I “fantasmi della Piana” che nessuno vede (tranne la ‘ndrangheta).LO SCHIAVISMO IN QUELLO CHE ERA CONSIDERATO IL BEL PAESE

I “fantasmi della Piana” che nessuno vede (tranne la ‘ndrangheta)

Reportage de Il Venerdì in quello che resta della tendopoli di San Ferdinando. Centinaia di migranti (tra stagionali ed espulsi per effetto della chiusura dei Cas) sfruttati dai caporali per 50 centesimi a cassetta. Che assicurano il lavoro di finti braccianti legati ai clan

11 novembre 2018

LAMEZIA TERME Li chiamano “fantasmi della Piana”. Sono i migranti, provenienti da Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio, Mali, Senegal, Gambia e Guinea Bissau che popolano quel che resta della famigerata tendopoli di San Ferdinando. Un non luogo, creato “temporaneamente” dopo la rivolta e lo smantellamento del ghetto di Rosarno, raccontato in un ampio reportage firmato da Alessia Candito per Il Venerdì, settimanale del quotidiano La Repubblica. Una distesa di capannoni vuoti, specchio di una Calabria nella quale spesso gli incentivi per la creazione di nuove aziende sono finiti in mani sbagliate e, piuttosto che portare nuova occupazione, si sono trasformati in un affare per pochi. In una zona soffocata dalla presenza dei clan.
«Si alzano all’alba, si dirigono verso uno svincolo o un incrocio nella speranza di essere presi su da un caporale, cui dovranno versare 4 euro per il trasporto. L’offerta è sempre la stessa. Otto-nove ore di lavoro a giornata per 20 euro o 50 centesimi a cassetta», scrive Candito. E la ‘ndrangheta incassa. Non solo attraverso lo sfruttamento della forza lavoro ma anche per alimentare la macchina del consenso, fondata sui falsi braccianti. Sulle pagine del Venerdì si legge infatti che ci sono lavoratori «italianissimi, che mai in vita propria hanno visto una zolla di terra, ma tutti formalmente lavoratori del settore agricolo. Da contratto nazionale sono sufficienti 51 giornate di contributi versati per poter accedere a disoccupazione, malattia, maternità…». Trovato un padroncino compiacente o una cooperativa costituita ad hoc, i finti braccianti ricevono i contributi, ringraziano e promettono fedeltà ai clan o a chi per loro, mentre i “fantasmi” vanno nei campi a rompersi le ossa, assicurando il lavoro vero.
Poi, quando calano le ombre, i migranti tornano nel ghetto dove, nella migliore delle ipotesi, i sedili di auto sfasciate diventano divani, con i rifiuti e l’acqua stagnante a fare da panorama.
Per i più fortunati c’è la nuova tendopoli, creata dalla Prefettura nell’agosto 2017 e per la quale sono stati stanziati 300mila euro dalla Regione e 405mila dal Ministero dell’Interno. «Con gli stessi soldi avrebbero potuto permettere ai braccianti di avere delle case, magari ad affitto calmierato. Solo nella zona di Gioia Tauro ce ne sono oltre 15mila» dice il delegato locale della Usb, Peppe Marra. La situazione nelle tende non è idilliaca e fuori da lì non esiste nulla. Dalla politica nazionale, solo promesse. Tanto nulla è cambiato, anzi qualcosa sì, ma in peggio. Agli stagionali infatti si aggiungono gli stranieri espulsi, per effetto della chiusura dei Cas. E la ‘ndrangheta è difficile che resti a guardare.

Paolo Pollichieni
direttore@corrierecal.it

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it

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