Giovanni Falcone: il fallito attentato all’Addaura e i contrasti con Pietro Giammanco

Giovanni Falcone: il fallito attentato all’Addaura e i contrasti con Pietro Giammanco

27 Aprile 2020

di Stefano Baudino
Per Falcone iniziò un lungo ed estenuante periodo di colpi bassi e umiliazioni, che culminò con la sua scelta di lasciare l’Ufficio istruzione per essere nominato, il 28 Giugno 1989, procuratore aggiunto a Palermo. Occorre fare un piccolo inciso di carattere tecnico per comprendere come stava cambiando l’impianto del processo penale. Proprio quell’anno, precisamente il 24 Ottobre, entrò in vigore il nuovo codice di procedura penale, in cui venne abolito il ruolo di giudice istruttore: esso venne infatti sostituito dal giudice delle indagini preliminari, il quale, a differenza del giudice istruttore, non ha alcun potere di iniziativa probatoria e il cui ruolo è atto unicamente a garantire l’indagato nel corso della fase delle indagini preliminari, mentre l’azione penale spetta al procuratore della Repubblica.

I contrasti tra il procuratore aggiunto Falcone ed il procuratore capo Pietro Giammanco furono incalcolabili. Giammanco, infatti, cercò in tutti i modi di tagliare fuori Falcone dalle decisioni più spinose e delicate, chiudendosi a riccio assieme ai suoi fedelissimi nell’attività d’indagine. Giovanni Falcone annoterà sul suo computer moltissimi episodi specifici in cui emerge chiaramente quanto fosse pesante l’aria che si respirava all’interno della procura di Palermo in quella stagione di aspre discordie e lotte interne. Queste annotazioni verranno pubblicate in seguito alla strage di Capaci sul “Sole24Ore” dalla giornalista Liana Milella, amica di Giovanni Falcone, a cui il magistrato aveva deciso di consegnarle.

Il 21 Giugno 1989 un borsone pieno di tritolo venne trovato tra gli scogli della spiaggetta della villa presa in affitto da Falcone all’Addaura per l’estate dagli uomini della sua scorta. Giovanni Falcone avrebbe dovuto accogliere proprio in quel luogo la sua collega Carla Del Ponte assieme ad un gruppo di magistrati e forze dell’ordine svizzeri per armonizzare il lavoro in merito all’inchiesta “Pizza Connection”, relativa al riciclaggio di denaro sporco collegato al traffico di droga di cui Cosa Nostra aveva il controllo. La mafia, evidentemente, voleva Falcone morto. E Falcone, che a Palermo stava investigando sugli omicidi degli uomini politici organizzati ed eseguiti da Cosa Nostra (Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre), oltre che sulla latitanza del capo dei capi Totò Riina, era davvero in una posizione di grande difficoltà.

Nel 1990, Falcone decise di candidarsi al Consiglio Superiore della Magistratura all’interno delle liste collegate “Movimento per la Giustizia” e “Proposta 88”, ma ancora una volta non ottenne la maggioranza e perse la sua sfida. I contrasti con il procuratore capo di Palermo Giammanco, diventati insostenibili, spinsero Falcone ad accettare la proposta del vicepresidente del Consiglio e Ministro di Grazia e Giustizia ad interim Claudio Martelli, di trasferirsi a Roma e ricoprire l’incarico di direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia.

 

Fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

 

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