I ricatti di Matteo Messina Denaro

I ricatti di Matteo Messina Denaro

Inchiesta sul latitante di mafia più ricercato al mondo: il boss di Castelvetrano accusato delle stragi del 1993 è un fantasma da 27 anni. Testimonianze inedite di chi non ha smesso di dargli la caccia e di quanti gli sono stati vicini svelano il segreto della sua eterna fuga. Messina Denaro – di cui pubblichiamo per la prima volta alcune immagini inedite dell’album di famiglia – conosce il doppio fondo di una stagione ancora oscura. Quando pezzi dello Stato scelsero di trattare con Cosa nostra, mentre il suo tritolo seminava morte a Capaci e in via D’Amelio. In questo ricatto è la ragione della sua inafferrabilità.

16 LUGLIO 2020

Di AA.VV.

Lo cercano tutti. I migliori tra gli investigatori dei reparti di eccellenza di polizia e carabinieri, lo Sco e il Ros. I magistrati della Procura di Palermo. Ma lo cercano anche i mafiosi. «Questo che fa? Dov’è finito? – sussurra nel ventre della Sicilia un uomo che ignora le microspie che ne catturano ogni respiro – Arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati. E tu non ti muovi? Ma fai il bordello…».

Lo cercava anche Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra. Ancora negli ultimi giorni di vita non riusciva a darsi pace: «Se ci fosse suo padre… questo figlio lo ha dato a me per farne quello ne dovevo fare. È stato qualche quattro o cinque anni con me. Impara bene, minchia, e poi tutto in una volta…».
Tutto in una volta, dopo avere partecipato alla spaventosa stagione della mafia che fa guerra allo Stato, l’unico erede della dinastia Corleonese rimasto in libertà, sparisce. Per tutti, Matteo Messina Denaro, classe 1962, trapanese di Castelvetrano, ufficialmente latitante dal giugno 1993, condannato all’ergastolo per le stragi di Firenze, Milano e Roma, diventa un fantasma.

Capace di tenere in scacco l’Antimafia italiana che, pure, gli ha fatto il deserto intorno: centinaia di fiancheggiatori arrestati, milioni di euro sequestrati, un esercito che gli dà la caccia. Com’è possibile, dunque, che l’ultimo padrino della stagione delle stragi resti imprendibile? «Io penso che se n’è andato all’estero», si rammaricava lo stesso Riina intercettato in carcere. In collera con quel suo “pupillo” che ormai sembrava disinteressato alle sorti di Cosa nostra e pensava esclusivamente ai suoi affari.

Di Messina Denaro restano solo alcune foto ingiallite dal tempo che risalgono agli anni Settanta e Ottanta. Quelle dell’album della famiglia Messina Denaro che Repubblica mostra in esclusiva. Matteo a 14 anni col padre Francesco, autorevole mafioso della provincia di Trapani, da cui ha ereditato il potere e soprattutto relazioni internazionali. Matteo in doppiopetto, con gli immancabili Ray-ban e la sigaretta stretta tra le dita. Matteo che brinda. Matteo che festeggia con i parenti. A vent’anni, era già un killer.

Dunque e di nuovo: perché è inafferrabile? «Perché Messina Denaro era il gioiello di Riina. Perché lui ha i documenti che sono stati portati via dal covo di via Bernini dopo l’arresto del capo dei capi di Cosa nostra Totò Riina», racconta Antonino Giuffrè, uomo d’onore che prima di pentirsi aveva un posto nella Cupola. Già, i segreti. La forza di Matteo è dunque nel ricatto. Sa delle stragi del 1992 e del 1993, conosce cosa si sia mosso nel fondo ancora oscuro della trattativa fra lo Stato e la mafia.

Ecco perché è da quei giorni del lontano 1992 che bisogna ricominciare a cercare Matteo Messina Denaro.

 

L’attentato al commissario
E un senatore intoccabile

Rino Germanà, oggi questore in pensione, se lo trovò davanti all’improvviso un giorno di settembre del 1992. «Verso le due del pomeriggio, tornando a casa, un’auto si accosta. Vedo un uomo che comincia a sparare col fucile dal finestrino. Freno, mi rannicchio nell’abitacolo e schivo i colpi. Riesco a scendere e sparo anch’io». L’agguato è sul lungomare di Mazara del Vallo.

Su quell’auto – una Fiat Tipo – sono in tre. Alla guida c’è lui, Matteo Messina Denaro. L’uomo con il fucile è Leoluca Bagarella, il cognato di Totò Riina. E, con loro, è anche Giuseppe Graviano, che imbraccia un kalashnikov. «Quei tre tornano indietro e sparano ancora. Una volta, due volte. Corro in spiaggia e riesco a salvarmi».

È il 14 settembre, l’estate è la stessa di Falcone e Borsellino, delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Totò Riina vuole morto anche quel commissario di polizia che, a metà degli anni Ottanta, ha scoperto e illuminato il ruolo della famiglia Messina Denaro e dei trapanesi nello scacchiere mafioso. A Mazara del Vallo, Germanà c’è già stato come dirigente del commissariato. Ma dal ministero dell’Interno qualcuno decide di farlo tornare il 2 giugno del 1992, perché riprenda il posto che ha lasciato qualche anno prima.  E’ una decisione che ha il sapore di una punizione.

 

«Mi trasferirono all’improvviso – racconta il poliziotto – E davvero non capivo il perché. Era una sorta di passo indietro nella carriera. Soprattutto dopo che avevo diretto la squadra mobile di Trapani e la Criminalpol di Caltagirone, che aveva competenza sull’intera Sicilia centrale. Peraltro, dopo il delitto dell’onorevole Salvo Lima, nel marzo 1992, Paolo Borsellino mi aveva voluto a Palermo».

Un mistero mafioso che si intreccia con un mistero ministeriale. A meno di non voler guardare meglio dentro quel trasferimento e le sue premesse.
Su cosa stava indagando il commissario Germanà quando si decide di rispedirlo a Mazara del Vallo? Tra marzo e giugno di quel 1992, aveva cominciato a coltivare un’inchiesta molto particolare, delegata dalla Procura di Marsala: «Un notaio massone, Pietro Ferraro, aveva provato ad avvicinare il giudice Salvatore Scaduti, il presidente della Corte d’assise che stava giudicando gli assassini del capitano dei carabinieri Emanuele Basile».

 

Il notaio aveva detto al giudice: «Secondo gli imputati non ti stai comportando bene». E quindi aveva aggiunto: «Mi manda un politico di nome Enzo, di area manniniana, trombato alle elezioni». Rino Germanà dà un nome a quel politico. È il palermitano Vincenzo Inzerillo, un democristiano che non era riuscito a candidarsi alle Regionali del 1991, ma era poi diventato senatore.

E il giorno in cui presenta il suo rapporto alla magistratura, l’allora capo della direzione centrale anticrimine Luigi Rossi lo convoca a Roma, al Viminale.«Voleva sapere se nel rapporto si parlava del ministro Mannino», ricorda Germanà. Poco tempo dopo sarà trasferito al commissariato di Mazara. E, dopo l’attentato di settembre, in alcune indagini rispunterà quel senatore: Vincenzo Inzerillo. Un nome che conviene tenere a mente, perché – lo vedremo – tornerà ancora nel finale di questa storia.

 

«Un’auto intestata al senatore Inzerillo – racconta ancora Germanà – andò a prendere all’aeroporto di Punta Raisi un avvocato che avrebbe dovuto aiutare i mafiosi di Mazara a realizzare un affare da 1.500 miliardi di vecchie lire con Malta per l’importazione del pesce». Una coincidenza? O qualcosa di più?

Qualcosa forse la sapeva Riina che, intercettato in carcere nel 2013, dopo avere ricordato le indagini dei magistrati di Palermo sulla trattativa Stato-mafia e ordinato di assassinare il pm Nino Di Matteo («Se fosse possibile ucciderlo, un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo») diceva: «A chi hanno fatto spaventare, a nessuno. Tanto non hanno fatto spaventare a nessuno, che poi quello si è buttato a mare… Germanà gliela facevano là, e lui si è buttato a mare. Ma perché si è buttato a mare vorrei capire… Figlio di puttana si salvò».

 

Perché il boss nelle sue esternazioni carcerarie salta con naturalezza dalla trattativa al nome di Rino Germanà? E cosa voleva dire Totò Riina con quel «tanto non hanno fatto spaventare a nessuno»? Cosa aveva scoperto il commissario di Mazara del Vallo indagando su Trapani e sugli affari della famiglia Messina Denaro?

Nella testa del padrino
La rincorsa

La storia di Matteo potrebbe finire un giorno di maggio del 1997, quattro anni dopo le stragi di Firenze, Milano e Roma che lui ha voluto insieme ai “falchi” di Cosa nostra. Il commissario Carmelo Marranca e gli investigatori di quella che era allora la Criminalpol sentono il suo odore, la sua “presenza”, nel covo dove si nasconde. Hanno visto la sua donna che si allontana velocemente. Lui è lì, fra le stradine della borgata marinara di Aspra, alle porte di Palermo. Via Milwaukee 40, un appartamento al secondo piano. È lì. «E poi all’improvviso scompare e noi continuiamo a chiederci cosa sia accaduto», ricorda il commissario Marranca.

 

Nel frigorifero della casa, i poliziotti trovano una confezione di caviale. Nella dispensa, barattoli di salse austriache, la Nutella e due bottiglie di liquore. Doveva avere una gran fretta quando è scappato. Sul tavolo, un grande puzzle e un videogioco Nintendo. In un cassetto, una stecca di sigarette Merit, un foulard e un bracciale per donna comprato in una gioielleria molto esclusiva di Palermo. «Come avrà saputo che gli stavamo dietro?».

Quell’appartamento di via Milwaukee è l’unico covo di Messina Denaro che sia stato mai scoperto. «Tutto comincia il giorno in cui il procuratore aggiunto Gigi Croce ci chiama e dice: “I carabinieri hanno sequestrato alcuni pizzini a un posto di blocco, erano nelle tasche di Giuseppe Cataldo. Dateci uno sguardo anche voi. E così ci immergiamo nella lettura».Carmelo Marranca è la memoria storica delle indagini antimafia a Trapani: «Quando arrivai, nel 1984, alla squadra mobile, capì subito di trovarmi in un posto pieno di misteri.

 

I mafiosi importanti incontravano professionisti, amministratori pubblici e massoni». In uno di quei bigliettini ritrovati, una tale Meri scriveva ad Assunta. Chi erano quelle donne?«Dopo il tentato omicidio di Rino Germanà, avevamo lavorato sui tabulati di alcuni telefonini. Uno era intestato a un pensionato delle Ferrovie, ma lo utilizzava Messina Denaro per parlare con una donna. Era Maria Mesi, era Meri». Assunta era invece un nome preso in prestito: era la suocera di Anna Ventimiglia, la padrona di casa del covo.

«Dove non eravamo ancora arrivati. Sapevamo solo che la Mesi nel fine settimana scompariva. Iniziammo a controllare quelle stradine di Aspra e le uscite del paese, cosa non facile».La svolta arriva la sera del 4 maggio, quando i poliziotti vedono Meri mentre sbuca da un vicolo.

«Alle 23,30, camminava palesemente travisata – scriveranno nel loro rapporto gli ispettori Carmelo Marranca e Marcello Russo – cappello, occhiali e mantella, di cui si liberava appena voltato l’angolo». Marranca prosegue il suo racconto: «Le pattuglie che tengono sotto controllo le uscite del paese non hanno notato nessuna auto con quella donna a bordo. Allora capiamo che deve essere uscita da una casa del centro».

 

«Ventimiglia e suo marito avevano chiesto al Comune un sussidio, ma intanto avevano affittato un’altra abitazione, al piano di sopra. Un fatto davvero strano: era chiaro che lì ci abitava qualcuno. Ma quella telecamera non è servita a nulla», ricorda ancora Marranca. Da quel momento Matteo Messina Denaro non andrà più in via Milwaukee 40, strada intitolata dai pescatori di Aspra come omaggio ai parenti emigrati in America.

Nel covo è rimasta solo una lettera di Maria Mesi alla casa produttrice del puzzle, la donna voleva recuperare un «pezzo mancante». Il vero pezzo mancante però era e restava lui, Matteo. «In questi anni abbiamo continuato a rincorrerci. Noi che provavamo ad entrare nella sua testa e lui che metteva in giro notizie ad arte, ne siamo sicuri, per depistarci e capire quanto eravamo ancora disposti a inseguirlo».


La partita truccata

Ci sono stati giorni in cui la pm Teresa Principato si è sentita accerchiata nel suo ufficio, al secondo piano del Palazzo di Giustizia di Palermo. «Ogni volta che eravamo vicini al latitante – dice – accadeva sempre qualcosa. C’erano spifferi, notizie, che in un modo o nell’altro trapelavano. Accadevano troppe cose strane intorno alla nostra indagine. Sapevo che così non l’avremmo mai arrestato. E allora iniziai a indagare su una talpa in Tribunale. Che non ho mai trovato».

 

Teresa Principato è la procuratrice aggiunta di Palermo che per dieci anni, fino all’inizio del 2017, ha coordinato le indagini per la cattura di Matteo Messina Denaro. «Siamo di fronte a un grande latitante di mafia che ha un rapporto forte con la massoneria e la politica. E questo è il vero motivo per cui non è stato ancora arrestato».

La magistrata, che oggi lavora come sostituta alla Direzione Nazionale Antimafia, racconta: «Mi sconcertò scoprire che il padre di Messina Denaro, don Ciccio, era stato campiere dei D’Alì, una famiglia influente in provincia di Trapani, proprietari terrieri, banchieri… uno degli eredi, Antonino D’Alì, sarebbe poi diventato anche senatore di Forza Italia e sottosegretario all’Interno».

Le indagini hanno scoperto molto altro. «Matteo ha avuto uomini fidati in tante amministrazioni: dalle questure ai Servizi. Così, ne sono convinta, riusciva a sapere in tempo reale delle nostre indagini. Ed è sempre riuscito a fuggire». Ecco perché è stata ed è ancora una partita truccata. Cosa ha saputo davvero Messina Denaro delle indagini che lo riguardavano? E, soprattutto, da chi l’ha saputo?

Teresa Principato ricorda: «All’inizio, andava e veniva spesso da Trapani. Poi, quando l’inchiesta sulla sua latitanza si è fatta più stringente, con l’arresto dei suoi familiari, non è più tornato. Credo sia avvenuto nel 2015. Ma non ci siamo fermati. Con i colleghi Paolo Guido e Marzia Sabella, abbiamo ordinato l’arresto di un centinaio di persone della sua cerchia più stretta e sequestrato beni per milioni di euro: la strategia della terra bruciata». Ma lui era già lontano.

 

«Abbiamo fatto indagini anche all’estero. Ritenevamo che avesse rapporti stretti con alcuni personaggi in Gran Bretagna, che gli avrebbero messo a disposizione una casa. Abbiamo approfondito la pista grazie all’ottima collaborazione delle autorità inglesi, ma anche da lì non sono arrivati i risultati sperati». Nel 2015, Teresa Principato si convince che bisogna dare una svolta alla caccia: «Con carabinieri e polizia firmammo un protocollo per puntare su un solo l’obiettivo: lavorare insieme, senza più gelosie o rivalità».

Inizia subito un lavoro di squadra sul campo. «Il confronto e la condivisione di informazioni fra i migliori investigatori di polizia e carabinieri fece fare un balzo importante alle ricerche. Ma non durò a lungo. Poco a poco, qualcuno a Roma iniziò a osteggiare il gruppo. Fino a che non venne sciolto. Una grande occasione persa, perché credo che mettere insieme le conoscenze e i metodi delle due forze di polizia ci avrebbe consentito di arrivare alla cattura».

Come in tutte le storie italiane, le sorprese tuttavia non finiscono. «Il più grande impedimento arrivò dal mio procuratore, Francesco Messineo. Fece scattare un blitz della polizia nell’Agrigentino, per un racket delle estorsioni, quando avevo chiesto di temporeggiare, perché il Ros dei carabinieri aveva intercettato e fotografato il capomafia di Sambuca, Leo Sutera, mentre leggeva un pizzino importante. A giorni ci sarebbe stato un incontro a cui probabilmente avrebbero partecipato Messina Denaro e alcuni mafiosi palermitani. Sutera era il tramite. Il Procuratore mi chiese: “Ma sei sicura?”.

 

Volle anche risentire le intercettazioni. “Certo che sono sicura”, gli ripetevo. Ma Sutera venne arrestato dalla polizia e l’incontro saltò. Una vicenda che è finita davanti al Csm, che poi ha liberato Messineo da ogni addebito. Ma mi è rimasta una grande amarezza. Anche perché Sutera era il mafioso che anni prima aveva preso informazioni sulla strada che facevo da Trapani verso Caltanissetta, questo ha raccontato un collaboratore di giustizia. Volevano organizzare un attentato contro di me».

Talpe, sospetti, veleni. Una caccia all’uomo intossicata per troppi anni. Nonostante la strategia della “terra bruciata”. «E lui ha tratto beneficio da tutto questo. Perché lui analizza. Fa tesoro dei suoi segreti. È una persona colta, scrive bene, legge, si documenta.

È soprattutto un mostro di freddezza. Gli abbiamo arrestato i familiari più vicini, ma lui continua ad avere una cura maniacale della sua latitanza e molti mafiosi lo criticano pure per questa sua capacità di distacco. Di sicuro, ha fatto tesoro degli anni trascorsi alla macchia col padre, ma usa anche metodi moderni. Sono convinta che abbia usato i social per comunicare con la sorella Anna Patrizia e il nipote Francesco Guttadauro, che erano snodi fondamentali per il suo rapporto con il territorio».

Torna dunque la domanda, sempre la stessa: adesso Matteo dov’è? La procuratrice Principato ne è sicura: «Sa che c’è un’attenzione speciale dello Stato nei suoi confronti e per questo, sarà lontano. In ritiro chissà dove. Magari fa una vita normalissima. In attesa che cali l’attenzione degli inquirenti. E, lo conosciamo, starà già pensando al momento in cui potrà tornare».

Caro “Svetonio” ti scrivo
Il fantasma si racconta

Tutti parlano di Matteo, tutti sanno qualcosa di Matteo, tutti hanno una storia da raccontare su Matteo. Ma un giorno è Matteo che decide di raccontarsi, offrendo un volto inedito di se stesso in alcune lettere molto private che diventeranno inspiegabilmente molto pubbliche. Cita Orazio, l’Eneide, si infervora per Jorge Amado, ragiona su Toni Negri, prova una sconfinata ammirazione per Bettino Craxi. E, rassegnato, ammette di “essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto”, immedesimandosi in quel personaggio, di professione capro espiatorio, frutto della fantasia di Daniel Pennac.

 

Sono corrispondenze dall’altro mondo. Lui si firma “Alessio” e il suo interlocutore si fa chiamare “Svetonio”. È un fitto scambio epistolare quello fra il 2004 e il 2006 in cui Matteo si guarda allo specchio. Assai stravaganti (per non dire altro) sono anche le circostanze di questo carteggio fra Matteo-Alessio e Svetonio, che altri non è che un ex sindaco di Castelvetrano arrestato e condannato per traffico di stupefacenti.

Il suo nome è Antonio Tonino Vaccarino, proprietario dell’unico cinema della città, passione ereditata dal nonno che – dopo avere conosciuto a Parigi i fratelli Lumière – nel 1898 aprì la prima sala in Sicilia. Ma, oltre al cinema, Tonino ama il rischio: lavora per i servizi segreti. Ed entra in contatto con Matteo – non sappiamo esattamente come, neanche dopo tanto tempo – guidato dagli uomini del generale Mario Mori. «Da sempre sono un uomo dello Stato», è andato ripetendo in questi anni Svetonio.

 

Comunque siano andate le cose, di certo il latitante con Svetonio non parla di banalità e soprattutto gli affida la sua intimità. Le prime lettere partono da lontano con frasi di Amado adattate alla sua persona: «Non c’è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica». Fa considerazioni politiche: «Craxi fu l’unico politico di razza». E così Matteo ci fa scoprire Matteo. A tratti, sembra quasi rassegnato: «Io oramai vivo fuori dal mondo, e lo preferisco perché non mi riconosco più in questa ipocrita società… Non riesco a giudicarmi da me stesso, posso solo dire che fui sempre disponibile con tutti e con chiunque, non aspiro ad essere il migliore, in medio stat virtus, ci insegna Orazio…»

In altri momenti, ha un tono sprezzante: «In merito ad i singoli maestri purtroppo devo dirle che sono ormai una razza quasi estinta, ci sono in giro solo squallidi musicanti…». È sconfortato: «Non amo la vita… io non ci sono stato bene in questa terra… la mia vita è stata un guazzabuglio di sofferenze, delusioni, fallimenti». Ha un’altissima considerazione di sé: «Ancora si sentirà molto parlare di me». È sibillino: «Ci sono pagine della mia storia che si devono ancora scrivere».

 

E poi una rivelazione che fa di Matteo Messina Denaro un esemplare unico fra i religiosissimi boss di Cosa nostra che vivono fra santini e crocifissi, statue di Padre Pio e breviari: «Ci fu un tempo in cui avevo la fede. Poi, a un tratto, mi resi conto che qualcosa dentro di me si era rotta, mi resi conto di aver smarrito la mia fede, ma non ho fatto nulla per ritrovarla. In fondo ci vivo bene così. Mi sono convinto che dopo la vita c’è il nulla e sto vivendo per come il fato mi ha destinato». Una professione di ateismo.

Per uno che di scuola, per sua stessa ammissione, ne ha fatta poca, le lettere svelano una “cultura” e una sensibilità quantomeno diversa rispetto a quei mafiosi che nei loro messaggi parlano solo di “piccioli”, di affari, e di delitti.

Le ha scritte davvero lui o sotto dettatura di qualche amico che si è offerto di dare una forma colta al suo pensiero? Scoperta la corrispondenza, all’ex sindaco Vaccarino un giorno è stata recapitata una lettera non troppo rassicurante: «Lei ha buttato la sua famiglia in un inferno. La sua illustre persona fa già parte del mio testamento. In mia mancanza, verrà qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti. Firmato M. Messina Denaro». Una condanna a morte.

 

In realtà Tonino Vaccarino ha continuato a vivere tranquillamente a Castelvetrano. Continuando a frequentare gli amici del boss latitante, ha veicolato anche notizie riservate apprese da un colonnello della Dia che indagava proprio su Matteo. Vaccarino è stato arrestato un’altra volta: “Lavoro per lo Stato”, ha ripetuto. Ma non ha convinto, ed è stato condannato a sei anni. Un mistero nel mistero questo personaggio che ha voluto impadronirsi del nome del segretario dell’imperatore Adriano – scrittore latino vissuto a cavallo fra il primo e il secondo secolo dopo Cristo – per incastrare un grande boss. O, forse, Svetonio è solo un maestro del doppiogioco.

I misteri di Trapani e della sua provincia
Lì dove si trova “la mamma”

Ogni città del trapanese è una capitale di mafia. Verso il nord della provincia, se proprio non vogliamo ripetere sempre quella parola – mafia – diciamo che c’è la “tradizione”. Verso sud, ci sono misteri antichi e moderni. E in mezzo, che si protende indicibile nel mare, c’è Trapani.

Sarà un caso, ma le sue piazze e le sue strade sono state scelte – e non quelle della più famosa e internazionale Palermo – come set della prima Piovra di Damiano Damiani. Era il 1984 e il commissario Cattani (uno straordinario Michele Placido) sfidava da solo tutta la mafia tenendo con il fiato sospeso 15 milioni di telespettatori.

Qualche mese prima, avevano ucciso a Valderice il sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto che aveva scoperto magistrati corrotti nel suo Palazzo di Giustizia. Qualche mese dopo, un’autobomba mancò a Pizzolungo per un soffio il giudice Carlo Palermo ma fece saltare in aria una madre con i suoi due bambini. Poi l’agguato contro Mauro Rostagno, un giornalista che aveva capito tutto di Trapani, delle sue mafie e delle sue logge.

 

Le radici sono quelle. In Sicilia pochi sanno che il filosofo Giovanni Gentile è originario di Castelvetrano, ma tutti sanno che a Castelvetrano la mafia (con i soliti amici) ha fatto ritrovare morto il 5 luglio del 1950 Salvatore Giuliano, il bandito che scriveva al presidente Truman e voleva far diventare la Sicilia un’altra stella della bandiera degli Stati Uniti d’America.

Un po’ più su di Castelvetrano e in riva al mare c’è Marsala. Quando lì il procuratore capo era Paolo Borsellino disse a noi di Repubblica: «Qua ci sono sbarchi paragonabili a quello in Normandia e nessuno fa niente». Sbarchi di droga.

Risalendo la campagna trapanese verso l’interno, ecco Salemi e le sue montagne di gesso. Salemi patria dei cugini Nino e Ignazio Salvo, uomini d’onore ed esattori a capo di un impero che è stato per almeno un quarto di secolo il polmone finanziario della politica più collusa con Cosa nostra: Stefano Bontate, Giulio Andreotti, Salvatore Inzerillo, tutti nomi che sono dentro le pagine del romanzo nero siciliano.

 

E poi c’è l’altra parte della provincia, quella a nord. Prima viene Alcamo, poi Castellammare del Golfo. Alcamo è stato il regno dei fratelli Rimi, Filippo e Natale, imparentati con don tano Badalamenti di Cinisi e considerati negli Anni Sessanta e Settanta la “crema” della mafia siciliana. A pochi chilometri, una ripida discesa rotola verso Castellammare, città che dentro di sé ha l’aristocrazia mafiosa che ha fatto grande la mafia anche in America.

I Galante, i Playa, i Maggaddino, i Buccellato, i Bonanno. Tutti emigrati nel 1925 dall’altra parte dell’Atlantico e che poi hanno conquistato il vertice delle “cinque grandi famiglie” di New York.

Per scoprire l’alta mafia, dicevano i vecchi siciliani, bisogna partire da Castellammare del Golfo e attraversare l’isola fino al Mediterraneo «e là, alla fine del Valle del Belice, si troverà la mamma». La “mamma” è l’origine di tutto, alla fine della Valle del Belice c’è la Castelvetrano di Matteo Messina Denaro. E, non a caso, come viene chiamato dai suoi uomini Matteo? Viene chiamato “Testa dell’Acqua”.

Vacanze romane

Per capire davvero quali segreti custodisca Messina Denaro, c’è ora da tornare a un giorno di febbraio del 1992. L’appuntamento è per le 15, alla Fontana di Trevi. Confuso fra i turisti, Matteo è un po’ in anticipo. Ha occhiali Ray-Ban, foulard e l’immancabile sigaretta Merit fra le dita.

Guarda le vetrine di un negozio di abbigliamento: gli piacciono le giacche e le camicie firmate. Ha potuto metterne poche nel bagaglio leggero che si è portato da Palermo in un lungo viaggio in auto. È arrivato proprio quella mattina, su una Fiat Uno Diesel colore azzurro guidata da Renzino Tinnirello, mafioso tra i più fidati del gruppo Graviano, del quartiere Brancaccio.

Alla Fontana di Trevi arriva anche Giuseppe Graviano, un altro dei “ragazzi” nel cuore di Totò Riina, anche lui figlio d’arte, appena 29 anni ma con un robusto curriculum da sicario. Giuseppe, che i suoi chiamano “Madre Natura”, è già un ricercato. Matteo, invece, è praticamente uno sconosciuto.
Giuseppe Graviano è arrivato in treno nella Capitale, con il fidato Fifetto Cannella.

Amunì”, andiamo, gli dice Matteo. Sono già le 15, e il lavoro che li aspetta è tanto. Ma all’appuntamento mancano ancora altri due giovanotti appena giunti anche loro da Palermo. Hanno preso l’aereo e poi hanno affittato un’auto a Fiumicino, una Y10 bianca. Sono Vincenzo Sinacori e Francesco Geraci.

Per loro ha garantito Messina Denaro, assicurando a Riina che sono persone di cui ci si può fidare ciecamente. Uno fa il sicario, l’altro è un affermato grossista di gioielli di Castelvetrano, la città di Matteo, dove aveva avuto problemi con le rapine, e per questo aveva chiesto protezione alla famiglia. Mettendosi poi a disposizione. Per gratitudine.

Geraci accompagna Matteo quando deve andare ad ammazzare qualcuno. A Roma, l’hanno portato perché ha una carta di credito American Express nel portafoglio. Così può affittare un’auto senza problemi. Un giorno, Messina Denaro gli aveva detto: «Francè, un amico vuole regalare alla fidanzata una parure da cento milioni di lire. Provvedi subito, i soldi te li do io».

E il gioielliere aveva consegnato la parure nel giro di pochi giorni. Era un regalo di Giuseppe Graviano alla sua donna, Bibbiana Galdi. Qualche giorno dopo, il boss palermitano aveva fatto avere i soldi a Matteo Messina Denaro, che li aveva rifiutati. «Noi siamo amici inseparabili», aveva tagliato corto.

 

Gli “inseparabili” hanno una missione a Roma. Qualche giorno prima si sono riuniti tutti a Palermo, in casa di Salvatore Biondino, mafioso di peso di San Lorenzo. E lì u’ zu Totò, Salvatore Riina, ha ribadito le cose da fare. Quelle che aveva già comunicato in una riunione dell’ottobre precedente, in una villa nel cuore delle campagne di Castelvetrano. Lo racconteranno in seguito Geraci e Sinacori quando, arrestati, diventeranno collaboratori di giustizia.
A Roma devono pedinare e uccidere Giovanni Falcone, che da qualche mese lavora al ministero della Giustizia come direttore degli Affari Penali.
Ecco cosa devono fare.

«È arrivato il momento», aveva sentenziato Totò Riina. Prima il giudice Falcone. E poi, il giornalista Maurizio Costanzo, che si era permesso di dire che i padrini ricoverati in ospedale erano in perfetta salute e dunque degli impostori. Totò Riina, in quei primi mesi del ’92, sembra non volersi fermare più: «Loro vogliono fare la Super Procura? E noi facciamo la Super Cosa». Si affida ciecamente a Giuseppe Graviano e a Matteo Messina Denaro.

 

Per questo quei due sono a Roma, davanti a Fontana di Trevi. Sono armati con pistole nuove di zecca, 357 Magnum. Un camion con altre armi ed esplosivo è partito da Mazara un paio di giorni prima, il carico è stato nascosto nello scantinato di un condominio di via Alzavo 20, zona Casilino, a Roma. Qui abita un vecchio amico di Matteo, Antonio Scarano. Il boss trapanese gli ha fatto consegnare da Geraci 20 milioni di lire per affittare un appartamento nel quartiere Parioli, anche se, alla fine, la compagnia si è sistemata in periferia, in via Martorelli 41, a Torre Maura.

Messina Denaro e Scarano si danno appuntamento al centro commerciale “Le Torri” di via Parasacchi, a Tor Bella Monaca, per discutere i dettagli. Mentre davanti alla Fontana di Trevi, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano sanno che devono fare in fretta. Un gruppo di quei siciliani arrivato a Roma – la soffiata l’hanno ricevuta direttamente da Totò Riina – va nel quartiere Prati, in via dei Gracchi. E si apposta, per studiare il territorio, davanti al ristorante “Il Matriciano”.

È un locale, secondo le informazioni dello zio Totò, che il giudice Falcone frequenta abitualmente. Ma non è un’informazione corretta. Qualcuno ha confuso i luoghi o, più verosimilmente, i piatti della tradizione romana: il giudice mangia spesso a “La Carbonara” di Campo De’ Fiori e non al “Matriciano”.
Decidono di sorvegliare anche la “Sora Lella”, un ristorante sull’isola Tiberina e pure il bar Doney in via Veneto. Fingeranno di essere turisti.
Armati, aspettano il giudice Falcone.

Il capomafia ribelle
E un’esecuzione “necessaria”

La trasferta romana non dura a lungo. «Appena dieci giorni», ricostruirà il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci, che ha portato Matteo Messina Denaro a giudizio per le stragi Falcone e Borsellino. Neanche il tempo di fare un po’ di shopping e frequentare i locali più alla moda, fra un pedinamento e l’altro. Perché, all’improvviso arriva il contrordine di Totò Riina: «Dovete scendere, a Palermo ci sono cose più grosse per le mani». C’è Capaci.

 

C’è la strage che Giovanni Brusca e la squadra di sicari che guida porteranno a termine il 23 maggio. A Palermo, i capi di Cosa nostra brindano per la morte di Falcone. Nel cuore della provincia di Trapani, nel regno di Messina Denaro, c’è invece malumore. E c’è un boss di grande carisma che non ha remore a esprimere i suoi dubbi sulla scelta stragista di attacco allo Stato. Si chiama Vincenzo Milazzo, è di Alcamo, padrino giovane ma di una dinastia di vecchia mafia, almeno quanto quella dei Messina Denaro.

«Aveva davvero una forte personalità», racconterà il pentito Gioacchino La Barbera, uno dei sicari che vennero incaricati di uccidere Milazzo. Lo invitano in un casolare per una “mangiata” e poi gli sparano un colpo alla testa. Ma non basta. Fra il 14 e il 15 luglio, pochi giorni prima della strage Borsellino, strangolano anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo.

Con la mafia non c’entrava nulla. Aveva 23 anni, faceva la maestra, ed era incinta di tre mesi. I Corleonesi la condannano a morte facendo sapere che è al corrente di tutti – proprio tutti – i segreti di Milazzo. E che ha un parente nei Servizi segreti: un pezzo grosso, un generale.Una storia che diventa ancora più misteriosa quando nel 1998, viene arrestato l’autista di Milazzo.

Si chiama Armando Palmeri e così ricorda gli ultimi mesi di vita del suo capomafia: «Mi chiese un giorno di accompagnarlo a una serie di incontri con due personaggi che mi indicò come appartenenti ai servizi segreti. Tre incontri avvenuti nel 1992, a distanza di un mese l’uno dall’altro. L’ultimo, se non erro, si svolse una decina di giorni prima della sua scomparsa». Aggiunge: «Mi confidò che erano persone che conosceva già da tempo. Le prime due riunioni avvennero nelle prime ore del pomeriggio, mentre la terza in ore serali. Io da lontano li guardavo con il binocolo».

 

Milazzo aveva confidato molte cose al suo autista: «Gli venne proposto di adoperarsi per la destabilizzazione dello Stato: una finalità da perseguire attraverso atti terroristici da compiere fuori dalla Sicilia. Ma Milazzo era contrario a queste cose. Diceva che non avrebbero portato nessun vantaggio a Cosa nostra. Anzi, avrebbero portato a una dura reazione dello Stato».

Alla ricerca di tracce per individuare quegli uomini, i magistrati di Caltanissetta hanno verificato se, effettivamente, Antonella Bonomo avesse un parente nei servizi segreti. E ne hanno avuto riscontro. Si tratta di un generale dei carabinieri, che aveva allora un incarico al Sisde. Convocato dai pubblici ministeri, il generale ha negato di avere avuto mai contatti con la giovane donna e il suo compagno mafioso.

Allora, cosa c’è davvero dietro quell’esecuzione del boss Milazzo organizzata con tanta fretta? C’è chi dice che quello della morte del boss di Alcamo sia un altro dei segreti che, dopo quasi trent’anni, garantisca la latitanza di Matteo Messina Denaro.

La trattativa a suon di bombe

C’è un’altra data ancora che aiuta a comprendere perché Matteo Messina Denaro sia diventato il boss che oggi conosciamo: il giorno della cattura del suo padrino Salvatore Riina. La mattina del 15 gennaio 1993 Matteo Messina Denaro è arrivato di buon mattino a Palermo, accompagnato dal fidato Vincenzo Sinacori per partecipare a una riunione importante con gli altri fedelissimi del capo dei capi. Come sempre, Matteo è l’unico che arriva da fuori provincia. Ma è ormai un pezzo fondamentale della “Super Cosa” con cui Riina si è messo in testa di muovere guerra allo Stato.

Nel 1993, le breaking news non le porta ancora Internet, ma la televisione e così è anche per l’arresto di Riina. Salvatore Biondo avverte Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera. «È successo qualcosa di brutto», sussurra al telefono. Brusca corre a nascondersi nell’officina di Michele Traina, a Falsomiele. Intanto, Leoluca Bagarella, il cognato di Riina, parla con i suoi e sbotta: «Meno male che non l’hanno seguito. Altrimenti avrebbero arrestato pure Messina Denaro, Graviano, Biondo e tutti gli altri».

In effetti quella mattina si sarebbe dovuta tenere una riunione della Commissione provinciale, la Cupola di Palermo. E, probabilmente, i capi dovevano discutere e pianificare altri attentati dopo l’uccisione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. La cattura di Riina è in ogni caso un terremoto per Cosa nostra. Messina Denaro lascia Palermo in tutta fretta. La mafia siciliana comincia ad essere avvelenata da sospetti pesanti: chi ha tradito lo zio Totuccio? E adesso chi prenderà il suo posto? Chi sta tramando contro la strategia dei “falchi” dell’organizzazione?

 

I “falchi” sono Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Giovanni Brusca. L’ala stragista, insomma. Bernardo Provenzano, da sempre l’alter ego di Riina, invita tutti “a un momento di riflessione”. E questo gli guadagna il sospetto di essere il “regista” dell’arresto di Riina.

A sostenere le posizioni “moderate” di Provenzano ci sono Pietro Aglieri di Santa Maria di Gesù, Benedetto Spera e Nino Giuffrè che sono capi nella provincia palermitana. C’è poi un terzo schieramento, quello degli attendisti: Salvatore Cancemi di Porta Nuova, Raffaele Ganci della Noce; Michelangelo La Barbera di Boccadifalco. Dentro Cosa nostra si apre un “dibattito”.

Bagarella, tuttavia, in ragione dell’illustre parentela con Riina, si sente già investito della successione. Progetta nuove stragi e valuta anche di dare corpo al sogno che da sempre appassiona Cosa nostra: separare la Sicilia dal resto dell’Italia per annettersi agli Stati Uniti. Bagarella ne parla con Messina Denaro proprio mentre un vecchio uomo d’onore siculo-americano, Rosario Naimo, si nasconde in provincia di Trapani.

Matteo ha bisogno di sapere se Cosa nostra americana è d’accordo. «Ma la risposta non fu buona – ha ricordato Sinacori, che oggi è ormai un collaboratore di giustizia – Naimo disse che il progetto era assolutamente “fuori tempo”..». Bagarella prova comunque a battezzare un suo personale movimento autonomista, che chiama “Sicilia Libera”.

Anche se il vero obiettivo resta un altro. Il primo aprile del 1993, i “falchi” convocano una riunione. Non è la Cupola, perché solo Riina potrebbe raccogliere intorno a un tavolo i capi mandamento. Ma è comunque un incontro importante. In una villetta fuori Bagheria, poco distante dall’Hotel Zagarella, arrivano Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano.

Il vecchio Provenzano, invece, non si fa vedere. Il segno chiarissimo che non vuole altre bombe. Tuttavia, la decisione è presa. Si andrà avanti con la strategia stragista. E qualcuno – non è ancora chiaro chi – ne suggerisce gli obiettivi. «A metà maggio, Matteo mi mostrò un libro che raffigurava gli Uffizi», racconterà Sinacori.

Il 14 di quel mese, i killer di Palermo sono a Roma e provano ad uccidere Maurizio Costanzo, con l’esplosivo che Matteo Messina Denaro aveva fatto arrivare nella Capitale nella primavera del 1992. Il 27 maggio, scoppia la bomba che sventra il cuore di Firenze, uccidendo Fabrizio Nencioni, ispettore dei vigili urbani, e la moglie Angela Fiume, custode dell’Accademia dei Georgofili, insieme alle loro figlie.

Nadia aveva nove anni, Caterina meno di due mesi. L’incendio innescato dall’esplosione uccide anche lo studente universitario Dario Capolicchio che ha ventidue anni. Il gruppo di fuoco è arrivato dalla Sicilia. Ma, ancora oggi, non tutto è chiaro di quel massacro.

Appena qualche mese fa, da un archivio dei carabinieri di Firenze, è riemerso l’identikit di una misteriosa donna. E c’è anche il racconto di un testimone che ha già aperto un nuovo filone nelle indagini sui complici dei mafiosi nelle stragi 1993. Età 25 anni circa, corporatura magra, capelli scuri, corti e lisci, alta circa 1,70».

 

Tre giorni dopo la bomba che devasta un’ala degli Uffizi, il portiere di un palazzo del centro racconta che, poco prima dell’esplosione, è stato svegliato dalle voci di due giovani che tentavano di aprire a spallate il portone dello stabile. Avevano perso qualcosa: una busta gialla.

Da una finestra, il portiere vede i due giovani e un’auto da cui scende una donna che indossa un tailleur scuro. Poco più in là, un Fiorino bianco, come quello poi saltato in aria in via dei Georgofili. «La donna pronunciò una bestemmia e disse ai due giovani, che tenevano un borsone: “Ci vogliamo muovere o no?”…».

Quel verbale, con allegato “Fotofit”, l’ha scoperto in una caserma dei carabinieri di Firenze un consulente della commissione parlamentare antimafia, il magistrato Gianfranco Donadio, oggi procuratore di Lagonegro. Negli anni passati, Donadio, come sostituto della procura nazionale antimafia, ha scavato nei misteri delle stragi. All’epoca, il “Fotofit” della donna era stato subito trasmesso alla Procura di Firenze, ma non venne mai diffuso.

E neanche il testimone fu mai ascoltato. «Mi è sembrato sempre molto strano», ha detto lui, oggi settantenne, convocato dalla commissione antimafia in trasferta a Firenze. In quei primi mesi del 1993, intanto, Matteo, ufficialmente, per così dire, è latitante a Palermo.


I complici

I segreti di quei giorni del 1993 hanno abituato Matteo Messina Denaro a una cura maniacale delle sue relazioni, sempre più riservate, sempre più orientate verso lucrosi affari. Perché nella Seconda Repubblica nata dopo le bombe, è il business, più della politica, il vero terreno di incontro. E lui, che è diventato un fantasma, ha sempre tanti grandi imprenditori (spesso venuti dal nulla) che curano i suoi interessi.

 

L’ultimo manager che polizia e carabinieri seguono si chiama Mimmo Scimonelli e ha 53 anni. Quando non si aggira fra masserie diroccate e vigneti di Mazara del Vallo per nascondere l’ultimo pizzino del superlatitante, gestisce tre supermercati Despar fra Partanna e Gibellina. Ma è spesso in viaggio: fra Roma, Bologna, Milano e la Svizzera. Scimonelli ha una passione per il vino.

La sua azienda, la “Occhio di sole” di Partanna, può fregiarsi di alcuni importanti riconoscimenti al Vinitaly, per il Cataratto Chardonnay “Il Gattopardo-La Luna” 2009 e per il Syrah “Zu’ Terzio” 2008. Fino a quando, arrestato, non lo condannano all’ergastolo anche quale mandante di un omicidio.

E tuttavia, dal giorno dell’arresto, nell’estate del 2015, non proferisce sillaba. Paura di Matteo Messina Denaro. Che, nel frattempo, è diventato un brand di successo. Negli ultimi cinque anni, il suo “valore” raggiunge quasi 6 miliardi di euro, perché a tanto ammontano i sequestri giudiziari di beni a lui riconducibili, direttamente o indirettamente. Sul suo territorio, in provincia di Trapani. E fuori dalla Sicilia.

Ecco perché l’internazionalizzazione degli affari lungo il confine mafioso, porta lontano anche le ricerche di Messina Denaro. Qualche anno fa, i magistrati della procura di Palermo e gli investigatori della Dia seguono le tracce del padrino in una delle società in Lussemburgo gestite da Vito Nicastri, l’elettricista di Alcamo che nel giro di vent’anni è diventato il “re” dell’energia eolica.

I “pali”, un altro settore strategico della holding Messina Denaro. Quasi una fissazione, come diceva Riina intercettato in carcere: «Questo signor Messina, questo che fa il latitante, sempre ai pali pensa (i pali eolici – ndr). Pensa ai pali per fare soldi e non si interessa a noi».

Totò Riina vorrebbe un erede più aggressivo e meno imprenditore. Ma il brand Messina Denaro ha ormai segnato il mercato. È diventato un’incredibile macchina da soldi. Affidata alle cure dell’ennesimo self made man, Giuseppe Grigoli, il “re” dei Despar della Sicilia Occidentale. Il “paesano mio”, come lo chiama nei pizzini. Che lui protegge. Protegge come ogni suo “prestanome”, la sua vera ricchezza.

L’amore

Per una bizzarra coincidenza di eventi (e di voci) mai si è saputo così tanto, nella secolare storia di Cosa nostra, della vita amorosa di un capomafia. Sarà anche un po’ leggenda, o per il ricordo “epico” che ne conservano certi suoi compaesani quando – vanitoso, vanitosissimo – da ragazzo andava in giro per Castelvetrano come un manichino tutto firmato, sta di fatto che Matteo ha sempre goduto fama di sciupafemmine.

I racconti si sprecano. E, probabilmente, verità e finzione si confondono fino al punto di renderle indistinguibili. Però, qualche indizio che porta il boss decisamente fuori dagli schemi classici del mafioso – moglie, figli, una sola famiglia, niente amanti “perché è poco morale” – c’è ed è anche documentato dalle inchieste giudiziarie.

Se una ragazza ha fatto perdere la testa a Matteo quella è stata “Asi”, Andrea Haslehner, un’austriaca che ogni anno con i primi caldi estivi scendeva da Vienna in Sicilia per lavorare alla reception dell’hotel “Paradise Beach” di Selinunte. Bellissima, colta (in seguito si specializzerà in Germanistica e in Romanistica), parlava inglese e francese, russo, spagnolo e naturalmente italiano.

 

«Era bionda, con gli occhi azzurri, alta circa un metro e settanta, aveva vent’anni», racconta Francesco Geraci, uno del giro di Matteo che si è poi pentito. La relazione con “Asi” è iniziata intorno al 1988 ed è finita nel 1993. Estati nei lidi di Marina di Selinunte, inverni in Austria con il boss che l’andava a trovare a Vienna. C’è però un altro uomo che si è invaghito della ragazza: Nicola Consales, il vicedirettore del “Paradise Beach”. E per questo il suo destino è segnato: viene fatto fuori a colpi di pistola dagli scagnozzi di Matteo la sera del 21 febbraio 1991.

In quegli anni non c’è solo “Asi”. Perché gli altri amori del boss sono nei “pizzini” che vengono ritrovati nei covi in cui si nasconde. È alla vigilia della sua latitanza, infatti, che scrive a Sonia M., una ragazza di Mazara del Vallo: «Devo andare via e non posso spiegarti ora le ragioni di questa scelta. In questo momento le cose depongono contro di me. Sto combattendo per una causa che oggi non può essere capita. Ma un giorno si saprà chi stava dalla parte della ragione..».

Tra il 1995 e il 1996, nei suoi primi anni in fuga, sono due le donne che segnano la sua vita. Una è Franca Alagna. Che, il 17 dicembre del 1995, partorisce una bella bambina. È figlia di Matteo. Ma porta il cognome della madre, anche se Franca va a vivere insieme alla figlia nella casa di Lorenza Santangelo, la madre del boss. La bimba prende il nome della nonna: Lorenza. È un rapporto molto difficile quello fra padre e figlia. Scrive un giorno Matteo al solito amico “Svetonio”: «Le confido una cosa intima, gliela confido con l’affetto di un figlio; veda, io non conosco mia figlia, non l’ho mai vista, il destino ha voluto così…».

 

La convivenza in casa della nonna si fa complicata e Franca Alagna se ne va. Qualcuno dice che Lorenzina abbia rinnegato il padre. Ma non è così. È piuttosto un problema di “comunicazione”, come fa sapere – in una chiacchierata captata dagli investigatori – la nonna a Salvatore, il fratello di Matteo:
«Devi dire a tuo fratello che ha una figlia che a dicembre ha compiuto 11 anni e che è arrivato il momento che qualcosa pure a lei scriva, perché adesso la ragazzina inizia a fare domande sul padre, inizia a capire e lui non può continuare a ignorarla come ha sempre fatto». Pragmatico, Salvatore risponde: «Si vede che nel posto in cui si trova non può scrivere, non può mandare nulla».

Del resto, appena un anno dopo la nascita di Lorenzina, il boss ha già un’altra fidanzata. È Maria Mesi. Ha tre anni meno di lui, sembra però ancora più giovane. È innamoratissima. Gli fa regali. Profumi e videogiochi di ultima generazione, quelli che saranno trovati nel covo di Aspra. Maria lavora in una piccola azienda che commercializza pesce di proprietà dei Guttadauro (boss imparentati con Matteo). Spedisce messaggi d’amore: «Vorrei stare sempre con te, ho pensato molto al motivo per cui non vuoi che viva con te e credo di averlo finalmente capito…Ti amo e ti amerò per tutta la vita, Tua per sempre Mari…».

 

Dalle carte, raccolte anno dopo anno e inchiesta dopo inchiesta dal pool che dà la caccia al superlatitante, salta fuori anche un’altra Francesca. Di lei si sa poco: che la frequentazione con Matteo era stata breve. Che non lo vedeva più dal maggio del 1993 (un mese prima che il boss diventasse ufficialmente un ricercato). Che intorno al 1995 aveva ricevuto un suo messaggio scritto, consegnatogli da un certo Giovanni Agate.

Donne, tante donne. L’ultima, anche lei naturalmente bellissima, viene avvistata in un giorno imprecisato di un anno imprecisato a Valencia, in Venezuela. È in compagnia di Matteo, dall’altra parte del mondo. Vero o falso?

Tutto si mischia nel romanzo nero di Matteo. Anche la fantomatica presenza di un figlio maschio. Ogni tanto qualcuno ne parla, nelle conversazioni registrate da microspie nelle case fra Castelvetrano e Partanna, fra Campobello di Mazara e Trapani. Sarebbe nato fra il 2004 e il 2005, madre sconosciuta. Una cosa si può azzardare: se questo figlio esiste veramente, si dovrebbe chiamare Francesco. Come tradizione impone: come il nonno.


Castelvetrano, la famiglia
e 30.893 abitanti meno uno

L’ultima volta che siamo entrati alla Badìa, il quartiere di Castelvetrano dove vivono i Messina Denaro, di nuclei familiari con quel cognome ne abbiamo contati diciannove. Tutti in una sola strada intitolata all’eroe risorgimentale Alberto Mario, e dove Matteo (ufficialmente) non mette più piede dal giugno del 1993. Tant’è che un paio di anni fa, in occasione dell’ultimo censimento, al suo unico domicilio noto – appunto via Alberto Mario 51/5 – i messi comunali cancellarono dall’elenco dei residenti “Messina Denaro Matteo fu Francesco nato il 26 aprile 1962”.

 

Castelvetrano, dunque. 30.893 mila abitanti meno uno: lui. O così almeno sembra, visto che da più di un quarto di secolo lì non l’hanno mai trovato.
In via Alberto Mario, non ci sono più neanche alcuni familiari che, da molti anni, sono ospiti delle case di reclusione italiane. Ce ne sono altri invece, di Messina Denaro, che portano quel cognome ma tengono tanto a far sapere «che loro sono quelli buoni».

C’è mezza provincia che fa il tifo per Matteo. Lo hanno consacrato a mito e – paradosso – in famiglia litigano e si dividono su di lui. In realtà le cose appaiono un po’ più complicate. La famiglia, che nelle comunità mafiose di solito è il punto di forza del boss, nel caso di Matteo si è rivelata il lato debole. Forse anche per questa ragione Matteo Messina Denaro non è più passato da via Alberto Mario 51/5. Perché non è quello che si dice un rifugio sicurissimo.

Intanto, ha avuto cognati che gli hanno dato grattacapi a non finire. Uno è Gaspare Como. L’altro, Rosario Allegra. Tutti e due avevano la pessima abitudine, da sempre, di pronunciare il suo nome invano. Per farsi gli affari loro. Cominciamo da Gaspare Como, marito di Bice, una delle sorelle del latitante (l’altra si chiama Patrizia, la terza Giovanna, la quarta Rosetta che è anche la più grande), commerciante di abbigliamento che da un po’ ha lasciato Castelvetrano e si è trasferito a Caltanissetta. Probabilmente, per leccarsi le ferite.

Qualche tempo prima di lasciare il paese, Gaspare è stato pestato a sangue. Naturalmente, non ha fatto denuncia ai carabinieri o alla polizia, naturalmente non si è presentato al pronto soccorso. Ma le voci a Castelvetrano corrono. E sono particolarmente veloci quando riguardano i Messina Denaro.
Chi ha osato malmenare e pure pesantemente il cognato di Matteo? E perché? Gli investigatori non ci hanno messo molto ad arrivare a una sola conclusione: «Soltanto Matteo ha potuto farlo, nessun altro, a meno che non sia qualcuno pazzo da legare».

L’altro cognato, Rosario Saro Allegra – marito di Giovanna e anche lui commerciante di abbigliamento, che è morto l’anno scorso – gliene ha combinata una davvero grossa. Ha promesso voti al fratello di una candidata alle elezioni regionali in cambio di 60 mila euro. Le microspie dei carabinieri hanno scoperto tutto. Anche l’imbroglio. Allegra ha preso la “stecca”, ma non si è mosso per far avere un solo voto alla signora. Il mediatore dell’operazione, a quel punto, è andato a Palermo dai Guttadauro, protestando vivacemente con il nipote prediletto di Matteo, Francesco.

Le registrazioni delle conversazioni sono significative: «Abbiamo preso Saro Allegra, lo abbiamo messo sulla macchina e lo abbiamo portato in campagna». A quel punto, Francesco Guttadauro inizia l’interrogatorio: «Com’è questo fatto dei soldi e dei voti che gli dovevi portare?». E rimprovera Saro: «Tu metti la faccia della nostra famiglia, ed andiamo a fare questa gran brutta figura a Castelvetrano… Ora tu gli restituisci i soldi». Matteo non ha gradito.
Avere in famiglia uomini senza parola fa perdere prestigio e potere. Le liti in famiglia si sa sempre come iniziano ma non si mai come finiscono. Quelle in casa dei Messina Denaro, prima o poi potrebbero tracimare.

E poi c’è la “questione” di Lorenza, la figlia di Matteo. Per qualche tempo, lì alla Badìa, c’è un via vai di motorini e di liceali che fanno casino sotto la casa di Matteo. Tutti ad aspettare Lorenzina. Feste, fidanzatini, gite, minigonne. Uno “scandalo”. Con lei, appena diciassettenne e figlia ribelle che frequenta lo “Scientifico”, sempre più esuberante. Un giorno arriva anche a dire che «quell’uomo» – il padre – non ha alcun diritto sulla sua vita perché non lo ha mai visto in faccia.

Nonna Lorenza e zia Patrizia fanno una scenata alla ragazzina. E Lorenzina e sua madre se ne vanno via da via Alberto Mario, trovando un tetto dai nonni materni. Ma non c’è mai stata pace in famiglia, perché c’è stata anche la “vergogna” di un pentito. Accade nel 2013, con il marito di una cugina di Matteo: Lorenzo Cimarosa, un imprenditore agricolo. Un vero terremoto. Cimarosa, che è morto nel 2017, ha per giunta raccontato un po’ di dettagli sugli amici di Matteo e sui suoi affari. Un brutto segnale.

Legate da fedeltà assoluta a Matteo sono rimaste solo le quattro sorelle e il fratello Salvatore. E naturalmente la madre che, alla parete del salotto di casa, ha appeso un grande quadro. Un pezzo unico. Un maxi ritratto di suo figlio in stile Andy Warhol.

L’estate delle stragi

Si sentiva così al sicuro Matteo Messina Denaro che se ne andava addirittura in vacanza, in giro per l’Italia, mentre le bombe esplodevano. Dopo i cinque morti di Firenze, il 27 maggio, altri cinque morti a Milano, in via Palestro il 27 luglio. Il giorno dopo, esplosioni a Roma, a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro.

Mentre gli uomini di Cosa nostra eseguono il mandato, gli strateghi di quella campagna di morte se la spassano a Forte dei Marmi. Matteo Messina Denaro è con Giuseppe e Filippo Graviano, fidanzate al seguito. In quel momento, Matteo ha una relazione con l’austriaca Andrea Haslnher. Per luglio e agosto la compagnia ha affittato una villa in via Salvatore Allende, a ottocento metri dal mare.

Matteo si fa chiamare Paolo. Filippo e Giuseppe Graviano sono Filippo e Tommaso Militello, degli allegri siciliani che hanno pure il tempo di farsi mandare due biciclette da Palermo con un corriere espresso. Poi arriva anche il terzo fratello Graviano, Benedetto, con la fidanzata, la sorella e la cugina della fidanzata. Vacanze di grande relax, mentre l’Italia è ripiombata nel terrore. Una mattina fanno una gita a Milano, per un po’ di acquisti da Versace.

Qualche giorno lo trascorrono ad Abano Terme. Altri a Rimini. Graviano e Messina Denaro sono davvero inseparabili. Condividono il passato, il presente e immaginano un futuro. «Perché le bombe servono a trovare qualcuno con cui dialogare», ragionano. I “falchi” di Cosa nostra sono insomma convinti che quella sia la strada.

Al ritorno a Palermo, c’è una riunione in un villaggio turistico nella zona di Cefalù. Intorno a un tavolo, si ritrovano Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano. Si discute di colpire un collaboratore di giustizia. Poi, all’improvviso, arriva un politico amico dei Graviano, il senatore Dc Vincenzo Inzerillo. Lo ricordate, il senatore su cui aveva indagato il commissario Germanà? Bene, ora è alla riunione con l’ala stragista di Cosa Nostra.

 

«Matteo mi fa segno di uscire dalla stanza – racconterà poi Sinacori – E sulla via del ritorno verso Trapani mi disse che quello era il senatore Inzerillo. Sosteneva che con le stragi non si sarebbe concluso niente, e che si doveva agire in altro modo». Suggeriva «la costituzione di un nuovo partito politico». C’era già in ballo “Sicilia Libera”, l’idea che piaceva a Bagarella.

Ma i Graviano insistevano per un altro attentato, contro un pullman pieno di carabinieri. Erano i giorni in cui Giuseppe Graviano diceva al fidato Spatuzza, al bar Doney di via Veneto, a Roma: «Abbiamo il Paese nelle mani», facendo riferimento a Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri. Però, il tempo dei Graviano stava già scadendo. A gennaio 1994, i fratelli Graviano saranno arrestati a Milano.

Nel giugno 1995, toccherà a Leoluca Bagarella. L’anno successivo, a Giovanni Brusca, che deciderà subito di collaborare con la giustizia. Solo Matteo e i suoi segreti delle stragi saranno sepolti. Solo Matteo resterà un fantasma.

 

Fonte:https://rep.repubblica.it/

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