Gli affari della mafia in Toscana: riciclaggio e fatture false, arrestati dieci palermitani

Gli affari della mafia in Toscana: riciclaggio e fatture false, arrestati dieci palermitani

Maxi operazione della guardia di finanza sotto il coordinamento della Procura fiorentina. Sequestrati 86 conti correnti e 15 aziende (nel settore dei pallet) che sarebbero servite per ripulire il denaro da fare arrivare alla famiglia di corso dei Mille dei Tagliavia

Riccardo Campolo

Arrestate 12 persone tra Palermo e la Puglia accusate di aver fatto parte di una rete di aziende operative nel settore del commercio dei pallet. Imprese grazie alle quali i soldi sporchi sarebbero stati riciclati per finire dalla Toscana alle casse della famiglia mafiosa di corso dei Mille. Si tratta della maxi operazione “Golden wood” eseguita dalla guardia di finanza sotto il coordinamento della Procura di Firenze con l’impiego di 300 militari. Quindici le aziende sequestrate fra le circa 60 passate sotto la lente d’ingrandimento su tutto il territorio nazionale e 86 i conti correnti congelati in questa fase delle indagini.

L’elenco delle misure cautelari

In esecuzione della misura cautelare firmata dal gip sono finiti in carcere i palermitani Francesco Paolo Clemente (43 anni), Gaetano Lo Coco (44), Francesco Paolo Mandalà (31), Giacomo Clemente (48), Francesco Paolo Saladino (53) e il foggiano Alfonso Domenico Inperiale (62) Ai domiciliari invece Leonardo Clemente (66enne nato a Taranto ma residente a Palermo), Pietro Clemente (55), Santo Bracco (69enne di Gangi) e i palermitani Giulia Rotolo (25), Filippo Rotolo (46) e Vincenzo Rotolo (28). Sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata ai reati di riciclaggio, autoriciclaggio, emissione di fatture per operazioni inesistenti, intestazione fittizia di beni, contraffazione di documenti di identità e sostituzione di persona.

Fatture false e operazioni inesistenti

Le indagini sono una prosecuzione dell’operazione Maredolce che aveva svelato nel 2017 l’economia diversificata di un sodalizio criminale con base a Brancaccio capace di intessere rapporti stabili con esponenti di altri mandamenti. Da allora Procura e guardia di finanza hanno continuato a seguire le tracce dei soldi che uscivano dalle casse di alcune aziende per poi finire nei conti correnti sequestrati. Magari con fatture per operazioni commerciali mai avvenute e dopo vari giri da una parte all’altra dell’Italia. Alle imprese “sane” a quel punto bastava pagare tramite bonifici somme di denaro che venivano restituiti in contanti e dietro pagamento di un sorta di commissione pari al 10%.

Una casa in Toscana e un cellulare per il figlio del boss

Gli indagati, secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti, si sarebbero messi a completa disposizione di Pietro Tagliavia, già condannato con sentenza definitiva per il reato di associazione mafiosa nonché figlio del boss Pietro Tagliavia, condannato nel 2017 all’ergastolo per il coinvolgimento nella strage dei Georgofili. Nel periodo in cui Tagliavia jr era infatti detenuto nel carcere di Prato, Francesco Paolo Clemente si sarebbe attivato per trovargli un immobile a Campi Bisanzio (in provincia di Firenze) dove avrebbe potuto trascorrere i suoi giorni durante la detenzione domiciliare, recuperando inoltre un cellulare che avrebbe potuto utilizzare per mettersi in contatto con altri componenti della famiglia di corso dei Mille. Meccanismi e retroscena sui quali gli investigatori hanno trovato riscontro anche grazie a intercettazioni e microspie.

Cafiero De Raho: “Emergenza mafiosa nell’economia Toscana”

Il volume d’affari stimato dalla procura fiorentina nelle indagini avviate già nel 2012 ammonterebbe a circa 150 milioni di euro, 39 dei quali provenienti da palermitani legati in qualche modo alla mafia. Cifra da capogiro “smacchiate” attraverso il commercio dei pallet, le pedane in legno (da qui il nome dell’operazione Golden wood, ovvero “legno d’oro”) utilizzate per spostare merci da un capo all’altro del mondo. “L’operazione di oggi ha un rilievo enorme. In Toscana – ha commentato il procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho – abbiamo una vera e propria emergenza mafiosa nell’economia legale. Cosa nostra e ‘ndrangheta sono presenti con forza ed erodono l’economia legale”.

 

6 febbraio 2020

fonte:cronachedellacampania.it

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