I certificati antimafia non servono a niente. I sindaci che vogliamo seriamente combattere le mafie passino alla DIA prima di assegnare gli appalti pubblici gli elenchi delle imprese che partecipano alle gare

«Controllo antimafia preliminare sull’iscrizione al registro imprese»
All’indomani di Report, da Catania, l’associazione antiestorsione chiede modifica controlli su proprietà aziend
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Rompendo il lungo silenzio informativo della Rai, Milena Gabanelli domenica scorsa è riuscita a mandare in onda  un’inchiesta dettagliata di Sigfrido Ranucci sul tragitto che compiono le milionate di euro destinati ai Fas, fondi per le aree sottoutilizzate.  I Fas sono ovunque: all’Aquila, per la ricostruzione, fra Messina e Reggio Calabria, per dare il via alla costruzione del Ponte sullo Stretto. A Catania per la Catania – Siracusa, “un’opera  – si deduce dal servizio –  cui ha dato una mano anche l’azienda degli Ercolano; dunque, oltre ai Fas dello Stato (ovvero dei cittadini) sono arrivati gli interessi della mafia. Così si torna a parlare di protocolli di legalità in merito agli appalti pubblici. Da Catania, dopo la puntata di Report l’associazione antiestorsione “Libero Grassi” invia una nota nella quale invita a fare controlli preliminari sulle imprese che si iscrivono nell’apposito registro pubblico.

«La certificazione antimafia richiesta dalla vigente normativa, non potendo incidere nel merito della natura della società, si traduce nei fatti in una verifica meramente formale”. Lo affermano i soci dell’ Associaizone antiestorsione Libero Grassi in riferimento alla trasmissione Report andata in onda su Rai Tre, condividendo le dichiarazioni del viceprefetto di Catania Angelo Sinesio. “In realtà tale verifica dovrebbe avvenire a monte, coinvolgendo ben altri soggetti tenuti al controllo delle società di capitale. La trascrizione nel Registro delle imprese, per esempio, non può essere un mero atto formale: la guardia di finanza dovrebbe esercitare un effettivo controllo sul capitale apportato, sulla sua provenienza e sull’affidabilità dei soggetti coinvolti».

«La certificazione antimafia richiesta dalla vigente normativa – spiegano i soci attraverso una nota – non potendo incidere nel merito della natura della società, si traduce nei fatti in una verifica meramente formale. In realtà tale verifica dovrebbe avvenire a monte, coinvolgendo ben altri soggetti tenuti al controllo delle società di capitale. La trascrizione nel Registro delle imprese, per esempio, non può essere un mero atto formale: la guardia di finanza dovrebbe esercitare un effettivo controllo sul capitale apportato, sulla sua provenienza e sull’affidabilità dei soggetti coinvolti».

«Oggi esiste un’economia basata sul popolo delle Partite Iva – continuano i soci – che da una parte altera i dati sull’effettiva disoccupazione nel nostro Paese, e dall’altra consente ai soggetti malavitosi di poter esercitare impunemente i loro loschi affari. Questa riflessione certamente non esaurisce la problematica riguardante la crescita esponenziale dell’economia illegale nella nostra realtà economica – che coinvolge molti altri aspetti sociali e politici – ma fa luce su uno dei tanti tasselli che compongono l’allarmante quadro».

«Che fare? È auspicabile una maggiore sinergia tra tutti gli organi dello Stato impegnati nella lotta alle mafie, che miri a colpire il patrimonio economico illegale: quest’ultimo di fatto è l’unico potere che consente alle mafie di radicarsi nel territorio, coinvolgendo anche soggetti apparentemente estranei all’organizzazione mafiosa. Non è vero che i soldi non hanno odore – concludono gli associati Asaec – al contrario questi soldi hanno il forte odore del sangue, delle prevaricazioni, delle ingiustizie e delle aggressioni. Tale odore si espande dovunque fino a contaminare il territorio, limitando la libertà di ogni persona onesta»

(Tratto da Libera informazione)

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