Giustizia alla deriva:giudici che processano giudici.Questi sono i temi concreti che un’antimafia seria e reale dovrebbe affrontare perché é di fronte a questi scogli che si infrange tutta la nostra azione.Con le chiacchiere e le sceneggiate non si va da nessuna parte.

Giustizia alla deriva:giudici che processano giudici.Questi sono i temi concreti che un’antimafia seria e reale dovrebbe affrontare perché é di fronte a questi scogli che si infrange tutta la nostra azione.Con le chiacchiere e  le sceneggiate non si va da nessuna parte.

Giudici che processano giudici, una voragine da 750 milioni 

Lo Stato debitore non ha abbastanza soldi per le vittime delle cause lumaca, così 8 mila cittadini l’anno si rivolgono al Tar. Che dà loro sempre ragione

Processi infiniti Un terzo dei processi che si svolgono in Italia supera i limiti previsti dalla Legge Pinto. Se tutti dovessero fare causa, lo Stato dovrebbe sborsare qualcosa come 5 miliardi

03/07/2016
andrea rossi

Il professor Filippo Fanini, primario all’ospedale Regina Elena di Roma, nel 1992 puntava a dirigere la Chirurgia plastica ricostruttiva alle Figlie di San Camillo. Poiché fu scelto un suo collega presentò ricorso al Tar. L’ha perso, ma quando è arrivata la sentenza – nel 2012 – era già in pensione. Seccato per aver atteso vent’anni, ha fatto causa al ministero della Giustizia. Ha ottenuto il risarcimento il 5 gennaio 2016. Non lo vedrà mai: è morto nel 2015. La sua battaglia sarebbe stata ancora lunga: per essere pagato avrebbe dovuto attendere quattro, cinque, sei anni.  

 

Ogni giorno la Giustizia processa le sue estenuanti lungaggini. Nelle aule di tribunale ci sono giudici che lavorano per stabilire se dei cittadini abbiano diritto di essere risarciti per la lentezza di altri giudici. E in altre aule – stavolta nei tribunali amministrativi – altri giudici processano l’amministrazione dello Stato, colpevole di non aver pagato quei risarcimenti.  

 

Il cane si morde la coda  

Il sistema giustizia accumula ritardi verso i suoi utenti e poi li indennizza sborsando centinaia di milioni attraverso le sentenze dei suoi stessi giudici, i quali – impegnati in questa abnorme fatica riparatoria – accumulano altri ritardi e futuri debiti. Lo Stato poi non stanzia abbastanza risorse per risarcire le vittime della giustizia lumaca e le costringe a fargli causa una seconda volta, imbarcandosi in un nuovo e defatigante contenzioso, che può arrivare fino al pignoramento nei confronti della pubblica amministrazione. Negli ultimi anni è diventata la regola e ha prodotto un ulteriore effetto: l’intasamento dei Tar, sommersi dai ricorsi dei cittadini in lotta con il ministero della Giustizia che non paga.  

 

Nel 2003 i provvedimenti emessi dai Tar erano 40; nel 2010, 189. Poi sono esplosi: 1021 nel 2012; 2178 nel 2013, 4102 nel 2014, 6522 nel 2015. A metà 2016 siamo già a 3792. Un fascicolo su otto trattato dalla magistratura amministrativa riguarda i contenziosi tra cittadini e ministero della Giustizia. In alcuni Tar – vedi il Lazio – siamo a uno su cinque. Per non parlare dei ricorsi: solo al Tar del Lazio quelli depositati nel 2015 sono stati 3701, il 53% in più rispetto ai 2418 dell’anno precedente. In tutta Italia si è passati dai 2700 del 2013 ai 5235 del 2014 per sfondare il muro degli 8 mila l’anno scorso. Inutile dire che – salvo i non molti casi in cui viene meno l’oggetto del contendere perché nel frattempo arriva il risarcimento – i Tar danno sempre ragione al cittadino. Un autogol tutto interno alla pubblica amministrazione, sottolineato dalla presidente del Tar Campania Marilisa D’Amico: «È sintomatico delle difficoltà della pubblica amministrazione nel fare fronte alle proprie obbligazioni, con progressivo aggravio di oneri per spese e interessi, ed è tanto più grave in quanto tali obbligazioni non derivano dall’ordinario svolgimento delle attività amministrative ma conseguono a inefficienze del servizio giustizia». 

 

La beffa della legge Pinto  

Nel 2001, su sollecitazione dell’Europa, l’Italia ha varato una norma – chiamata legge Pinto, dal nome del suo estensore, il senatore Pinto dell’allora Ppi – il cui scopo era sgravare la Corte europea di Giustizia dall’enorme mole di cause intentate da cittadini che avevano affrontato processi troppo lunghi in Italia. Il bilancio, quindici anni dopo, è magro: le somme liquidate sono basse rispetto al resto d’Europa, ma soprattutto lo Stato si dimostra un pessimo debitore. Non paga. E quando paga arriva quasi sempre sull’onda di un tribunale che lo costringe.  

 

Un processo è «ragionevole» se si esaurisce in tre anni per il primo grado, due per il secondo e uno per la Cassazione. Lo Stato non ce la fa quasi mai e ogni anno viene inondato di cause: nel 2003, secondo anno di applicazione della legge Pinto, erano 3580, nel 2010 sono esplose a 49.730, 53.320 nel 2011, quindi sono leggermente scese a 45 mila nel 2013. Dopo non sono più stati forniti dati. Significa che la situazione sta migliorando? Non proprio: «È stato dato ordine di sveltire l’arretrato patologico, ma così si fanno slittare i procedimenti in corso per fare posto agli arretrati», spiega l’avvocato Deborah Cianfanelli. «I nuovi processi diventano vecchi e porteranno a nuove cause». Cianfanelli, membro del partito Radicale Trasnazionale, nei mesi scorsi ha lavorato a un dossier inviato al Presidente della Repubblica: «La situazione del sistema giustizia è a uno stadio di criticità tale da potersi definire una vera e propria emergenza sociale ed economica».  

 

I processi durano troppo e vedono il cittadino partire subito in svantaggio. L’Italia, a differenza della Corte europea, considera risarcibile solo la parte eccedente i sei anni (tre, più due, più uno) «tollerati» dalla legge Pinto. Anche il risarcimento è penalizzante: fino allo scorso anno il cittadino incassava 750 euro per i primi tre anni di durata eccessiva e mille per i successivi; il resto d’Europa ha fissato altri parametri, da mille a duemila euro, e non per il solo eccesso, bensì per ogni anno di durata del procedimento. Nonostante queste condizioni di favore l’elevato numero di condanne e il budget esiguo hanno provocato un’esplosione del debito Pinto, passato dai 5 milioni del 2003 ai 750 del 2015 di cui 450 ancora da pagare. La posizione debitoria dello Stato cresce in media di 8 milioni al mese, come ammette lo stesso ministero della Giustizia. Potrebbe andare molto peggio: in uno studio del 2007 il ministero dell’Economia indicava in 500 milioni all’anno il rischio economico per lo Stato se la prassi di chiedere l’indennizzo si diffondesse tra tutti gli utenti insoddisfatti della Giustizia. Già oggi il numero dei procedimenti che rischia di sforare i parametri della legge Pinto riguarda circa una causa su tre ed è pericolosamente oltre il milione: 1.048.619 (il 28% del totale) nel 2013, 1.117.769 (il 32%) nel 2014. Se ciascuno desse origine a un contenzioso si potrebbe generare una stangata superiore ai 5 miliardi. Che lo Stato, va da sé, non saprebbe fronteggiare. 

 

Nuovi ostacoli  

Il moltiplicarsi dei contenziosi di fronte al Tar, poi, è l’effetto anche dell’aumento dei ritardi nei pagamenti e della progressiva eliminazione delle altre possibilità di far valere le proprie ragioni. Nel tentativo di difendersi dai cittadini, lo Stato ha via via eliminato gli strumenti a loro disposizione: ad esempio rendendo non pignorabili tutte le somme del ministero della Giustizia depositate presso le Poste o la Banca d’Italia o eliminando la possibilità di rivalersi sulle agenzie di riscossione come Equitalia. L’unica strada rimasta sono i Tar, ormai allo stremo delle forze. «Sarebbe arrivato il momento di pensare a qualche soluzione di tipo normativo, come prevedere un giudice unico, anziché il collegio, che decida su questi ricorsi, oppure stabilire che l’ottemperanza delle decisioni del giudice ordinario sia attribuita a quest’ultimo», è l’allarme lanciato dal presidente del Tar del Lazio, Carmine Volpe. 

 

Passare attraverso i tribunali amministrativi non è indolore per lo Stato. Ogni volta che viene condannato al risarcimento e non paga, si trova poi a sborsare più del doppio: oltre a soccombere nel giudizio si deve accollare interessi e spese legali. Il costo della legge Pinto è dunque ben superiore ai 750 milioni dichiarati dal ministero della Giustizia. Eppure, rispetto al comune cittadino, l’amministrazione si è garantita condizioni molto vantaggiose. «Quando è il cittadino a essere condannato, la sentenza è immediatamente esecutiva: la notifica può arrivare subito e il pagamento va effettuato entro dieci giorni, altrimenti può iniziare la procedura esecutiva», spiega l’avvocato Cianfanelli. «Quando invece è lo Stato a subire una condanna, ha centoventi giorni dalla notifica per saldare il suo debito». Eppure non paga comunque, costringendo chi ha già subito un processo più lungo del dovuto ad avviarne uno nuovo. «Lo Stato si comporta da delinquente abituale».  

 

Contro il cittadino  

Governo e Parlamento hanno preso atto dei costi – diretti e indiretti, compreso l’effetto respingente sugli investitori stranieri – causati da un sistema così schizofrenico. Ma, anziché tentarle tutte per far funzionare meglio la Giustizia e ridurre il numero di cittadini che decide di farle causa, hanno scelto di rendere pressoché impossibile ottenere i risarcimenti. La legge di stabilità per il 2016 ha drasticamente ridotto le possibilità di accedere alla legge Pinto. Il diritto all’equa riparazione viene limitato a chi, nel corso del processo, abbia adottato «rimedi preventivi», cioè tutti quegli strumenti che ne accorciano la durata (riti sommari, istanze di accelerazione). Niente risarcimento, poi, per chi agisce o resiste in giudizio sapendo che la sua causa è infondata, per l’imputato graziato dalla prescrizione, o in caso di estinzione del processo per rinuncia o inattività delle parti. Molte di queste clausole sono lasciate alla discrezionalità del singolo giudice che le esamina, ma il disegno complessivo è chiaro: lo Stato non si fa carico della lunghezza delle cause, spetta a chi affronta un processo preoccuparsi di farlo durare il meno possibile. «È come se il legislatore ci stesse dicendo che la lecita normalità e la regola del processo è la sua lentezza a cui la parte deve opporsi esplicitamente». 

 

Maurizio De Stefano nel 1987 ha rappresentato l’ordine degli avvocati di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo nella prima causa sulla lentezza della giustizia civile italiana. La stretta sulla legge Pinto lo preoccupa – «certe norme, come quella che prevede di castrare l’istruttoria, riducono il diritto di difesa ed espongono gli avvocati ad azioni di responsabilità professionale» – ma solo fino a un certo punto: «Alcuni paletti sono di cartapesta: la Corte di Strasburgo, dove ci sono 8 mila ricorsi pendenti per la durata dei processi italiani, li ha già cassati».  

 

Il 25 febbraio infatti è stato accolto il ricorso di quattro ex dipendenti del Comune di Benevento coinvolti in processi durati oltre 18 anni. L’Italia aveva negato loro il risarcimento perché non avevano fatto nulla per accelerare i tempi. Strasburgo l’ha invece condannata a versare 22 mila euro a ciascuno, e fissando questa somma ha di fatto sconfessato un’altra novità introdotta dalla legge di stabilità 2016: abbattere i risarcimenti, portandoli da 750-1000 euro a 400-800 euro per ogni anno che eccede il termine di ragionevole durata. A quasi trent’anni dalla prima causa contro la giustizia lumaca l’avvocato De Stefano ha raggiunto un convincimento: «Siamo su treno con cento posti su cui si vorrebbero far viaggiare mille passeggeri». 

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