Giustizia, ora in Italia si finge di non sapere cosa chiede l’Europa

Il Fatto Quotidiano

Giustizia, ora in Italia si finge di non sapere cosa chiede l’Europa

di Peter Gomez | 9 LUGLIO 2021

Se nel dibattito sulla riforma della giustizia ci fosse un minimo di buonafede qualcuno in questi giorni in Parlamento avrebbe ricordato che l’Europa per darci i soldi del Recovery ha chiesto una cosa sola: processi più veloci. E se ci fosse un minimo di onestà intellettuale ieri, in occasione della pubblicazione del rapporto della Commissione europea sullo stato dei tribunali, i siti dei grandi giornali avrebbero riportato con evidenza le parole del commissario Ue alla giustizia, Didier Reynders, che si è detto “veramente preoccupato delle risorse umane nel sistema giudiziario italiano perché in Italia il numero dei giudici è uno dei più bassi di tutta l’Unione”.

Ma visto che in un paese caratterizzato dall’alto tasso di devianza delle sue classi dirigenti come il nostro, sulla giustizia non può esservi né buonafede né onestà intellettuale, in tanti preferiscono scannarsi sulla prescrizione piuttosto che ammettere ciò che all’estero è chiarissimo: la giustizia italiana non funziona perché i processi sono troppi rispetto ai 9.100 magistrati attualmente in servizio. Un concetto che diventa ancora più semplice da comprendere se si pensa che in Italia ci sono 12 magistrati ogni 100 mila abitanti, mentre in Germania ve ne sono 24.

In una nazione in cui gli avvocati sono 400 ogni 100 mila abitanti (la nostra) è pero velleitario sperare che qualcuno tragga da questi numeri le ovvie conclusioni: folle fissare nel penale due anni di tempo per celebrare i processi di appello pena la loro evaporazione se prima non si aumentano i giudici o si diminuiscono di numero i processi di secondo grado (tenendo presente che se si vuole davvero una giustizia giusta e rapida sarebbe necessario fare entrambe le cose).

Nel momento in cui scriviamo il Consiglio dei ministri è ancora riunito. Le bozze definitive della (contro)riforma Cartabia non sono note. Si hanno però tre certezze. La prima è che la commissione presieduta dal presidente emerito della Consulta, Giorgio Lattanzi – istituita per dare suggerimenti – non era particolarmente forte in matematica. Per la commissione è sbagliata la proposta avanzata dal precedente governo di processare in appello davanti a un solo giudice, e non più tre, gli imputati che in tribunale erano già stati giudicati da un unico magistrato (il cosiddetto monocratico). Ed è sbagliata non solo perché “la collegialità rappresenta un valore essenziale del sistema delle impugnazioni”, ma pure perché “è dubbio che la previsione del giudice monocratico consentirebbe di aumentare aritmeticamente la capacità di definizione delle corti d’appello”. Detto in altre parole: per Lattanzi non è vero che se al posto di tre magistrati ne metti uno solo e ne usi altri due per celebrare altri processi otterrai più sentenze. Sconcertante.

La seconda certezza è che nel Recovery sono previsti fondi per l’assunzione di personale amministrativo (16 mila persone), ma non di altre toghe. Terza certezza: con la legge finanziaria sono stati indetti concorsi per soli 330 giudici. Un’inezia rispetto a ciò che servirebbe davvero. Ma anche una scelta obbligata perché per celebrare i concorsi e trovare i candidati in grado di superarli (diventare magistrato è difficile) ci vuole un sacco di tempo. Da tutto questo discende una quarta e ultima certezza: l’obbiettivo, dichiarato da Cartabia, di ridurre del 25 per cento i tempi del processo penale non verrà raggiunto. E in fondo è giusto che sia così: perché se i cittadini votano rappresentanti interessati all’impunità duratura o voltagabbana attaccati alla loro poltrona poi è inutile che si lamentino.

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