I mafiosi scomunicati dalla Chiesa: la mafia non é cristianesimo

LA MAFIA NON E’ CRISTIANESIMO, ESSA E’, INVECE, UNA FORMA DI PAGANESIMO BASATO SULLA
VIOLENZA.
I MAFIOSI SONO SCOMUNICATI DALLA CHIESA

 

Chiesa e mafia: i discorsi non bastano più

Una interessante riflessione di un vescovo del sud dopo lo sconcertante, ma purtroppo non isolato, episodio della processione di Oppido Mamertina

Per purificare la religiosità popolare

di Vincenzo Bertolone*

«I discorsi non bastano più, l’orologio della storia segna l’ora in cui non è più solo questione di parlare di Cristo, quanto piuttosto di diventare Cristo, luogo della sua presenza e della sua parola». Aveva ragione Pavel Evdokimov. L’ho pensato più volte, dentro di me, nel leggere le cronache da Oppido Mamertina, con la processione fermata in segno di devozione davanti alla casa del boss locale, come del resto pare avvenisse da trent’anni, o quelle che raccontano dei detenuti mafiosi del carcere di Larino, pronti a disertare la messa ritenendo non avere essa un senso dopo la scomunica caduta sulle teste dei mafiosi.

Fatti diversi, eppure collegati da un filo rosso: le parole di Papa Francesco, che il 21 giugno, a Sibari, non ha certo peccato di chiarezza: «I mafiosi sono scomunicati». Un’affermazione prorompente, quanto la verità sulla quale essa poggia. Per rendersene conto, basta guardare alla struttura psicologica, mentale e materiale della mafia: con il rito di affiliazione i mafiosi si votano a un’altra religione; compiono una scelta radicalmente diversa da quella dei battezzati cristiani, in netta antitesi con i valori evangelici. «Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione», scriveva Giovanni Falcone. La “pungiuta”, ovvero la punzecchiatura del dito col sangue che cade a gocce sull’effigie sacra mentre l’iniziato presta il suo giuramento davanti a una candela che darà poi fuoco all’immaginetta ormai vermiglia, non è solo l’elemento di una sceneggiata: nel rito iniziatico il candidato viene simbolicamente invitato ad abbandonare la propria precedente condizione di vita per acquisirne una nuova, del tutto diversa, caratterizzata da prestigio e potere. E nell’universo mafioso il potere è più importante della ricchezza economica e di qualsiasi altra cosa. Al mafioso, più che i soldi, importa sapere che la vita altrui è nelle sue mani e che egli ne dispone a proprio arbitrio. Emblematico quanto diceva Leoluca Bagarella a un suo aiutante, poi pentito: «Io ho la possibilità domani mattina di decidere se una persona dovrà vedere o meno il sole. Tu lo capisci che io sono simile a Dio?».

Si tratta, dunque, di una religione capovolta, di sacralità atea. Di una scelta totalizzante, che pretende di trasformare e possedere l’individuo in funzione di un assoluto a cui egli deve darsi, quel potere a cui, da boss, è pervenuto, o a cui, da semplice gregario, deve obbedire. E nulla più che una inevitabile derivazione di questa visione è il fenomeno delle processioni infiltrate dalle cosche, delle confraternite piegate ai voleri dei boss, della religiosità popolare plasmata sui propri voleri: i mafiosi, indifferenti alle verità di fede, mostrano interesse per le manifestazioni religiose, strumentalizzate ai fini del riconoscimento sociale. Il che dà ancor più forza al monito del Papa: la mafia non ha nulla di cristiano ed è dunque fuori dal Vangelo, dal cristianesimo, dalla Chiesa. Essa, più semplicemente, è una forma di paganesimo, perché colloca degli uomini nel ruolo di detentori della totalità del potere e del sapere, escludendo che possa esistere o esservi un’istanza più alta oltre se stessa. Per questo le parole del Papa, rese potenti dall’autorità morale, chiudono il cerchio di un cammino che la Chiesa aveva intrapreso qualche tempo addietro e suonano come presa d’atto di un atteggiamento inderogabile: per il configurarsi la mafia come apostasia, si pongono automaticamente al di fuori della comunità cristiana non solo i mafiosi condannati con sentenza passata in giudicato, ma tutti coloro i quali di essa fanno parte a pieno titolo, in colletti bianchi o rosa.

Ma se così stanno le cose, e così in effetti le cose stanno, allora quanto accaduto a Oppido e a Larino deve essere visto pure come occasione da cogliere per rilanciare l’azione della Chiesa, per individuare linee pastorali più efficaci, per formare laici e preti all’altezza della situazione, per offrire le risposte che la via tracciata dal Papa rende essenziali, vitali, e ricondurre al Vangelo, attraverso i pascoli della conversione, le tante pecore che da sé hanno scelto altre strade.

Dinanzi a una piaga che da centocinquant’anni mortifica un Paese intero, il martirio di don Puglisi, il sacrificio nobile di tanti servitori dello Stato, di giornalisti, l’opera meritoria dei magistrati, la predicazione di tanti preti coraggiosi e zelanti, l’assicurazione alla giustizia di tanti malavitosi, non sono stati sufficienti. Serve uno scatto in avanti, che faccia prevalere una testimonianza cristiana autentica e un impegno civile vero, esteso a tutte le articolazioni dello Stato. L’indifferenza e la disattenzione dei buoni sono quel che consente ai cattivi di condannare una società intera all’umiliazione civile, all’asservimento.

In tale ottica si colloca l’agire delle nostre Chiese particolari: dobbiamo dimostrarci capaci di costruire modelli culturali alternativi. La magistratura e le forze dell’ordine devono fare e fanno la loro parte, ma a noi tocca fare la nostra: se non cambiamo il cuore, se non troviamo il coraggio di vivere il Vangelo con

coerenza, se non passiamo dalle parole ai fatti in tutti gli ambiti, vedremo la mafia radicarsi sempre più in questa nostra terra. Occorre uscire dalle sacrestie, abitare i territori; vivere da credenti e cittadini adulti e solidali; contrastare la prepotenza con la forza della denuncia e, soprattutto, con la testimonianza di una vita buona che non ha paura di andare controcorrente. Occorre un cambio di mentalità.

E la mentalità si cambia non solo vietando o denunciando, ma soprattutto seguendo seri percorsi formativi come unico antidoto alla “non cultura” rappresentata dall’ignoranza, dalla tracotanza, dal disprezzo, ingredienti tipici della ricetta mafiosa. Basta con l’essere cristiani insipidi, imbottiti di un buonismo che non cambia le cose né i cuori. A una criminalità dai tratti violenti, pervasivi, che fagocita capitali e risorse, che amministra affari vergognosi e ricicla denaro sporco, bisogna contrapporre la cultura della pulizia e della legalità. Illuminati dalla Parola di Dio, dobbiamo e possiamo fare di più, e sempre più passare dalle parole e dalle nobili intenzioni alla concretezza dei fatti. Nei prossimi giorni la Conferenza episcopale calabra, convocata dal suo presidente monsignor Salvatore Nunnari, si riunirà per offrire le risposte giuste.

Per vincere la sfida servono fede e coerenza delle azioni e interventi programmati sulle espressioni della religiosità popolare, sulla formazione dei sacerdoti e dei catechisti, sull’esperienza dei movimenti e delle aggregazioni ecclesiali. Ad esempio, per riuscire a tenere fuori dalle processioni la criminalità organizzata sono indispensabili regolamenti più incisivi, che prevedano formazione cristiana vera, permanente, magari l’obbligo di esibire il certificato penale, perché le confraternite e i comitati feste siano trasparenti e vicini al dettato evangelico, respingendo le ingerenze mafiose. La strada è tracciata. La indica, col suo esempio, il beato Pino Puglisi: «È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore, ma se ci si ferma a questo livello sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti».

*Arcivescovo di Catanzaro-Squillace

(©L’Osservatore Romano – 12 luglio 2014)

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