore, per cui restano sconosciuti: proprietario della società è chi possiede quei pezzi di carta, ma il nome non è scritto da nessuna parte. Da quel momento, dunque, il tesoro estero non è più collegabile alla famiglia del narcotrafficante siciliano: appartiene alla misteriosa società panamense. Che può muovere i soldi ovunque, liberamente.
È questa cassaforte panamense a finanziare nel successivo decennio la massa degli investimenti in Spagna, dove i magistrati di Palermo hanno ora ottenuto il sequestro di ville di lusso, appartamenti e negozi sulla Costa del Sol, tra Marbella e Malaga, per un totale finora accertato di 20 proprietà immobiliari. L’attuale responsabile di Gestoria Pascual, interpellato da El Pais e Icij, ha risposto che «i rapporti con la signora sono cessati da anni» ed è impossibile ricostruirli perché «nei nostri archivi non è rimasta alcuna documentazione».
In quegli anni la signora trasferisce la residenza legale ad Andorra, un altro paradiso fiscale della Penisola Iberica, dove apre altri conti bancari intestati a sé stessa e alla società anonima di Panama, di cui si presenta come procuratrice. Protetti da quello scudo offshore, madre e figlio attivano due conti correnti speculari anche a Montecarlo, alla Banque Populaire de la Côte d’Azur: uno è intestato al figlio Luca, l’altro alla società di Panama. Nel Principato di Monaco, secondo l’ordinanza dei giudici di Palermo, avviene un miracolo finanziario: i familiari di Tamburello portano in banca valigie di contanti, che vengono depositati e trasformati in fondi d’investimento, obbligazioni e titoli azionari. Ricchezze legittime, pulite.
Tra il 2005 e il 2008 madre e figlio attivano nuovi conti alla Banca Privada d’Andorra, alimentati con versamenti in contanti e bonifici da Montecarlo. Nel 2015 c’è il primo incidente di percorso: sotto la presidenza Obama l’autorità americana anti-riciclaggio (Fincen) mette al bando la Banca Privada, accusata di aver gestito soldi della criminalità organizzata russa e cinese. Lo scandalo porta alla chiusura dell’istituto. Ma per la famiglia Tamburello non è un problema: i fondi vengono trasferiti in altre due banche di Andorra, tra cui spicca la filiale locale del colosso spagnolo Sabadell. Contattato da El Pais e Icij, un portavoce di Sabadell ha dichiarato che la banca «ha sempre applicato tutte le normative vigenti contro il riciclaggio» e «ha eseguito le dovute verifiche» sui capitali depositati dai clienti, che però «è obbligata a mantenere confidenziali» per motivi legali.
Nello stesso periodo, lo studio legale di Panama che seguiva la Inversiones Oro Rey abbandona l’incarico. Quindi Maria Antonina Bruno contatta Alcogal, un grande gruppo di servizi offshore con base sempre a Panama City. Una funzionaria domanda notizie alla banca di Andorra, che in una mail del 2015 (contenuta nei Pandora Papers) scrive una risposta allarmante: «Questa società non ha un contabile, né un notaio o un avvocato». A quel punto Alcogal richiede alla signora di rivelare l’identità del proprietario della società, ma lei replica che purtroppo le azioni al portatore non si trovano più. Il caso viene risolto con un’auto-certificazione: la cliente stessa dichiara lo «smarrimento» delle azioni e si intesta la società, affermando che i capitali investiti sono frutto di «un’eredità». Non risulta che le sia stata chiesta copia del presunto testamento o dichiarazione di successione.
Ad aiutare la cliente siciliana sono anche due lettere di referenze, una specie di raccomandazione, indirizzate ad Alcogal dalla filiale di Marbella della banca Sabadell e dai consulenti di Gestoria Pascual: «La signora Bruno ha avuto fino ad oggi rapporti d’affari del tutto soddisfacenti con la nostra società, senza alcun incidente. Alcogal, quando l’inchiesta Pandora Papers ha rivelato molte altre offshore collegate all’istituto chiuso per riciclaggio, ha risposto al consorzio Icij che «non aveva alcuna ragione di sospettare che la banca di Andorra potesse avere clienti discutibili».
La società di Panama viene sciolta nel 2019. La tesoreria di famiglia si sposta in un altro paradiso offshore: le isole Cayman, dove già dal 2011 è stata registrata una offshore con un nome che sembra brindare all’Italia: Cinzano Ltd. Il suo esordio è fulminante. Nel giugno di quell’anno Maria Antonina Bruno apre un conto in Lussemburgo, alla banca Bemo, intestato alla Cinzano Ltd. Solo ora, con le intercettazioni autorizzate dai giudici di Palermo, si scopre che la signora nel 2011 aveva trasportato fisicamente 12 chili di lingotti d’oro dalla Svizzera al caveau di quella banca lussemburghese. A rivelarlo al telefono è il figlio Luca, che nel 2025 chiede di trasferire quell’oro nella banca Safra Sarasin del Principato di Monaco. Ne parla con un funzionario, che resta sbalordito: commenta di non aver mai visto nulla del genere, che è una cosa che si vede solo nei film. Per evitare rischi, l’oro viene venduto in Lussemburgo per 2 milioni e 350 mila euro. E il bonifico arriva puntuale sul conto di famiglia a Montecarlo, con altri cinque milioni.
La società delle Cayman gestisce anche il più grande investimento conosciuto della famiglia Tamburello. Nel 2021 la Cinzano Ltd acquista 682.240 azioni, pari al 3,5 per cento del capitale, della Intercontinental Bank of Lebanon (IBL). Il controvalore è di circa 79 milioni di euro. L’investimento colloca i familiari del boss tra i dieci maggiori azionisti dell’istituto di Beirut. La mossa rassicura i consulenti che dovrebbero fare i controlli anti-riciclaggio: questi signori hanno una banca, commentano. La Bemo del Lussemburgo e la IBL del Libano non hanno risposto a nessuna delle domande dei giornalisti di Daraj e Icij.
In questi anni Luca Tamburello è all’apice della carriera. Nel 2020 la sua immobiliare spagnola viene ribattezzata acquisendo il prestigioso marchio del gruppo Berkshire Hathaway Home Service, che fa capo al gigante finanziario controllato dal miliardario americano Warren Buffett. Un portavoce di Berkshire, interpellato da Icij, ha spiegato che il gruppo non ha mai avuto partecipazioni azionarie nella società di Tamburello: «Era solo un franchising, che è cessato già dal dicembre 2024. Il colosso americano precisa che «sta collaborando con le autorità» e «non può essere in alcun modo associato ad attività illecite», commesse da altri.
La prima e unica denuncia alle autorità italiane arriva solo il 18 agosto 2023. Una piccola banca di Andorra (non identificata nell’ordinanza) segnala che la signora Bruno ha un conto con 1,5 milioni di euro, ne ha già trasferiti 5 alle società spagnole e ne ha altri dodici in Lussemburgo. Troppi soldi sospetti. L’indagine parte da lì, ma resta segreta fino all’autunno 2025, quando Luca Tamburello si vede bloccare all’improvviso i conti bancari dal colosso spagnolo Santander. I bonifici vengono respinti, i pagamenti ai fornitori saltano. Un funzionario amico gli confida che la questione è grave. Ma aggiunge che il denaro è ancora suo, per cui può chiudere i conti e spostare tutto in un’altra banca spagnola. Tamburello sceglie Caixa, dove un dipendente gli chiede di compilare il modulo sull’origine dei fondi. Lui dà la stessa risposta della madre: «Un lascito». E la banca non fa obiezioni. Contattato da El Pais, un portavoce del Santander ha dichiarato che il colosso spagnolo ha sempre rispettato le norme contro il riciclaggio e ha confermato che i conti di Luca Tamburello sono stati chiuso «per evitare rischi reputazionali», spiegando di non poter aggiungere altro. La banca Caixa non ha risposto.
Il blocco dei conti al Santander fa entrare nel panico Luca Tamburello, che passa gli ultimi mesi a organizzare, secondo l’accusa, una fuga con i soldi nel paradiso più nero del mondo: Dubai. L’ordinanza d’arresto però scatta prima e blocca la manovra.
Per Michele Riccardi, vicedirettore del centro di ricerca Transcrime dell’Università Cattolica di Milano, intervistato da Icij, l’inchiesta sui gestori dei soldi delle offshore evidenzia «un misto tra complicità, connivenza e totale mancanza di attenzione al problema del riciclaggio. Non mi sono sorpreso nel vedere che ogni giurisdizione è stata utilizzata esattamente per il tipo di vulnerabilità che dimostra di avere». Lo studioso fa anche notare che «per le mafie italiane, la famiglia resta il legame di fiducia più forte».
L’ex moglie di Tamburello e il figlio Luca per ora restano in Spagna, in libertà vigilata, in attesa dell’estradizione, a cui si oppongono. I loro avvocati, Mario Capuano e Carlo Pecoraro, hanno risposto a tutte le domande de L’Espresso, scrivendo che «i beni sequestrati appartengono al dottor Luca Tamburello e alla signora Bruno e sono il frutto dei loro investimenti leciti, operati con successo negli ultimi quarant’anni, senza alcun apporto o contributo proveniente da Giacomo Tamburello». I legali precisano che «la loro scelta di investire all’estero non corrisponde affatto a intenti di occultamento: non hanno schermato i fondi intestandoli a prestanome, ma compaiono personalmente come titolari dei conti, titoli, società e beni». Inoltre, «la signora Bruno si è separata legalmente dal marito dal 2000, ma di fatto aveva chiuso i rapporti già dai primi anni ’90, e anche il figlio ha avuto contatti molto sporadici con il padre». Gli avvocati evidenziano che la stessa ordinanza ha escluso, per loro, l’aggravante mafiosa e che nessuno ha mai ipotizzato un loro coinvolgimento nei traffici di droga del familiare, di cui non sapevano nulla.
Giacomo Tamburello, che non ha risposto a L’Espresso, oggi se la passa peggio di tutti: il tribunale del riesame ha confermato il carcere. Ai tempi d’oro non sapeva più dove mettere i soldi della droga: nelle sentenze sul narcotraffico si legge di pacchi di contanti stipati nelle imbottiture del divano, valigie di denaro caricate sui Tir, muri di banconote nascosti nei tramezzi dietro le pareti. Quando ha subito il nuovo arresto, stava finendo di scontare le vecchie condanne ai domiciliari, in casa a Campobello con la madre. Dichiarava di vivere con la pensione dell’anziana, da mille euro al mese, e i miseri ricavi di un oliveto di famiglia. Nelle intercettazioni però diceva di spendere quattromila euro al mese. E i pentiti di mafia, gli stessi che parlano dei suoi presunti versamenti a Messina Denaro, confermando le intercettazioni sul pizzo sui traffici di droga pagato a un boss potentissimo che si chiama Matteo, testimoniano che prima dell’ultima condanna aveva un tenore di vita da sultano. Di certo, almeno dopo gli arresti domiciliari, chiedere i soldi esteri ai presunti tesorieri di famiglia era troppo rischioso. Ma qualche soldo è rimasto di sicuro anche a lui in Sicilia. Nel settembre 2025 l’ex boss rinchiuso in casa viene intercettato mentre tira fuori da un pouf, in salotto, 5.570 franchi svizzeri. Sono banconote vecchie, ormai fuori corso, ma si possono ancora cambiare in Svizzera. Quindi Giacomo Tamburello ingaggia due coniugi, amici fidati, e li incarica di imbarcarsi sul traghetto Palermo-Genova, attraversare la frontiera e andare in Svizzera per sostituire le banconote scadute con denaro sonante. La corsa si ferma però nel porto di Genova, dove la Guardia di Finanza organizza un finto controllo casuale e sequestra i soldi, dimostrando che nel pouf c’erano davvero.
In attesa dei futuri processi, tutti gli indagati hanno diritto di essere considerati innocenti fino all’eventuale sentenza definitiva di condanna. In questo articolo non è stato possibile virgolettare l’ordinanza dei giudici di Palermo, e tantomeno le intercettazioni, a causa del divieto legale sancito dalla maggioranza di governo con l’ultima legge contro la cronaca giudiziaria.
Fonte:https://lespresso.it/c/inchieste/2026/7/17/droga-offshore-tesoro-giacomo-tamburello/63415