Gioielleria del Tarì come forziere del clan: in cella lady di ferro

Il Mattino, Giovedì 19 Gennaio 2017

Gioielleria del Tarì come forziere del clan: in cella lady di ferro

di Viviana Lanza

Ripulivano i milioni di euro della droga investendo in oro, brillanti, gioielli e soprattutto orologi. Per i vertici del clan Amato-Pagano i preziosi erano più che una passione, il boss Cesare Pagano aveva una collezioni di oltre cinquanta orologi e tutti da 70mila euro in su. C’era un catalogo dei gioielli del capoclan, con tanto di foto e indicazioni delle caratteristiche di ogni singolo pezzo, realizzato appositamente per lui e custodito da un gioielliere che i collaboratori di giustizia indicano come «persona di fiducia e custode per loro conto di beni e preziosi». Una copia l’aveva il boss Pagano, un’altra la teneva il gioielliere amico.

Ogni volta che c’era un’occasione importante il boss inviava suoi fedelissimi al Tarì dal gioielliere amico per ritirare gli orologi e i gioielli scelti dal catalogo che lui o i suoi familiari intendevano indossare e che poi avrebbero riconsegnato al custode di fiducia. Tutto era rigorosamente registrato, con tanto di ricevuta a uso interno rilasciata ogni volta che un gioiello rientrava nella cassaforte del custode. È per questo che ieri una perquisizione è stata fatta anche in alcuni locali del Tarì di Marcianise (struttura estranea all’inchiesta) oltre che in casa, nei negozi, in depositi e caveau nella disponibilità di Giuseppe Casillo, l’imprenditore indagato per aver aiutato i boss a ripulire i loro soldi con investimenti in gioielli e in due ville acquistate nel 2006 nel cuore di Secondigliano, in via Cupa dell’Arco, a pochi passi dal bunker dei Di Lauro. Gli 007 dell’Antimafia sono alla ricerca del tesoro degli scissionisti, seguendo le indicazioni di ex affiliati passare a collaborare con lo Stato. E mentre ieri è iniziata la caccia all’oro del boss, nell’hinterland a nord di Napoli è scattato il blitz che ha portato all’arresto di reggenti, narcos e gregari: 14 in carcere, tre agli arresti domiciliari. In manette anche Rosaria Pagano, la sorella del boss Cesare. Le indagini coordinate dai pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra, del pool anticamorra coordinato dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dal sostituto procuratore antimafia Maria Vittoria De Simone, hanno svelato il ruolo assunto dalla donna negli ultimi anni. Indagini condotte dalla squadra mobile del primo dirigente Fausto Lamparelli.

Dopo la cattura di Mario Riccio, il genero del boss, nel febbraio 2014, tutti gli affiliati prendevano ordini da lei. Inquirenti e collaboratori di giustizia hanno tracciato il ritratto della lady camorra: donna determinata, capace di riportare unità all’interno del clan degli scissionisti superando le contrapposizioni tra la fazione Amato e quella Pagano che si verificarono dopo la definizione del primo processo al clan con le prime severe condanne per i vertici dell’organizzazione. «Conclusa la faida Rosaria Pagano si collocava a capo di un gruppo composto sia da affiliati rimasti negli anni fedeli agli Amato sia da personaggi di rilievo già vicini a Riccio ma da quest’ultimo progressivamente esclusi dalle posizioni di prestigio in favore di suoi fedelissimi provenienti dall’area maranese» si legge nel capo di imputazione. La leadership di Rosaria Pagano, secondo l’accusa, ha consentito di consolidare il gruppo di fuoco del clan, mantenere il controllo della vendita all’ingrosso di cocaina e quello delle piazze di spaccio di Melito e Arzano, di definire la gestione delle estorsioni a Mugnano nonché stabilire i nuovi rapporti con il clan della Vanella Grassi con specifiche modalità di pagamento della droga che questi acquistavano all’ingrosso. Sotto la lente degli inquirenti sono finiti anche i rapporti di persone del clan con persone appartenenti alle amministrazioni locali dell’hinterland a nord di Napoli dove il clan Pagano ha le sue ramificazioni.

All’operazione che è valsa la cattura di Rosaria Pagano nella sua lussuosa casa di ori e stucchi e all’arresto di narcos e affiliati hanno lavorato gli agenti della squadra mobile di Napoli agli ordini del primo dirigente Fausto Lamparelli, gli uomini dell’Interpool e organismi di cooperazione internazionale. Camorra e droga sono le accuse al cuore dell’inchiesta che è, in ordine di tempo, l’ultima spallata che la Dda ha dato agli scissionisti all’indomani della terza faida.

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