I segreti della ’ndrangheta

I segreti della ’ndrangheta

Servizi, massoneria, rapporti con la mafia siciliana. Dai sequestri di persona e il dialogo con lo stato alle inchieste anni Novanta sul rapporto con la massoneria e la politica. Fino al maxi processo iniziato di recente, istruito dal procuratore Nicola Gratteri. Il viaggio di Domani nelle viscere dell’organizzazione più misteriosa e ramificata nel mondo. Clan che hanno radici antiche, che usano la musica come strumento di propaganda, e costruiscono le relazioni con il potere per affermarsi nel mercato. Una vera holding del crimine, spiega nell’intervista Anna Sergi, professore associato in Criminologia dell’Università dell’Essex

TESTI DI ATTILIO BOLZONI, ENZO CICONTE, ENRICO FIERRO E GIOVANNI TIZIAN, ELABORAZIONE MAPPA FILIPPO TEOLDIPPO TEOLDI

22 febbraio 2021 • 10:00Aggiornato, 22 febbraio 2021 • 18:32

L’onore e il rispetto in questa storia c’entrano poco. Nella saga criminale della ‘ndrangheta si riduce tutto a potere, denaro, convenienza, doppiogiochismo, trattative, infedeltà nei confronti dello stato. E segreti, molti segreti, ben custoditi. 

L’inchiesta realizzata da Domani prova a ricostruire l’origine del sistema, nella sua essenza folkloristica, con un commento sulla musica firmato dallo storico Enzo Ciconte, e nella sua dimensione relazionale con chi governa i territori, con il mercato, con la politica (lo spiega nella prima parte Enrico Fierro) e con le altre mafie, come spiega nel terzo capitolo Attilio Bolzoni. 

Ndrangheta come sistema di relazioni, di scambio, favori e clientela. Tutto questo inizia molto tempo fa: all’epoca in cui l’incubo peggiore dell’Italia era diventata la famigerata Anonima sequestri. Un qualcosa di indistinto, che in realtà era molto visibile e affatto anonima per chi in Calabria viveva e lavorava. 

Da allora nascono rapporti (vedi capitolo 1 a firma di Giovanni Tizian) e maturano garanzie utili in futuro ai clan che dalla regione più povera d’Italia hanno conquistato il mondo: dall’Australia, al Canada, Germania, Olanda e via dicendo. 

CAPITOLO 1

L’ANTICO COMPROMESSO

La mafia calabrese è complessa a tal punto che persino il nome che la identifica risulta ostico da pronunciare: ’ndrangheta. Dal greco «valoroso», per intendere gli uomini valorosi, coraggiosi, immuni dalle umane paure. Solo la pronuncia comporta uno studio approfondito, figuriamoci il resto: l’organigramma, la struttura, i riti, la storia, il lessico e i linguaggi non verbali con i quali i padrini dai tempi antichi comunicano tra di loro. 

Questa complessità ha permesso alla ‘ndrangheta un alto grado di impermeabilità, come se avesse una muraglia difensiva dagli attacchi esterni. Corazza costituita anche dai vincoli familiari caratteristici di ogni singolo clan dell’organizzazione. 

Tuttavia non è solo questa amalgama di tradizioni, consanguineità e omertà interna ad avere garantito alla mafia calabrese una lunga vita nel potere italiano. Piuttosto sono le relazioni con gli esterni, i complici non affiliati, protagonisti o semplici frequentatori dell’ambiente politico, di quello imprenditoriale, finanziario, professionale. «La vera forza delle mafie sta fuori dalle mafie stesse», ripete spesso il professore Nadno Dalla Chiesa, sociologo esperto di crimine organizzato e figlio del generale ucciso da Cosa nostra. 

Cosa voglia dire questa forza esterna è scritto in centinaia di faldoni processuali su cosche e appalti, su mafia e politica, su clan e massoneria. A questa trilogia va aggiunto un capitolo quarto, poco esplorato: la sinergia con apparati marci dello stato, i servizi segreti. 

SPIE E PADRINI

«Rapporti storici consolidati tra i vertici della ‘ndrangheta reggina e personale di primo livello di servizi segreti», la conferma di questo intreccio è nelle parole dal magistrato Stefano Musolino durante un’udienza del processo Gotha, uno dei dibattimenti centrati proprio sulle collusioni dei clan con entità esterne, dalle logge massoniche agli intrecci con i servitori infedeli dello stato. 

C’è un momento preciso in cui nascono queste interlocuzioni tra stato e ‘ndrangheta: gli anni dei sequestri di persona. In particolare, secondo alcuni collaboratori di giustizia, tra gli anni Ottanta e Novanta.

Un documento, letto da Domani, rivela un fatto sul quale la procura antimafia di Reggio Calabria sta cercando di fare luce. Si tratta di un verbale di interrogatorio di Nicola Femia, considerato «uomo di Vincenzo Mazzaferro», vecchio padrino appartenente al gotha della mafia calabrese. 

Mazzaferro, si legge nelle carte, è stato fatto uscire dal carcere perché partecipasse a una trattativa con uomini dello Stato, di cui Femia fa nomi e cognomi, uno coperto da omissis, l’altro no: quest’ultimo secondo il racconto del pentito è il questore, scomparso due anni fa, Vincenzo Speranza, all’epoca dei sequestri dirigente della squadra mobile della città dello Stretto. Tra le sue vittore nel curriculum la liberazione dopo 29 giorni della giovane bresciana Roberta Ghidini, rapita dalla cosca Ierinò di Gioiosa Jonica.

«COSE DELICATE»

Ierinò è il cognome che ritorna anche nel racconto di Femia. Mazzaferro e uomini delle istituzioni, dunque, si muovono per liberare l’ostaggio in mano al clan Ierinò, non è chiaro da quel che dice Femia se si tratti dell’ostaggio Ghidini o un di un altro. 

«Sono cose delicate», dice all’improvviso il pentito, «perché sono uomini di legge». Il pm Musolino prova a riassumere: «Quindi questi si muovono per liberare l’ostaggio… per trovare qualcuno che possa mediare con Ierinò». Femia aggiunge: «Si muovono con i soldi…e hanno trovato Mazzaferro». L’incredibile retroscena il pentito l’ha saputo direttamente dal suo maestro don Vincenzo Mazzaferro. 

Nel corso dell’interrogatorio Fermia indica ulteriori piste, come quella che porta a un maresciallo dei servizi segreti legato al vecchio padrino. Spiega anche che Mazzaferro, una volta conclusa la trattativa e la mediazione per risolvere il rapimento, non è tornato in carcere.

Sempre secondo Femia uno degli uomini più vicini al capo mafia, ormai passato a miglior vita, era un confidente dei servizi: tale Isidoro, che «teneva i contatti» con gli agenti segreti per conto del mammasantissima della ‘ndrangheta di Gioiosa. 

TRADIMENTO DI STATO

Il business dei sequestri di persona rendeva molto, ogni rapito poteva fruttare fino a 5 miliardi di lire. Ma era troppo rischioso. Per questo i clan avevano fatto un accordo: «La gran parte delle famiglie che si occupavano di rapimenti si erano buttate nell’affare della droga, preferivano concentrarsi su questo», è in sintesi la spiegazione di Femia. Il capitale per investire in tonnellate di eroina e cocaina veniva dai riscatti miliardari del periodo rapimenti.

Tuttavia il cambio di schema non è piaciuto a qualcuno: «I capi che hanno fatto l’accordo dopo poco sono morti tutti, Mazzaferro, Nirta, Cataldo», aggiunge il collaboratore, paventando l’ipotesi che siano stati fatti fuori per la loro decisione di tagliare con l’Anonima sequestri.

Dunque, chiede il magistrato, «non sia timoroso, a chi non è stato bene smettere con i sequestri?». «A personaggi che lavorano con i servizi, ma non so chi», dice alla fine dopo qualche titubanza Femia, che aggiunge: «I servizi ci mangiavano con i sequestri, se arrivavano 5 miliardi, 2 se li prendevano loro». 

Parole che pesano come macigni, che al momento restano però solo ipotesi. Utili, di certo, a decifrare la genesi di relazioni con le istituzioni che ancora oggi sono la linfa vitale della ‘ndrangheta. Erano anni bui in cui l’esercito aveva invaso le strade della Locride, dell’Aspromonte e di tutta la provincia di Reggio Calabria, per liberare ostaggi e mostrare al paese che stava facendo qualcosa di buono contro l’Anonima sequestri, che in realtà tanto anonima non era.

In quegli stessi anni, però, pezzi di stato e potere criminale hanno dialogato. Interlocuzioni che, come racconta Femia, hanno portato fuori dal carcere un pezzo da novanta del calibro di Mazzaferro.

Quei dialoghi, quelle interlocuzioni, non hanno fatto altro che legittimare l’organizzazione mafiosa. Con il risultato paradossale di rafforzarla. E questo avveniva mentre si annunciava ogni sera nei telegiornali che il governo era in prima linea per combattera la mafia in Calabria. 

CAPITOLO 2

SEGRETI, POLITICA E MASSONI

Quando si parla di ‘ndrangheta tutto è maxi. Il sequestro di droga, quello di capitali e beni, la retata di boss e picciotti, l’inchiesta, il processo. E non da oggi, dove tutto viene amplificato dai social e dalla tv. Esaltato dalle fiction e dal cinema. La tendenza è antica. Se colpisce, per numero di imputati e ampiezza delle indagini, il processo che si sta svolgendo a Lamezia Terme, quello generato dall’inchiesta “Rinascita-Scott” della direzione distrettuale antimafia diretta da Nicola Gratteri, uno sguardo alla fine dell’Ottocento ci consente di capire come già agli albori dell’Unità d’Italia, le cose non andassero poi tanto diversamente.

Enzo Ciconte, autore di ‘Ndrangheta dall’Unità ad oggi, pubblicato per Laterza nel 1992, ha ricostruito la storia dei grandi processi di quegli anni in Calabria. «L’ultimo decennio dell’Ottocento vide alla sbarra un numero di imputati davvero impressionante per l’epoca. Nel 1892 furono rinviate a giudizio 219 persone provenienti in gran parte da Palmi, Melicuccà, Sinopoli, Arena, Polistena, Rosarno, Bellantoni. Nel 1896 un centinaio di persone, imputate degli stessi reati, furono processate in tre distinti processi, due a Reggio Calabria e uno a Castrovillari; nel 1900 presso il tribunale di Palmi si videro sfilare 500 uomini e giovanotti coinvolti in un’unica inchiesta; un anno dopo furono 317 i denunciati, molti originari di Radicena, l’odierna Taurianova, altri dei comuni vicini. Questi che possiamo chiamare maxi-processi non attiravano l’attenzione di quella che oggi potremmo definire società civile o la riflessione degli intellettuali; sembrava fosse un affare solo di guardie e di ladri. E questa convinzione avrà una lunga durata e un peso enorme, del tutto negativo, sulla comprensione del fenomeno».

Ciconte ha perfettamente ragione quando parla dell’enorme ritardo nella comprensione della pericolosità della ‘ndrangheta, durata dal secondo dopoguerra fino a buona parte degli anni Ottanta del Novecento, anche grazie alle sottovalutazioni della magistratura calabrese. Ma c’è un dato che colpisce, ed è la resistenza della ‘ndrangheta a inchieste, condanne e sequestro di beni. Se si sfogliano i faldoni ingialliti di fine Ottocento, si leggono gli stessi cognomi delle “famiglie” che leggiamo nei processi di oggi. Identica in massima parte, è anche la mappa dei luoghi del loro dominio. È come se la ‘ndrangheta avesse una straordinaria capacità di riprodursi nei secoli, di conservare la struttura familiare (il nucleo fondante dell’organizzazione) per proiettarla nel futuro, come quelle dinastie reali che si difendono dalle “offese” del tempo e della storia.

La lettura di alcuni passaggi della relazione della Commissione antimafia del 2008, Presidente Francesco Forgione, ci aiuta a capire perché. «Per lungo tempo la ‘ndrangheta è stata sottovalutata, quando non addirittura ignorata dagli studiosi dei fenomeni criminali organizzati. Per lungo tempo è stata letta come una folkloristica, ancorché sanguinaria, filiazione della mafia siciliana. Per lungo tempo è stata considerata un fenomeno criminale pericoloso ma primitivo».

Vecchio e nuovo si fondono nella struttura della mafia calabrese. «La ‘ndrangheta affronta le sfide della globalizzazione con una modernissima utilizzazione di antichi schemi, con una combinazione di strutture familiari arcaiche e di un’organizzazione reticolare, modulare o per usare l’espressione di un grande studioso della modernità e della post modernità, Zygmunt Bauman – liquida.

È un’organizzazione mafiosa che trova il modo di affrontare le sfide e i cambiamenti imposti dalla modernità globale, nel modo più sorprendente e inatteso: rimanere uguale a se stessa. In Calabria come nel resto del mondo…Il segreto per la ‘ndrangheta è questo. Tutto nella tensione fra un qui remoto e rurale e arcaico e un altrove globalizzato, postmoderno e tecnologico. Tutto nella dialettica fra la dimensione familiare del nucleo di base, e la diffusione mondiale della rete operativa. La ‘ndrangheta, insomma, da corpo separato, si trasforma in componente della società civile, in potente lobby economica, imprenditoriale, politica, elettorale. Da allora diventa l’interlocutore imprescindibile, il convitato di pietra, di ogni affare, investimento, programma di opere pubbliche avviato sia a livello regionale che centrale, ma anche di ogni consultazione elettorale, amministrativa e politica».

RINASCITA

Ed è proprio questo il cuore dell’indagine “Rinascita-Scott” della procura di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri, il connubio strettissimo fra la ‘ndrangheta e tutti gli altri poteri. Dallo Stato alle istituzioni elettive, dalla massoneria, ufficiale e coperta, fino al deep state. I numeri dell’inchiesta, scattata all’alba del 19 dicembre 2019, sono impressionanti: 414 i soggetti coinvolti, 334 le ordinanze di custodia cautelare notificate in tutta Italia da 2500 carabinieri, oltre 15 milioni di beni sequestrati. E polemiche nelle ore immediatamente successive al blitz e nei mesi successivi.

Non piacciono le parole che il procuratore Gratteri pronuncia subito dopo gli arresti: «Oggi è una giornata storica giunta a conclusione di una indagine nata il giorno del mio insediamento che corona uno dei sogni che avevo, smontare la Calabria come un treno della Lego e rimontarlo piano piano». I 203 arresti annullati, da Gip, Tribunale della Libertà e Cassazione, hanno dato fiato alle trombe di chi accusa Gratteri di essere un magistrato dalle manette facili. Il processo, che è alle prime battute nell’aula bunker costruita appositamente nell’area industriale di Lamezia Terme, dirà se l’impianto accusatorio è valido. Quello che per il momento ci interessa e colpisce è il “contesto” che viene fuori dalle migliaia di pagine dell’inchiesta. Quell’intreccio di rapporti tra boss e società civile (medici, rettori universitari, alti gradi delle forze dell’ordine, pezzi di magistratura e avvocatura, massonerie, pezzi di economia) che è il cappio che rischia di strozzare l’Italia intera.

Protagonista dell’inchiesta è Luigi Mancuso, classe 1954, vent’anni di galera e altri di “latitanza volontaria”, capo della potente cosca di Limbadi, boss ammesso nei piani alti della ‘ndrangheta calabrese. Chi gli è più vicino lo chiama “lo zio”, gli altri “Il Supremo”, per il rispetto che si deve ai chi è ai vertici della consorteria mafiosa.

Luigi, infatti, è “crimine” (un capo indiscusso) della provincia di Vibo Valentia, e in quanto tale riconosciuto dalle altre “famiglie” della ‘ndrangheta calabrese e ammesso “alla Montagna”, ai vertici che si tengono annualmente al santuario di Polsi, San Luca.

Qui opera il “Capo Crimine”, non un boss dei boss, ma, come spiega nel 2018 il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura: «una persona anziana, saggia, soggetto che gode di rispetto da parte degli altri locali di ‘ndrangheta, che custodisce le regole comuni e dirime le controversie tra le famiglie». Per uno degli arrestati nell’inchiesta della dda di Catanzaro, Luigi Mancuso «in tutto il mondo dove ci sono queste cose, è il numero 1. In assoluto, non c’è nessuno a quel livello. Parlano dell’Australia, del Canada, di New York di cose … sempre lui è …Il Tetto del mondo». Il più forte di tutti, «anche dei Pelle (potente famiglia di San Luca, ndr) , neanche li vede, quelli sono dei pisciaturi…». Il “Supremo” ha problemi nella sua “famiglia”, troppi omicidi e tensioni, e non ama boss e mammasantissima che usano con troppa disinvoltura la violenza. «La ‘ndrangheta non esiste più… Ora fa parte della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose». Per il boss solo «quattro storti ancora credono alla ‘ndrangheta. Sono tutti giovanotti che vanno a ruota libera sono drogati. Delinquenza comune… bisogna modernizzarsi… non stare con le vecchie regole. Il mondo cambia e bisogna cambiare tutte cose».

Il boss capisce che il futuro della ‘ndrangheta è diventare impresa, affare, essere capace di stare dentro tutti i gangli della società. Non crede ad una ‘ndrangheta che si fa “antistato”. Nel 1991 partecipa – come è scritto negli atti dell’inchiesta “Ndrangheta stragista”, del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, e del processo arrivato recentemente a sentenza – ai summit con i “siciliani” per delineare una comune strategia di attentati.

Da “battezzato” in Cosa Nostra, secondo il pentito Nino Fiume, fa da garante, ma poi cambia idea, si mostra perplesso. Lo rivela il collaboratore di giustizia Franco Pino. «Luigi Mancuso riteneva rischioso schierarsi apertamente, come se fosse stata una guerra in campo aperto», perché «in Calabria c’era più quella cosa di nasconderti, di mimetizzarci, di affrontare i processi, di vincere le cose ricattando le persone». Se ci sarà un secondo tempo dell’inchiesta “’ndrangheta stragista”, ne sapremo di più.

L’AVVOCATO E IL POLITICO

L’uomo delle relazioni eccellenti del “Supremo” era l’avvocato Giancarlo Pittelli. Classe 1953, Pittelli è già un famoso cassazionista, quando incrocia Silvio Berlusconi. È un ex democristiano che ha già ricoperto il ruolo di consigliere comunale a Catanzaro e ha avuto incarichi nelle società gestite dalla Regione, quando si candida con il Polo delle Libertà. Viene eletto deputato nel 2001.

Membro della Commissione giustizia della Camera, è uno dei consiglieri più ascoltati dal Cavaliere in materia di riforma del sistema giudiziario. Nel 2006 passa al Senato. Nel 2011 litiga con Berlusconi. Non verrà più candidato ed eletto, negli ultimi anni aderisce a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ed è sempre alla strenua ricerca di una collocazione politica di alto livello.

A Lorenzo Cesa, vecchio amico e segretario dell’Udc, chiede di appoggiarlo per un posto di consigliere al Consiglio superiore della magistratura “per concludere alla grande” la carriera politica. Uomo una volta potentissimo, fece una guerra spietata al pm Luigi de Magistris che nel 2005 lo inquisì nell’inchiesta Poseidone, uno scandalo da 200 milioni di euro. Per il pm, poi costretto a lasciare la magistratura, Pittelli era parte integrante di quel sistema di potere che divora le risorse pubbliche della Calabria.

«Parlavo dei legami con la cosca Mancuso» ha recentemente rivelato de Magistris. Come è finita è noto, l’inchiesta fu passata ad altri pm, de Magistris fu messo sotto inchiesta dal Csm, la posizione di Pittelli archiviata. Da allora sono passati quattordici anni, un tempo lungo, che è servito a Pittelli per rafforzare il suo ruolo. Che nell’inchiesta Rinascita- Scott viene delineato in modo preciso. Pittelli, «accreditato nei circuiti della massoneria più potente, è stato in grado di far relazionare la ‘ndrangheta con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università, con le istituzioni tutte, fungendo da passpartout del Mancuso, per il ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali».

Ma l’avvocato non si limitava a curare le «relazioni (del boss, ndr) solo in ambito “civile”, ma anche negli stessi ambiti criminali, facendosi latore di ambasciate a Isola Capo Rizzuto e Cutro, per curare interessi non soltanto della cosca di Limbadi, e nelle interrelazioni con le cosche reggine». Pittelli non è solo l’avvocato del “Supremo”, per il pm la sua «contiguità è costante», tanto da ipotizzare una sua vera e propria «partecipazione alla consorteria».

L’ex fedelissimo di Berlusconi era affascinato dalla potenza di Luigi Mancuso, si informava con gli altri boss sulla sua posizione nella piramide della ‘ndrangheta. Luigi Mancuso si rende “irreperibile” dal 2014 al 2017, eppure Pittelli lo incontra, come si conviene ad un soggetto «pienamente a disposizione dei boss, dai quali, riceve disponibilità e dai quali ha ottenuto, in passato, doni molto costosi come orologi di lusso delle case più prestigiose». La figlia del boss, iscritta alla facoltà di Medicina dell’Università di Messina, non riesce a superare l’esame di istologia, perché, a detta sua il «professore è uno stronzo», interviene l’avvocato. Che un giorno le fissa un appuntamento in un ristorante di Messina. «Vieni qua – dice alla ragazza – sai chi è questo signore?». «Si….il Rettore della mia università». «Bravissima». «Troppo avvocato, troppo avvocato troppo».

La ragazza si commuove e pure l’avvocato, in una conversazione telefonica, nell’ammirare la famiglia del “Supremo”. «Ma devi vedere che belle figlie, che bella famiglia, se fosse stato libero lui e non si fosse fatto 20 anni di carcere, in Calabria non sarebbero morte almeno 40 persone, che lui non discute, hai visto che hanno messo quella bomba adesso, nel suo paese…è incazzato come una bestia». Pittelli non si limitava a supportare le fatiche universitarie della figlia del boss. Grazie alle sue relazioni era in grado di conoscere le rivelazioni riservatissime dei pentiti, e di anticipare i contenuti dell’inchiesta Rinascita-Scott di Gratteri. Il pentimento che più fa paura al boss Mancuso è quello di Andrea Mantella. «In tale occasione – scrivono i pm di Catanzaro – l’avvocato Pittelli, sfruttando tutti i suoi canali di conoscenze, si era procurato atti d’indagine coperti da segreto, quali appunto i verbali di interrogatorio del pentito. Contestualmente riceverà la richiesta, da parte di Luigi Mancuso, di attivarsi per apprendere tutti i dettagli della collaborazione in discorso».

L’ex parlamentare, uomo di relazioni eccellenti, è uno dei tanti “soggetti riservati” a disposizione della ‘ndrangheta. Uno di quegli “invisibili” sui quali si è concentrato il lavoro della procura di Reggio Calabria e del procuratore Giuseppe Lombardo.

NELLA STESSA LOGGIA

È l’inchiesta “Gotha” del 2016. Un lavoro enorme che ha riunito altre inchieste, “Mamma Santissima”, “Fata Morgana” e “Sistema Reggio”, e che ha portato alla scoperta di un “terzo livello” della ‘ndrangheta. Quei «soggetti cerniera che interagiscono tra l’ambito visibile e quello occulto dell’organizzazione criminale». Due i protagonisti principali. Nomi che ritroveremo nelle maggiori inchieste sulla ‘ndrangheta moderna degli ultimi trent’anni, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, entrambi avvocati, entrambi dentro i gangli più importanti della vita politica e del sistema d’affari calabrese degli ultimi quarant’anni. Paolo Romeo è da sempre definito “il Salvo Lima dello Stretto”.

Ex attivista neofascista, ex deputato eletto dal Psdi, è l’uomo che tesse la trama dei rapporti oscuri delle cosche. Dalla copertura della latitanza dell’ideologo “nero” Franco Freda, ai moti di Reggio, Romeo ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella scelta dei politici da piazzare nelle istituzioni calabresi. Giorgio De Stefano è il cugino dei boss Paolo, Giovanni e Giorgio De Stefano (uccisi nelle guerre di mafia degli anni ‘70 e ’80), negli anni Novanta fu consigliere comunale della Dc a Reggio Calabria. Sempre eletto con un mare di consensi, al punto che in una campagna elettorale il partito gli chiese umilmente di fermarsi, stava raccogliendo più voti del candidato destinato a diventare sindaco.

Per magistrati e giudici, invece, De Stefano «già a partire dalla fine degli anni ’90, era al vertice della ‘ndrangheta, in un contesto criminale che interagisce stabilmente, attraverso associazioni segrete caratterizzate dalla ‘segretezza’ dei ‘fini’ e dalla ‘riservatezza’ dei ‘metodi’ (massoneria deviata), con il mondo dell’imprenditoria, della finanza, della magistratura e, più in generale, delle Istituzioni (organi amministrativi e politico- rappresentativi degli enti locali e del governo centrale)». De Stefano ha «un ruolo apicale, dirigenziale ed organizzativo della componente ‘segreta o riservata’» della ‘ndrangheta. Con la massoneria che svolge un ruolo di primo piano e costituisce per la ‘ndrangheta «un modello organizzativo perfettamente rispondente alle nuove istanze di segretezza ‘interna’ e di elitarismo criminale».

Necessarie per dialogare con pezzi dello Stato, un dato già emerso nell’inchiesta “Meta” della procura reggina, nata dalla cattura del superlatitante Pasquale Condello. Nel suo covo i carabinieri trovarono una lettera che il boss voleva inviare a un magistrato, carica di veleni e accuse.

«Lei – scrive il boss –da quando è venuto a Reggio, e sono moltissimi anni ha preso accordi con delle cosche favorendoli nei loro processi e questo è sotto gli occhi di tutti. Lei da queste cosche ha preso moltissimi soldi, e si è assunto l’onere di continuare la guerra con la sua penna a delle persone oneste. Lei non può indossare la toga per scopi personali, o solo, per difendere dei traffici di droga e assassini. Solo perché le danno moltissimi soldi e combattere ingiustamente persone con le mani pulite. Tutto questo finirà».

Sì, i boss mandano messaggi. I loro referenti nel deep state, ma anche in Parlamento, organizzano campagne contro i magistrati. E’ il caso dell’”Operazione Olimpia”.

La più grande inchiesta contro la ‘ndrangheta. Gli arresti scattano all’alba del 18 luglio 1995, sulla base di una informazione della Dia di 6mila pagine. Gli indagati sono 563, 317 gli arrestati, 187 le cosche colpite, 100 gli omicidi ricostruiti, 30 i pentiti.

La procura antimafia di Reggio Calabria ripercorre vent’anni di storia criminale, dall’omicidio del boss Mico Tripodo nel 1977, alle guerre di ‘ndrangheta dal 1985 al 1991, che lasciarono per le strade di Reggio 800 morti. Gettano una luca sui rapporti dei boss calabresi con Cosa Nostra suggellati dall’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, e delineano il quadro delle alleanze tra mammasantissima, massoneria, servizi segreti ed eversione nera durante la Rivolta di Reggio Calabria. Troppo.

Al punto che lo stesso procuratore dell’epoca, Salvo Boemi, è costretto ad ammettere: «Non è solo ‘ndrangheta. Non so se lo Stato italiano con le sue inefficienze ha la maturità necessaria per combattere una criminalità così evoluta».

Per il parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, l’inchiesta «è una buffonata», i magistrati che l’hanno fatta degli “stalinisti”. Contro il pm Enzo Macrì, l’onorevole produrrà cinquanta interrogazioni parlamentari, in una lo accuserà di essere «un soggetto neurolabile», chiede al Guardasigilli di sottoporlo a «visite mediche collegiali». Il processo Olimpia inizia nel 1996 e si conclude tre anni dopo, 176 persone vengono condannate, gli ergastoli sono 62, tra questi 6 a boss di primo livello. Il deputato Matacena, coinvolto nell’inchiesta, anni dopo verrà condannato con sentenza definitiva a tre anni. Da allora si rende irreperibile, e attualmente vive a Dubai. Per aver favorito la sua latitanza, il 16 gennaio 2019 viene condannato a due anni (pena sospesa) l’ex ministro dell’Interno Claudio Scaiola.

Tante inchieste, tantissimi processi, rendono più che lecita la domanda sul perché la ‘ndrangheta sia ancora una organizzazione criminale tra le più potenti al mondo. La risposta è certamente nelle complicità politiche e istituzionali. Ma c’è qualcosa in più.

Ancora una volta è valida l’analisi della Commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione: «Se, con il passare di oltre un secolo e mezzo, la ‘ndrangheta ha conservato intatte fisionomia e presenza, accrescendo la sua forza economica e il potere di condizionamento politico, allora di emergenziale nella sua presenza vi è davvero poco. E’ piuttosto un fenomeno dinamico, funzionale all’attuale assetto economico-sociale e quindi non contrastabile solo con i consueti interventi repressivi di carattere giudiziario».

CAPITOLO 3

IL SISTEMA INTEGRATO 

Cos’è la ‘ndrangheta? «È solo un nome, un nomignolo. La struttura è Cosa Nostra, il vertice è tutto Cosa Nostra», risponde Leonardo Messina, il mafioso che si è pentito con Paolo Borsellino ma Paolo Borsellino non c’è più. È il 4 dicembre del 1992 e, nelle austere sale di Palazzo San Macuto, il presidente della commissione parlamentare antimafia Luciano Violante ascolta in silenzio.

Cos’è la ‘ndrangheta? «Lasciate perdere la ‘ndrangheta perché non esiste: esistiamo solo noi», risponde quattro giorni dopo Tommaso Buscetta a Giuseppe D’Avanzo e a Eugenio Scalfari in un’intervista a Repubblica che farà scalpore. Farneticazioni? Deliri di onnipotenza degli uomini d’onore siciliani che come sempre si credono al centro del mondo, anzi che sono loro stessi il centro del mondo?

Se avessimo preso alla lettera quello che andavano dicendo Buscetta e Messina, il primo testimone chiave del giudice Falcone al maxi processo e il secondo boss delle province interne che ha svelato ogni segreto della mafia più antica – quindi, due che di queste cose ne sapevano abbastanza – nei nostri pensieri si sarebbero insinuati dubbi tali da gettare in un bidone di spazzatura non solo montagne di atti con tanto di bollo della giustizia italiana ma addirittura da stravolgere la storia. Però, come si dice in Sicilia, il fatto è uno e il discorso è un altro. I mafiosi bisogna capirli.

Le loro parole a volte stordiscono, nascondono sempre qualcosa, portano sempre un messaggio. Cosa volevano far sapere Tommaso Buscetta e Leonardo Messina, attraverso quel loro linguaggio ai più incomprensibile, sulla ‘ndrangheta che non c’è e soprattutto che non c’è mai stata? Volevano esprimere un concetto semplice: di “mamma” ce n’è una sola. Intendendo per “mamma” l’origine di tutti loro.

E, non a caso, in passato, i più autorevoli capi venivano chiamati “mammasantissima”, con l’inevitabile richiamo religioso che è sempre piaciuto ai mafiosi. Tant’è che Leonardo Messina, in occasione proprio di quella sua audizione a San Macuto, aveva orgogliosamente aggiunto «che noialtri siamo i discendenti diretti dell’apostolo Pietro».

Mafia e ‘ndrangheta. Quando una è nell’ombra l’altra è sotto la luce dei riflettori. Quando Palermo è in prima pagina, Reggio tace. Quando la prima è in crisi di denaro e di vocazioni, la seconda trasuda ricchezza e ha eserciti al seguito. Quando la Sicilia finisce con il traffico dell’eroina, la Calabria comincia con quello della cocaina. Come nel principio fisico dei vasi comunicanti, lo stesso liquido a un certo punto raggiunge lo stesso livello. È l’equilibrio perfetto.

Ciascuna naturalmente ha il suo territorio, le sue regole, i suoi riti, le sue diversità, i suoi punti di forza e di debolezza. Ma, fra Sicilia e Cariddi, ci sono “teste” molto attente a difendere la buona convivenza e garantire i giusti contrappesi, di qua e al di là dello Stretto.

REGNO E PACE

Una guerra fra Cosa Nostra e ‘ndrangheta non se la ricorda nessuno perché non c’è mai stata. Le guerre sono scoppiate  “dentro” e non “fra” le due consorterie criminali. Quella dei primi anni ’60 fra i Greco e i La Barbera con le “Giulietta” imbottite di tritolo che saltavano in aria nelle borgate palermitane, quella dal 1974 e al 1977 con i Piromalli e i Macrì che lasciarono duecentotrentré morti a terra dalla Piana alle pendici dell’Apromonte, quella degli anni ’80 stravinta dai Corleonesi, quell’altra dei primi anni ’90 a Reggio che di cadaveri ne contò più di settecento.

Conflitti che hanno mescolato e rimescolato le alleanze fra siciliani e calabresi, ma mai scatenato scontri diretti. Cosa Nostra e  ‘ndrangheta, pur essendo nate entrambe almeno un secolo prima dell’Italia, sono cresciute insieme alla Repubblica ritagliandosi di volta in volta un rilevante ruolo “politico” nel Paese. Maligno il legame comune con lo Stato, nemico ma anche molto amico.

Stavamo dimenticando un altro dettaglio che non è affatto un dettaglio: le due organizzazioni, se non per episodi marginali, non sono mai arrivate a uno scontro nemmeno nelle piazze del Nord dove hanno messo radici. A Milano, a Torino, in Liguria, in Emilia Romagna. Neanche a Roma, città aperta a tutte le mafie.

Chi ha salvato il sistema criminale italiano dopo la fine del Fascismo e con lo sbarco degli Alleati? Cosa Nostra. Chi ha salvato il sistema criminale italiano dopo la violenta reazione dello Stato dopo le stragi del 1992? La ‘ndrangheta.

C’è molto di più di una relazione per tornaconto esclusivamente economico. E questa “convergenza” affiora prepotente nelle pagine dell’inchiesta sulla “‘ndrangheta stragista” dei magistrati di Reggio. Così, oggi, senza fraintendimenti, possiamo comprendere meglio il significato di quelle parole pronunciate da Tommaso Buscetta e Leonardo Messina quasi trent’anni fa.

Qualcosa che va oltre gli scambi “commerciali”, il traffico di armi o droga, i sicari prestati alla bisogna, i rifugi offerti reciprocamente ai compari in fuga. È almeno dal 1956 che c’è un’“idea”, anno in cui il boss Albert Anastasia – originario di Parghelia, paesino a una ventina di chilomemetri da Vibo Valentia –  è sbarcato in Calabria per aprire una succursale di Cosa Nostra.

I siciliani si sono rivolti alla “crema” dei boss calabresi proponendo una novità: la doppia affiliazione. Mafioso e ‘ndranghetista insieme. Uno di questi per esempio era Girolamo “Mommo” Piromalli di Gioia Tauro, un altro Paolo De Stefano di Reggio, un altro ancora Luigi Mancuso. Il duplice battesimo, il “battezzo”. È capitato anche al contrario e lo ricorda Gaetano Costa, un altro dei boss che si è pentito: «Posso dire che fino al 1977 Nitto Santapaola era a tutti gli effetti ‘ndranghetista e solo dopo la morte di Pippo Calderone entrò in contatto con i palermitani di Cosa Nostra».

Erano felicissime le latitanze eccellenti di gente come Luciano Liggio o come Totò Riina che si estendevano nella Calabria più inesplorata, la Locride, affettuosamente messa a disposizione mezzo secolo fa dall’allora famosissimo don Giovanni Stilo, metà padrino e metà parrino, un incrocio fra un capobastone e un parroco, con la leggenda che narra di uno “zio Totò” residente per qualche tempo ad Africo trasvestito da prete.

E poi c’erano i favori piccoli e grandi. Come quello (grande) fatto dalla mafia calabrese alla mafia siciliana nel febbraio del 1954, quando nel carcere dell’Ucciardone passò a miglior vita Gaspare Pisciotta, il cugino traditore del bandito Salvatore Giuliano. Qualche giorno prima Pisciotta, nell’aula della Corte di Assise di Viterbo dove si stava celebrando per “legitima suspicione” il processo per la strage di Portella della Ginestra, aveva urlato: «Signor Presidente, noi siamo un corpo solo: mafia, Stato e polizia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo». Nella sua cella, una mattina, un “secondino” avvicinato dalla ‘ndrangheta per conto della Cosa Nostra fece arrivare a Gasparino un caffè “corretto” alla stricnina. Pisciotta non parlò più.

E adesso facciamo un salto in avanti sfogliando l’indagine “‘ndrangheta stragista”. I rapporti del capomafia di Palermo Stefano Bontate con i calabresi, i rapporti del clan Laudani o degli Ercolano di Catania con i calabresi, i rapporti del misterioso poliziotto Giovanni Aiello meglio conosciuto come “faccia da mostro” con i calabresi, i rapporti dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano con i calabresi.

Arriviamo quasi ai giorni nostri. Agli agguati contro i carabinieri in Calabria fra il 1993 e il 1994, subito dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino in Sicilia. E prima ancora l’uccisione nell’agosto del 1991 a Villa San Giovanni di Antonino Scopelliti, il sostituto procuratore generale della Cassazione che avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa contro gli imputati del maxi processo di Palermo.

IMPASTO

Le carte raccontano tanto dell’impasto siculo-calabro. Del crollo della prima Repubblica e dello sfarinamento dei tradizionali partiti, con “Sicilia Libera” che nasce a Catania voluta da Leoluca Bagarella e con “Calabria Libera” che  nasce subito dopo in una convention a Lamezia Terme. La parte più hard è sulle stragi degli anni ’90, con la  ‘ndrangheta protagionista a braccetto di Cosa Nostra di «un progetto politico eversivo teso a identificare nuovi e più affidabili referenti politici disposti a scendere a patti con le mafie». Con quest’accusa, la Corte di Assise di Reggio l’estate scorsa ha condannato all’ergastolo un palermitano  e un calabrese, Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone.

Si cercano come sempre i “mandanti politici” , i “servizi deviati”,  “la destra eversiva” e le “logge segrete”. Perché, in fin dei conti, i mafiosi della Calabria di “fratelli” non hanno solo i siciliani. Ne hanno tanti, sparsi un po’ dappertutto.

CAPITOLO 4

«NON BASTANO LE MANETTE»

«La ‘ndrangheta non è imbattibile. Come diceva il giudice Giovanni Falcone riferendosi a Cosa Nostra, è un fenomeno umano. Lo diventa perché è combattuta solo a livello giudiziario e finanziario».

Anna Sergi è professore associato in Criminologia dell’Università dell’Essex, collabora con università australiane e di altri paesi sui temi della espansione mafiosa. Approfondisce e spiega le varie mafie, con la freddezza del ricercatore. Odia il folklore e la mitizzazione dei boss. Calabrese di nascita, della ‘ndrangheta ha sentito parlare fin da piccola. Da suo padre, Pantaleone Sergi, inviato speciale di Repubblica e autore di libri importanti sulla ‘ndrangheta.

Anna Sergi, quindi non bastano le maxi-inchieste e i sequestri di beni.

Sono sacrosante entrambe le cose, ma quando affermo che la ‘ndrangheta è un fenomeno sociale, dico che nelle varie realtà è impresa, politica, macchina del consenso. Lo stato perde la partita se non sostituisce tutto ciò con politiche mirate in grado di lanciare un messaggio semplice, i mafiosi hanno perso, ora ci siamo noi a garantirti il lavoro, una sanità efficiente, la tua libertà. Se arrivi in un paese e arresti venti mafiosi, ma poi dietro di te lasci il nulla, hai perso.

Inchieste, maxi-processi, eppure, le famiglie sono sempre le stesse.

Ed è vero, ma le famiglie sono cambiate. Si sono modernizzate. Oggi le giovani leve usano i social, sanno cos’è e come si sta nel mercato finanziario globale, conoscono il potere politico e sanno come navigare nei palazzi che contano.

Lo stato sta combattendo in modo adeguato la ‘ndrangheta?

Voglio essere esplicita a costo di attirarmi critiche feroci: non c’è nessuna politica contro la ‘ndrangheta, nel senso delle cose che dicevo prima. Se tu non affronti i nodi strutturali dell’arretratezza di una intera regione e non vi poni rimedio, vincono i boss. In alcune realtà lo stato sono loro.

Facciamo bene a leggere la ‘ndrangheta come fenomeno solido, dalla unità granitica?

Non credo. Sbagliamo, come quando leggiamo la Calabria come un tutt’uno, rifiutandoci di parlare di “Calabrie”, cioè di accettare le diversità territoriali, culturali, di sviluppo, e finanche linguistiche. Certo, esistono organizzazioni che hanno le stesse regole, idee, forma, ma le varie famiglie, i “casati”, sono profondamente diversi tra loro. I Barbaro di Platì (storica famiglia di ‘ndrangheta, ndr) non sono la stessa cosa dei Mancuso di Limbadi. Hanno tradizioni e origini diverse, operano in mercati criminali diversi.

Sta parlando di Luigi Mancuso, “’o Supremo”, punto centrale dell’inchiesta Rinascita-Scott del procuratore Gratteri?

Luigi Mancuso ha uno spessore criminale che pochi altri hanno avuto, mantenendolo a lungo, nella ’ndrangheta. Ritroviamo il suo nome nel processo ’Ndrangheta stragista, uno spaccato dell’Italia anni Novanta che toglie il respiro. Un Luigi Mancuso neppure quarantenne figurava già agli albori di quegli anni, poco prima dell’arresto nel 1993, come uno degli esponenti della mafia calabrese aderenti alla strategia stragista dei clan siciliani che – proprio per la sua vicinanza ai clan reggini-cittadini (soprattutto il clan De Stefano) e tirrenici (i Piromalli e i Pesce) – avrebbe potuto offrire un considerevole supporto, nonché una “guardiania” del territorio, per la programmazione di atti terroristico-mafiosi.

Quando legge che la ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale più potente al mondo, cosa pensa?

La ‘ndrangheta è un brand, ha una reputazione solida. Tutti i gruppi criminali hanno un interesse ad associarsi alla ‘ndrangheta, anche quando non ne hanno bisogno.

È una holding criminale che ha il monopolio del traffico di cocaina?

Il mercato delle droghe, cocaina, soprattutto, è una realtà frammentaria, può entrare e uscire chi vuole. Basta avere i soldi e pagare. Diciamo più esattamente che la ‘ndrangheta ha spiccate tendenze monopolistiche, ma non è l’unico attore. Per essere ancora più chiari, non tutti i clan hanno la stessa capacità di azione su quel mercato, perché la ‘ndrangheta non ha una organizzazione unica, unitaria sì. A furia di ripetere che la ‘ndrangheta è una holding mondiale, molti stati ci credono. Si crea il mito del boss calabrese, tutto ciò ha creato quella che gli studiosi chiamano la “trappola etnica”, che vede nell’emigrazione dei calabresi la causa dell’espansione della ‘ndrangheta. Ed è sbagliato.

Bene, ma allora perché la mafia calabrese è così presente in varie parti dell’Europa e del mondo, fino all’Australia?

Il motivo per cui i clan hanno successo è duplice. È modernamente legato alle opportunità offerte dai mercati globali, e allo stesso tempo ha forti vincoli con una regione, la Calabria, che da sessanta anni è uguale a se stessa. Dove ci sono sacche di cultura mafiosa mai toccate. I Barbaro hanno un grande successo in Australia, quando un loro referente ha avuto il problema di un maxi-sequestro di anfetamine a Griffith, dove era capo locale, ha dovuto prendere l’aereo, scendere a Lamezia Terme e andare a Platì a chiedere protezione per evitare problemi con gli altri boss oltre Oceano. Rischiava di perdere la sua legittimazione, l’ha ritrovata in quel minuscolo paese della Calabria.

L’Italia può farcela a sconfiggere la ‘ndrangheta, oppure a relegarla nell’angolo di una fisiologica criminalità, non così potente e pervasiva?

Se si recidono una volta e per sempre i legami con la massoneria, il potere politico e quello finanziario, è possibile, Ma c’è un dato che ci deve far riflettere: in Calabria, penso alla città di Reggio, la ‘ndrangheta fa parte delle élite del potere. I De Stefano e le quattro “famiglie” mafiose più presenti, sono nati e cresciuti in un contesto politico sociale che gli ha permesso di diventare quello che sono ancora oggi. La ‘ndrangheta conosce e sfrutta tutta una serie di comportamenti sociali. Non possiamo affrontarla con chiavi di lettura e interventi tutti uguali. La ‘ndrangheta che opera a Torino ha bisogno di risposte che non necessariamente sono le stesse da mettere in campo a Reggio o a Limbadi. In Calabria di ‘ndrangheta non si parla, per paura, per sfiducia verso lo Stato. Manca il legame tra il cittadino e chi lo governa, perché nessuno a Roma si sforza di parlare il linguaggio di quella realtà. La Calabria è una stanza chiusa e senza ricambio d’aria.

CAPITOLO 5

NON È FOLKLORE 

Teresa Merante, cantante folk calabrese, ha avuto il suo picco di notorietà dopo essersi esibita in alcune canzoni nelle quali descriveva in termini positivi Totò Riina e faceva gli auguri ai carcerati. Poi, i toni diventavano più duri: «chista è la Polizia, sparàti a tutta forza a sta brutta compagnia». E così siamo ripiombati, ancora una volta, nell’immagine negativa della Calabria in attesa della prossima puntata. Eppure, questa volta c’è stata una decisa reazione, indignata e disgustata. Non sempre, e comunque non in queste proporzioni, è capitato di assistere a reazioni così forti; è la spia che davvero s’è superato il segno in certe rappresentazioni.

UN FENOMENO CHE VIENE DA LONTANO

I contenuti non rappresentano una novità. Vengono da lontano. A inizio 2005 è catturato nel suo bunker il latitante Gregorio Bellocco e subito viene messa in circolazione una musica riprodotta su Cd che racconta del «giorno fatale. Ci fu la cattura di un uomo geniale, fu una giornata triste e maledetta». Verrebbe da dire che tanto geniale non doveva essere, quell’uomo, visto che non era riuscito a sfuggire alla cattura. Lo sdegno contro carabinieri e polizia è netto: «mi aviti focu, e ad uno ad uno i peni dell’inferno aìti a passari».

È in quel periodo che emerge un fenomeno già presente fin dagli anni Settanta di un mercato «marginale» – è questa la definizione di Ettore Castagna nel suo libro Sangue e onore in digitale (Rubbettino 2010) – che diffondeva un certo numero di brani riprodotti dapprima su musicassette e poi in Cd venduti nei mercati settimanali o turistici in particolare a Reggio e nella sua provincia. Hanno avuto un successo enorme arrivando sino a Toronto e a New York.

Ma il vero successo è quello decretato in Germania come ha raccontato Francesca Viscone nel suo La globalizzazione delle cattive idee (Rubbettino 2005). Lì, le canzoni per parecchie settimane rimasero in classifica tra quelle più vendute.

UNA REAZIONE ALL’INVASORE

Erano prodotti commerciali legali, con tanto di tasse pagate, che facevano guadagnare tanti soldi, ma erano anche veicoli di un messaggio molto preciso: la vecchia mafia, quella tradizionale, era buona perché era fatta di uomini d’onore radicati in Aspromonte dove lo stato non vi aveva mai messo piede. In quelle montagne aspre e dure, dove era difficile vivere – «non è bella la vita dei pastori in Aspromonte» ha scritto Corrado Alvaro – la ‘ndrangheta rappresentava la sete di giustizia che solo gli ‘ndranghetisti erano in grado di assicurare perché quella ufficiale non funzionava. La picciotteria, come un tempo si chiamava da quelle parti, era l’antagonista contro chi veniva da fuori come s’era cominciato a fare al tempo degli antichi romani.

IL RACCONTO DI “UN’EPOPEA”

Quella che è venuta dopo, la nuova mafia dei sequestri di persona e degli arricchimenti con la droga, è tutt’altra cosa dal passato e nulla ha a che vedere con l’onorata società. Si accreditava, così, il racconto di un’epopea, di un’autentica fascinazione del tempo che fu. Ancor più accattivante perché cozza con la realtà storica della nascita della ‘ndrangheta e dei rapporti, sin dai primi vagiti, con le classi dominanti, i ‘gnuri (signori) che detenevano il potere e i cui valori furono assimilati, a cominciare dalla prepotenza e dall’uso della forza e della violenza. Una violenza usata contro gli stessi associati che non rispettavano le regole e contro chiunque si opponeva alle loro richieste. A guardare bene dentro la storia della Calabria recente si capisce che questi sono i veri ribelli che si sono opposti fino ad essere uccisi ai nuovi padroni mafiosi.

Ndranghetisti ribelli? Non sono mai esistiti. Gli unici ribelli sono stati i picciotti che si sono opposti ai pochi anziani che, paghi del loro potere e dell’agiatezza raggiunta, non volevano i sequestri di persona o l’avvio del traffico della droga e l’ingresso nelle logge massoniche perché avrebbero avuto lo stato contro. Gli anziani sopravvissuti si sono adattati al nuovo corso tanto è vero che regole e rituali sono rimasti quelli di sempre e i cognomi delle famiglie più importanti sono sempre gli stessi. Sono cambiati solo gli affari che sono aumentati.

L’IMPORTANZE DELLE TARANTELLE

Ma allora perché la ‘ndrangheta ha avuto interesse a veicolare i messaggi della malavita calabrese declinandoli come Omertà, onuri e sangu come è scritto nella copertina di uno dei Cd? L’interesse è nel fatto che i mafiosi hanno sempre necessità di ottenere consenso attraverso racconti, fiabe, favole, canzoni capaci di inventare una tradizione che non avevano. Hanno utilizzato l’accattivante motivo e ritmo delle tarantelle calabresi, veloci e coinvolgenti per costruire un’immagine gradevole in grado di affascinare i giovani e di appagare i vecchi.

Adesso Teresa Merante fa un passo in più perché alle polemiche che le sono piovute addosso ha replicato che i suoi sono “brani della tradizione calabrese” che derivano da “una lunga tradizione folkloristica”. Il suo è un tentativo di annettere alla tradizione folkloristica calabrese le sue canzoni (cosa abbia a che fare Riina con la tradizione calabrese rimane un mistero!). Questo tentativo di annessione è scopertamente pretestuoso perché nella cultura calabrese, in quella cantata e in quella scritta, non c’è mai stato l’incanto e la fascinazione per la ‘ndrangheta.

Le tarantelle con la straordinaria scenografia di tamburelli e di antichi strumenti raccontano la gioia di vivere del popolo calabrese, le bellezze della natura, gli amori, le donne affascinanti o fatali, disponibili e ritrose, le prime palpitazioni del cuore, le delusioni, i tradimenti, lo sdegno per le condizioni economiche, la vita semplice e dura dei contadini e di chi veste tutto l’anno solo i panni della povertà. Gli scrittori calabresi da Alvaro a Repaci, da Strati a La Cava e a tanti altri, non hanno mai subito l’attrazione fatale della ‘ndrangheta, pur parlando di essa e facendo interagire i loro personaggi con i malandrini del loro tempo. L’unica, vera, grande fascinazione è per i briganti come ci testimonia Nicola Misasi.

Solo di recente qualche intellettuale calabrese ha preso il vezzo di fare da controcanto alla ‘vera’ ‘ndrangheta descrivendola tutta onore, coppola e dirittizza e di farla vivere in termini fiabeschi, onirici, fatati come se questo fosse il magico passato che non c’è più e che s’è lasciato dietro la malìa della nostalgia. Ma una nuova leva di scrittori ha fatto a meno di questa rappresentazione e ha parlato in termini più reali e più adatti ai nostri tempi della malandrineria calabrese, perché la ‘ndrangheta non domina tutta la vita della Calabria e si può parlare di questa terra senza essere obbligati a parlare di malandrini.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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