I pentiti: la più grande arma del pool contro Cosa Nostra

I pentiti: la più grande arma del pool contro Cosa Nostra

06 Aprile 2020

di Stefano Baudino
I magistrati del pool di Palermo tentarono di indagare sui rapporti tra mafia ed ambienti imprenditoriali e politici per mezzo delle rivelazioni dei pentiti, prime tra tutte quelle di 
Tommaso Buscetta (in foto), il quale successivamente racconterà il suo difficile ruolo nella stagione di quegli interrogatori: “A Falcone chiesi scusa di non aver detto tutto e principalmente della politica. Io di politica non volevo parlare per nessuna ragione. E quando Falcone si avvicinava ai Salvo dovevo parlare di politica. Cercai di sottrarmi persino di fronte alle telefonate che provavano che ero stato ospite a casa loro. Allora fui costretto a parlare, limitandomi però a raccontare il lato mafioso della vicenda. […] Da volpone qual era, per i primi mesi della collaborazione Falcone, sulla mia vita, sorvolò. Mi fece parlare a ruota libera su tutto quel che riguardava gli altri. Si era riservato di fare l’avvocato del diavolo all’ultimo per mettermi in croce. E alla fine lo fece, costringendomi a parlare dei miei contatti personali. A quel punto, non avendo scelta, risposi alle sue domande”. L’impresa era davvero ardua, ma Falcone ci provò con tutte le sue forze. I freni inibitori di Buscetta riguardo alle connessioni tra mafia e politica, come vedremo, verranno meno proprio all’indomani della morte di Falcone e Borsellino, quando il pentito si convinse che fosse arrivato il momento di parlare una volta per tutte dei rapporti, che venivano portati avanti in particolare grazie al tramite di Salvo Lima e dei cugini Salvo, tra Cosa Nostra e il Governo centrale.

Le rivelazioni che Buscetta fece al giudice Falcone furono integrate dalle informazioni fornite da Antonino Calderone, fratello minore di quel Giuseppe Calderone ucciso nel 1978, da Salvatore Contorno, esperto trafficante di eroina e uomo di fiducia del boss Stefano Bontate fino alla sua uccisione per mano dei corleonesi e da Francesco Marino Mannoia, il quale si occupò, sempre sotto il regno del Principe di Villagrazia, della raffinazione dell’eroina. Al fine di raccogliere una serie importante di elementi di prova sulla base delle asserzioni dei mafiosi che avevano deciso di collaborare con la magistratura, il pool si avvalse del meccanismo della convergenza del molteplice, il quale prende forma nel momento in cui le dichiarazioni dei diversi pentiti, che sono rese in maniera tra di loro completamente autonoma e slegata, risultano coincidenti e dunque attendibili. Nel momento in cui Falcone e gli altri giudici istruttori del pool di Palermo cominciarono ad accumulare, proprio grazie alle preziosissime rivelazioni dei pentiti, numerosissime informazioni sulle connessioni tra Cosa Nostra, il potere economico e imprenditoriale e quello politico, una enorme quantità di fango verrà buttata loro addosso dalla gran parte dell’establishment giornalistico e politico italiano, oltre che da quel pezzo della magistratura che accusava i giudici istruttori, e in particolare proprio Giovanni Falcone, di “protagonismo giudiziario”. Insomma, finché ad essere sotto la lente di ingrandimento dei magistrati è l’ala militare di Cosa Nostra tutti tifano per una giustizia rapida ed efficace, ma quando il mirino si sposta verso l’universo politico-istituzionale italiano le barriere erette contro la Procura di Palermo da parte dei pezzi da novanta sono davvero altissime. In ogni caso, la presenza di una associazione criminale dotata di una struttura gerarchica chiamata Cosa Nostra, al lordo delle sue tante diramazioni, dei rapporti di forza tra i boss che la governavano e dei fatti salienti che ne avevano caratterizzato la storia decennale, era ormai una certezza assodata anche e soprattutto grazie al lavoro del pool sulle parole dei pentiti. L’intenzione era anzi quella di andare, rischiosamente, anche molto oltre.

Per effetto delle deposizioni di Buscetta e degli altri pentiti che avevano seguito il suo esempio, la Cupola, alla quale erano state inflitte numerose perdite, aveva subito un durissimo colpo. Cosa Nostra, dunque, reagì violentemente contro i pentiti, andando a punirli attaccando direttamente le loro famiglie. A Contorno furono ammazzati addirittura trentacinque parenti, ma fu con la vendetta verso Francesco Marino Mannoia che Cosa Nostra si rivelò per quello che ormai era diventata, ovvero un’associazione criminale formata da macellai violenti e senza scrupoli che avevano calpestato gran parte dei principi fondamentali del codice d’onore della mafia delle origini: nell’inverno del 1989 furono crivellate di colpi e uccise in contemporanea sua madre, sua sorella e sua zia, che si trovavano insieme a bordo di un’automobile.

 

Fonte:www.antimafiaduemila.com

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