Grasso: sequestri e confische non intaccano il patrimonio mafioso!

Roma. In due anni e mezzo sono stati sottratti alla mafia più di dodici miliardi di euro. Un grande risultato per lo Stato si direbbe. Peccato però che per le organizzazioni criminali siano solo bruscolini, “una sorta di fondo per le piccole spese”. Parole del procuratore antimafia Piero Grasso.
Occorre quindi ridimensionare le dichiarazioni dei ministri Alfano e Maroni che vantano spesso in maniera sperticata i successi del governo nella lotta alla mafia.
Se si va a calcolare, come ha fatto Sos Impresa nel suo XII Rapporto, il fatturato complessivo della Mafia Spa ci si imbatte in una cifra spaventosa: ben 135 miliardi di euro con un utile che sfiora i 70 miliardi al netto di investimenti e accantonamenti. Altro che crisi! La mafia non è mai in perdita, anzi sfrutta la recessione economica avvalendosi dell’usura. Basti pensare che nel 2009 proprio l’usura ha toccato un boom: oltre 200 commercianti ne sono stati colpiti con un giro d’affari di circa 20 miliardi di euro. L’usura garantisce un’ottima opportunità di riciclaggio di denaro sporco e consente alla mafia di impossessarsi di beni ed aziende.
I sequestri e le confische quindi incidono pochissimo sul capitale totale mafioso. Quei dodici miliardi di euro sottratti in due anni e mezzo sono pari appena ad un 10% del fatturato mafioso.
Il procuratore Grasso intervistato da “Il Mattino” spiega anche che la mafia fa un uso sempre più frequente di prestanome e di società organizzate come scatole cinesi. I boss ricorrono anche a imprenditori puliti che immettono nel mercato  parte di capitali leciti e parte di capitali derivanti da attività illecite. Dinanzi ad una criminalità che inquina l’economia mettendo in campo strumenti sempre più sofisticati, continua Grasso, la magistratura e le forze dell’ordine non demordono e cercano di migliorare i propri strumenti di indagine. “La procura nazionale antimafia – aggiunge il procuratore – ha già creato un modello di protocollo di indagine informatica patrimoniale e speriamo che ci diano presto i fondi e gli strumenti tecnologici per renderlo comune a tutti i magistrati”. L’idea è di collegare in rete le informazioni della Dna con le risultanze di altre banche dati, come il catasto o l’anagrafe tributaria o societaria.

Dora Quaranta
(Tratto da Antimafia Duemila)

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