Gli intrecci fra mafie e potere

Ogni tanto (non sempre, per carità, con la salute non si scherza…) presenziare per intero ai lavori del Consiglio regionale è cosa buona e giusta.

Orbene (quanto mi piacciono gli avverbi…)

se hai la serenità e la lucidità per porti su uno scranno leggermente più in alto dei protagonisti – e questo il giornalista dovrebbe fare sempre – spunti di valutazione ne cogli a iosa.

Tra i mille guai che affliggono la Calabria la madre di tutti sta in una classe dirigente inadeguata e, ormai vecchia.

Mesi fa scrissi un fondo dal titolo “Chi si è mangiato la Calabria”. Era una ricostruzione appassionata della genesi di questa situazione di quasi non ritorno in cui ci siamo cacciati. Condivisibile o meno, certo non campata in aria.

Mal me ne colse, al mio ritiro in riva allo Jonio giunsero eco di non gradimento del pezzo.

E si lagnarono i vecchi e i giovani, i locali e i regionali.

Bene: una vecchia regola non scritta del giornalismo sottolinea che ciò testimonia la riuscita del pezzo.

Durante l’ultima seduta dell’Assemblea regionale – quella dedicata al piano di rientro dai 2 miliardi e rotti di deficit sanità – su un punto si sono trovati – a mezza lingua – tutti d’accordo: i dirigenti della sanità calabrese, ma il concetto potrebbe tranquillamente essere esteso, sono diventati una specie di ristrettissimo ordine sacerdotale dal quale non si esce.

Meravigliosa l’immagine che ci ha regalato Sandro Principe: sono come sugheri d’acciaio, leggeri come il sughero che galleggia sempre, ma, al tempo stesso, forti come l’acciaio inossidabile che consente loro di stare nell’acqua per decenni senza marcire.

Un Loiero in forma smagliante, al massimo delle sue capacità scenico- interpretative (leggendario il passaggio in cui ha detto “qualcuno dice che io sono un furbo, ma non è così…”), ad un certo punto, ben compreso che a fronte di un disastro di portata epocale avrebbe potuto solo assecondare gli strali, ha seguito Principe nel suo ragionamento, ma subito dopo si è lasciato andare ad un’ammissione che è scivolata via, ma la cui portata è gravissima.

In buona sostanza Loiero ha ammesso che alle spalle di questi “sacerdoti”, sulle qualità dei quali lui giura ad occhi chiusi, comunque c’è il nulla.

I guru da fuori in Calabria non ci vogliono venire ed all’interno della nostra terra c’è poco.

Delle due l’una: o non si trovano giovani manager capaci perchè, probabilmente, c’è un codicillo scritto piccolo piccolo, forse nemmeno scritto, che tra i requisiti aggiunge ai termini “giovani” e “capaci” anche quello “asserviti al sistema”, oppure il guaio è ancora più serio.

Il guaio più serio è rappresentato da una politica affarista ed acchiappatutto che nei decenni ha non solo depredato la Calabria, ma, soprattutto, ha azzerato la crescita di una classe dirigente, vera, seria e di ricambio.

Se, ad esempio, nelle strutture speciali dei consiglieri regionali, nate per garantire il necessario supporto tecnico-giuridico-amministrativo ai politici, quasi sempre troviamo gente senza né arte né parte che alla voce “studio” identifica solo una stanza della casa (dall’imprecisata destinazione d’uso), gente messa lì quasi sempre esclusivamente per soddisfare compromessi ed obbligazioni assunte in campagna elettorale, è lecito meravigliarsi più di tanto se, poi, al momento di fare le cose, di redigere i provvedimenti, le persone capaci, coloro che “masticano” diritto, principi economici ed amministrazione della cosa pubblica sono sempre meno?

E mentre i sugheri d’acciaio galleggiano la Calabria affonda…
Giusva Branca

(Tratto da www.strill.it)

Archivi