I falsi pentiti e la clamorosa revisione

I falsi pentiti e la clamorosa revisione

6 Novembre 2020

Solo successivamente alla collaborazione di Gaspare Spatuzza (avvenuta a decorrere dal giugno 2008), le cui dichiarazioni, puntualmente, concordamente e costantemente riscontrate (anche per il tramite di altro collaboratore, Fabio Tranchina), smentivano radicalmente le propalazioni accusatorie di Scarantino, Andriotta e Candura, il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Caltanissetta chiedeva, in data 13 ottobre 2011, alla Corte d’Appello di Catania la revisione delle sentenze di condanna inflitte in esito dei processi cosiddetti Borsellino1 e Borsellino bis.

Il 13 luglio 2017, la Corte d’Assise d’Appello di Catania ha accolto tale richiesta di revisione, scagionando definitivamente tutti coloro che erano stati ingiustamente condannati sulla base delle dichiarazioni dei falsi pentiti.

Sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, pertanto, la Procura di Caltanissetta ha svelato il clamoroso depistaggio operato dai collaboratori Scarantino, Candura e Andriotta, i quali, dopo un iniziale tentennamento, hanno confessato di aver dichiarato il falso nel corso dei procedimenti denominati Borsellino 1 e Borsellino bis su pressione di alcuni componenti del gruppo investigativo “Falcone- Borsellino”.

Con sentenza del 20 aprile 2017 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha condannato all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Per Scarantino, invece, e stata dichiarata la prescrizione del reato in considerazione del riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 114, comma 3, c.p.p. per essere stato determinato da altri a commettere il reato.

Segnatamente, quanto allo Scarantino, la Corte d’Assise ha riconosciuto la completa falsità di tutte le sue dichiarazioni, emergente con assoluta certezza:

“…non solo dalla dall’esplicita ammissione operata dallo stesso Scarantino, ma anche, e soprattutto, dalla loro inconciliabilità con le circostanze univocamente accertate nel presente processo, che hanno condotto alla ricostruzione della fase esecutiva dell’attentato in senso pienamente coerente con le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza… Da tale ricostruzione emerge in modo inequivocabile, oltre alla inesistenza della più volte menzionata riunione presso la villa del Calascibetta, la mancanza di qualsiasi ruolo dello Scarantino nel furto della Fiat 126, la quale, per giunta, non venne mai custodita nei luoghi da lui indicati, né ricoverata all’interno della carrozzeria dell’Orofino per essere ivi imbottita di esplosivo”.

La Corte, inoltre, cercando di dare una risposta sulle ragioni del falso pentimento di Scarantino, e giunta ad affermare che questo sarebbe stato determinato:

“…da altri soggetti, i quali hanno fatto sorgere tale proposito criminoso abusando della propria posizione di potere e sfruttando il suo correlativo stato di soggezione. Al riguardo, va segnalato un primo dato di rilevante significato probatorio: come si è anticipato, le dichiarazioni dello Scarantino, pur essendo sicuramente inattendibili, contengono alcuni elementi di verità … È quindi del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state a lui suggerite da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte”.

La citata sentenza non ha individuato gli autori di tali suggerimenti, limitandosi ad ascriverli, comunque, ad un’area istituzionale; né tanto meno ha chiarito quali siano state le ragioni che hanno determinato una simile condotta e le finalità che attraverso questa si intendevano realmente perseguire. Rimangono ancore occulte anche le richiamate fonti che avrebbero, per così dire, suggerito ai suggeritori di Scarantino quelle circostanze dimostratesi veritiere e, quindi, estranee al patrimonio cognitivo diretto del picciotto della Guadagna.

La Procura di Caltanissetta e chiamata oggi a rispondere a questi interrogativi e con non poche difficoltà .

Lo scorso 28 settembre 2018, il Gip di Caltanissetta ha disposto il rinvio a giudizio di tre dei componenti del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino” guidato, all’epoca delle indagini, dal dottor Arnaldo La Barbera (deceduto nel 2002). Si tratta del dirigente della Polizia di Stato Mario Bo, dell’agente Michele Ribaudo e dell’ispettore, oggi in pensione, Fabrizio Mattei. Per loro l’accusa e di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra.

Fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/


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