Già nel ’96 Carmine Schiavone, cugino di Sandokan e cassiere dei Casalesi, descriveva agli investigatori un quadro inquietante. Che fine hanno fatto quei 50-60 “soldati”pagati in provincia di Latina a 3 milioni al mese?

E’ il 13 marzo del 1996, ore 09, 55.

A Latina.

Un gruppo di investigatori, costituito da un ufficiale ed un sottufficiale dei Carabinieri e da un Commissario ed un Ispettore Superiore della Polizia di Stato, interroga Carmine Schiavone nato a Casal di Principe il 20.7.43, collaboratore di giustizia domiciliato presso il Servizio di Protezione Centrale del Ministero dell’Interno, in relazione alle indagini in corso su diversi fatti criminosi riguardanti la provincia di Latina.

All’interrogatorio assiste anche un legale di fiducia dello Schiavone appartenente al Foro di Latina.

Carmine Schiavone, cugino di “Sandokan” e già cassiere del clan dei Casalesi, collabora, com’è noto, con la Giustizia e vive sotto protezione ormai da anni in località tenuta segreta.

C’è un punto delle sue dichiarazioni che hanno attratto la nostra attenzione particolare:

è quello che riguarda, quando egli parla della struttura organizzativa del clan in provincia di Latina, i due capizona di questo in terra pontina:

Antonio Salzillo detto “Capocchione” a nord (la zona, specifica Carmine Schiavone, che da Sabaudia va fino a Roma) e

Gennaro De Angelis, capozona di Formia Gaeta fino a Terracina.

Al primo – il Salzillo- il clan corrispondeva, stando sempre alle dichiarazioni dello Schiavone, mensilmente circa 100 milioni di lire per la paga dei “soldati”, i quali, percependo ognuno 3 milioni, erano una trentina;

al secondo – il De Angelis – venivano invece corrisposti 50-60 milioni per lo stesso motivo, che, servivano a pagare un’altra ventina di “soldati” sempre del clan dei Casalesi, operanti nel sud pontino.

Complessivamente, quindi, già nel 1996 si parlava di un esercito di una cinquantina di “soldati”, appartenenti al solo clan dei Casalesi, pagati a 3 milioni al mese ed operanti in provincia di Latina, fino alle porte di Roma, senza considerare, poi, i vari gradi della scala gerarchica, fino ai vertici della cupola.

Ora la gerarchia è mutata perché molti sono in galera ed altri sono stati ammazzati.

Ma che fine hanno fatto quei 50-60 “soldati” operanti in provincia di Latina e dei quali parlava Carmine Schiavone già nel ’96?

E sono rimasti solo 50-60 o sono aumentati, tenuto anche conto del fatto che sono tantissime le persone, nate e cresciute in provincia di Latina e nel Lazio –professionisti, esponenti politici ecc. ecc. – che potrebbero essere entrate in affari con il clan dei casalesi in un modo o nell’altro?

Stiamo parlando di un solo clan, senza tener conto di tutti gli altri, della camorra, della ’ndrangheta, di cosa nostra e delle altre mafie italiane e straniere!!!

Non ci risulta, ad oggi, che, almeno da parte della magistratura e delle forze dell’ordine locali, siano stati effettuati arresti significativi al riguardo, né che siano in corso indagini altrettanto significative che abbiano potuto o stiano per scalfire l’impianto criminale in provincia di Latina e nel Basso Lazio

Un impianto che, al contrario, nei decenni si è andato consolidando ed espandendo in maniera considerevole, come attestano relazioni, rapporti, studi, sentenze e quant’altro di organismi centrali investigativi e giudiziari.

C’è qualcuno che sia in grado di rispondere in maniera convincente ed esaustiva alle nostre domande?

Alla prossima puntata.

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