Gelli, la P2 e lo Stato parallelo. Intervista a Stefania Limiti

Gelli, la P2 e lo Stato parallelo. Intervista a Stefania Limiti

Karim El Sadi 21 Marzo 2021

La P2 intaccò l’integrità dello Stato che non è mai stata ricostituita”

A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si azzecca”. Se solo lo avessimo ascoltato prima, Giulio Andreotti, quello della “prima lettera dell’alfabeto”, che comunicava con l’ironia e i silenzi. Se solo lo avessimo ascoltato prima, quando a Roma, “il porto delle nebbie”, si percepiva il puzzo della collusione e compiacenza degli uomini di palazzo che tutti fingevano di non sentire, forse qualcosa avremmo potuto fare. Ma “la storia non si fa né con i se né con i ma” dice il proverbio. Abbiamo dovuto aspettare un fortuito blitz della Finanza a Castiglion Fibocchi (Arezzo), ordinato dai giudici di Milano che indagavano sul bancarottiere vicino a Cosa nostra Michele Sindona, per scoprire fino a quanto il cancro della Loggia P2 di Licio Gelli era radicato nel corpo dello Stato. Il 17 marzo 1981 con la scoperta degli elenchi della P2 l’Italia tutta venne a sapere dell’esistenza di un anti-Stato (o forse dovremmo parlare di uno Stato parallelo), che condizionava, comprometteva e avvelenava il respiro democratico del Paese. Uno scandalo di portata storica e internazionale che provocò un senso di smarrimento e del quale ancora oggi ne percepiamo le gravose conseguenze. Tra le prime ad occuparsi del caso fu Sandra Bonsanti, giornalista d’inchiesta e scrittrice, che lo scorso 11 marzo è uscita con il libro “Colpevoli. Gelli, Andreotti e la P2 visti da vicino” (ed. Chiarelettere). Un libro scritto con la collega, anche lei giornalista e grande penna d’inchiesta, Stefania Limiti, che abbiamo intervistato.


40 anni fa a Castiglion Fibocchi i finanzieri scoprirono i segretissimi elenchi della P2, quali danni ha arrecato la loggia alla nostra democrazia? Quale fu l’impatto mediatico della scoperta degli elenchi?
L’impatto mediatico fu enorme, di grande clamore e sconcerto ma soprattutto di smarrimento. Stiamo parlando di vertici dello Stato che si era scoperto essere membri di una loggia massonica segreta. Poi dobbiamo considerare che l’Italia era stata attraversata dalla strategia della tensione; appena un anno prima c’era stato l’attentato alla Stazione di Bologna. Quindi il clamore fu tanto ma io direi soprattutto lo smarrimento. Per quanto riguarda le conseguenze i guasti di queste vicende sono stati enormi e direi mai cancellati perché la P2 ha intaccato l’integrità dello Stato e questa integrità non è mai stata ricostituita.

Ancora oggi c’è chi pensa che gli elenchi non fossero completi, ma parziali. Tra tutte spicca la testimonianza dell’ex Gran Maestro del Goi Giuliano Di Bernardo e quella del massone Vincenzo Valenza che ipotizza addirittura che le liste nascoste a “La Giole” fossero state messe appositamente a “disposizione nel caso di una perquisizione”. Erano 962 gli iscritti o erano di più?
E’ certo che fossero molti di più, quindi la domanda è come mai e dove si trovano gli altri nomi? Ma questo lo aveva capito molto bene già Tina Anselmi perché nella relazione finale sulla P2 lei fa un accenno, che peraltro sono andata a rivedere recentemente, quello del doppio livello. Una doppia piramide, era una espressione molto efficace che si inventa Tina Anselmi e che andava a toccare il comitato di Montecarlo. Le prove che la commissione aveva, le testimonianze, erano schiaccianti. Quindi già da allora era chiaro che la P2 non finiva lì. Poi c’è tutto il capitolo dei documenti persi e che Gelli aveva in Uruguay, cosa c’era lì? Non lo sappiamo. In più c’è da dire che la riservatezza e l’investitura all’orecchio del Gran Maestro è una prassi nella massoneria e viene usata proprio per tutelare persone che non vogliono rischiare di essere scoperte e questa prassi ce la raccontano gli stessi massoni. Quindi direi proprio che non ci sono dubbi sulla possibilità che gli elenchi fossero incompleti. Noi abbiamo perso una parte degli iscritti.

Alcuni dei progetti più cari a Gelli, contenuti nel suo Piano di Rinascita, sono ancora spaventosamente attuali tanto da essere rilanciati ciclicamente. Penso alla riforma della Costituzione che doveva aprire le porte al presidenzialismo, o la riduzione o abolizione del Senato. E’ segno che l’idea d’Italia nefasta che aveva il Venerabile non è tramontata?
Indubbiamente dal 1981 in poi, cioè da quando Gelli apparentemente esce di scena, ci sono state sempre fortissime pressioni intorno all’idea del presidenzialismo che altro non è che la riforma autoritaria dello Stato democratico italiano. Noi abbiamo questa Costituzione di cui pian piano abbiamo scoperto il valore soprattutto dopo la prima repubblica quando è arrivato Berlusconi, lì abbiamo capito cosa significava la Costituzione repubblicana antifascista e uno Stato che invece ha di fatto appaltato agli interessi privati. Inoltre c’è tutta la parte che riguarda l’informazione, la P2 riuscì nell’assalto al Corriere della Sera che è da sempre il simbolo dell’informazione della borghesia italiana. Successivamente quello che avvenne con la rottura del monopolio pubblico della tv, è espressione di quel tipo di programma politico. Siamo lì. Gelli e la P2 non finiscono nel 1981, teniamo conto che Silvio Berlusconi, che prende il potere nel 1994, è un tesserato alla P2. Cioè è uno che viene da quegli ambienti e che nasce politicamente in quegli ambienti. Noi abbiamo avuto bisogno di una commissione di epurazione che mettesse fuori dallo Stato tutti coloro che erano stati immischiati con Gelli e i suoi uomini. Ed è la stessa cosa tentata di fatto nel dopoguerra, e non è riuscita. Quelli del dopoguerra abbiamo avuto il problema che i fascisti sono diventati membri delle forze armate. Quel mancato chiarimento tra chi era legittimato a starci e chi no è stato l’origine di un dramma. E questa cosa è pari pari a quella che è successa nel 1981, perché tutti coloro che erano stati coinvolti in una loggia massonica che fa della segretezza e del potere occulto il suo strumento fondamentale per raggiungere i suoi fini, dovevano essere tenuti fuori dallo Stato. Ma così non è andata.

In un articolo pubblicato su l’Avanti in data 31 marzo ’81 Bettino Craxi soprannominava Licio Gelli come “Belfagor”, il fantasma del Louvre, descrivendolo poi come ”attivissimo arcidiavolo”. Sempre in quell’articolo l’ex premier socialista affermava che “Belfagor” è il segretario generale di “Belzebù”, lasciando al lettore un velo di mistero sulla vera identità di quest’ultimo. Oggi sappiamo che “Belzebù”, per Craxi, era Giulio Andreotti. Ma possiamo veramente credere che fosse lui il principe dei demoni? O anche “il Divino” si “genufletteva” a qualcuno?
Credo che Andreotti ha saputo manovrare di volta in volta durante la sua lunga carriera, che coincide con la storia della prima Repubblica, tutte le storie occulte di fronte alle quali lui non doveva genuflettersi, anzi gli altri dovevano farlo. Ed era lui che poteva avere un ruolo nella loro liquidazione o sopravvivenza. Però allo stesso tempo credo che anche Andreotti sia stato a sua volta suddito di qualcun altro. I democristiani sono stati molto attenti a non lasciare nessuna traccia di questa perversione con cui il potere italiano è stato limitato e di come loro sono stati protagonisti di questa grande operazione della guerra fredda. Ma indubbiamente a qualcuno rispondeva anche lui.

Clara Calvi, moglie del banchiere Roberto, parlò di una gerarchia interna alla P2 ai cui vertici troviamo, in ordine, Licio Gelli, Umberto Ortolani, Francesco Cosentino (di lui si trova solo qualche sparuta fotografia in rete nonostante secondo il pg di Palermo Roberto Scarpinato fosse il mandante dell’omicidio Dalla Chiesa) e Giulio Andreotti, seduto in cima al podio. Sono loro i “Colpevoli”? E soprattutto hanno pagato?
Ovviamente no, non hanno pagato. In questo senso, “Colpevoli” è un libro molto politico che vuole dire che se la storia della P2 è stata ridotta a storia di una “mascariata” è perché avremmo dovuto accusare e mettere all’indice quel pezzo di classe politica che quella storia l’ha accolta volentieri e quindi non ha contribuito né a liquidarla, né a denunciarla o tantomeno a farla comprendere poi. In quel momento la Repubblica doveva avere chiaro che noi avremmo dovuto mettere fuori gioco nel nostro sistema l’uso del segreto. Non esiste nella nostra società la possibilità che delle associazioni siano segrete e questa è una grande disgrazia nel nostro Paese, la democrazia è fatta di trasparenza. Non esiste la possibilità che si venga legittimata l’oscurità perché questo altera il gioco democratico. In quel momento avremmo quantomeno dovuto dire che quelle cose sono fuori dallo Stato e in Italia le associazioni segrete non possono esistere. I colpevoli quindi sono loro ma non solo loro. E’ anche tutta quella politica che non ha saputo affrontare fino in fondo le proprie responsabilità e trarne le conseguenze per mettere in sicurezza lo Stato, che in realtà non è mai stato messo in sicurezza.

A fine del libro Sandra Bonsanti scrive: “Se ognuno avesse fatto la sua parte di uomo delle istituzioni, quella catena di omertà poteva sgretolarsi, la mafia avrebbe smesso di uccidere, i fascisti di mettere le bombe, Gelli sarebbe stato solo un ridicolo burattinaio, manovratore di piccoli esseri; le stazioni, i treni, luoghi sicuri per giovani e vecchi; le strade non luoghi per gli agguati ma pezzi di città grandi di storia e di democrazia”. Da questa riflessione viene da dire che il male maggiore è stata l’indifferenza e la compiacenza di chi sarebbe potuto intervenire e non l’ha fatto.
L’indifferenza è qualcosa che ha sempre delle conseguenze, qualsiasi sia il piano di riferimento. E quando si è indifferenti nei confronti di un intero sistema si finisce per essere non solo responsabili ma padrini e tutori di quel sistema. Quindi chi pretende di stare fuori dalle responsabilità se lo scordi. L’indifferenza è responsabilità. E allo stesso modo lo è la compiacenza.

Nel libro si parla di “due piramidi”. Una prima piramide sulla cui vetta si trovava Gelli, e una seconda, rovesciata, tangente alla prima al vertice. Puoi spiegarci questa figura?
La Anselmi ha descritto la P2 come un sistema di cui era stata trovata la base ma del quale mancava la parte superiore, la testa. In questo senso l’idea della doppia piramide dà l’immagine di una storia non capita e non scoperta che ha potuto continuare a dispiegare il suo potenziale distruttivo dello Stato democratico ed è quello che poi in realtà ha fatto.

Nel 2014 la direttiva di Matteo Renzi aveva rimosso i sigilli dagli atti sulle stragi “nere”. Ma il provvedimento ha lasciato fuori la P2 e Gladio. Di recente Giuseppe Conte aveva promesso di rivedere la Direttiva rimasta poi lettera morta. A che punto siamo?
Le associazioni sono in attesa di avere nuove direttive, chiaramente la situazione della pandemia rallenta tutto ma oramai è chiaro che quei fascicoli devono venir fuori. Non esiste che siano fuori dall’elenco. Ma la questione è più complessa di come pensiamo perché nessuno sa cosa c’è in quegli archivi. Quindi anche escludendo la possibilità che le amministrazioni si tengano in malafede del materiale resta un problema e sono gli studiosi a dover capire e decidere dove prendere i materiali. Per fare un esempio nel fascicolo su Piazza Fontana ci può essere del materiale ma in un altro fascicolo intitolato diversamente e che riguarda ad esempio i Carabinieri potrebbero esserci altrettante informazioni rilevanti su quella vicenda. Quindi è già la suddivisione in questo modo che non funziona.

Licio Gelli e i suoi sodali hanno vissuto – nonostante lo scandalo, le inchieste e gli arresti – sotto un mantello di impunità (Gelli è stato condannato per i fatti della P2 con una sentenza leggerissima emessa solo molti anni dopo). Come è stato possibile?
Il mantello d’impunità è stato garantito dalla classe politica anche perché evidentemente lui aveva una capacità di ricatto estremamente ampia e lui se l’è indubbiamente gestita bene anche grazie ai servizi segreti.

Sempre parlando di processi, a Bologna siamo arrivati a un punto di svolta nell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980 dove Gelli viene ritenuto dalla procura Generale come finanziatore dell’attentato. Quale fu il disegno che si nascondeva dietro alla bomba?
Il disegno era quello di determinare una situazione politicamente insostenibile da parte delle autorità che avesse spinto in avanti delle decisioni per definire un quadro normativo e istituzionale che chiudesse le maglie della democrazia.
Il disegno l’ha spiegato Licio Gelli stesso nella famosa intervista a Maurizio Costanzo. E questo disegno il Venerabile lo stava percorrendo.

In Italia non finisce mai niente e le tentazioni e le infiltrazioni clandestine nella vita dello Stato permangono sotto quella spoglia e sotto altre spoglie”. Lo disse Giovanni Spadolini a commento della richiesta di rinvio a giudizio di Elisabetta Cesqui, sostituto procuratore di Roma dell’unica indagine della magistratura realmente approfondita su Gelli e la P2. Una frase attuale? Oggi esistono ancora queste tentazioni e infiltrazioni nello Stato?
Assolutamente sì, siamo pieni di inchieste che raccontano delle logge massoniche che diventano punto di mediazione del potere. E’ indubbio che il nostro Stato è infiltrato e frammentato e per questo trova difficoltà nel poter esprimere delle azioni che siano a garanzia dell’interesse generale. Dovremmo piuttosto chiederci come potremmo respingerle.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/82846-gelli-la-p2-e-lo-stato-parallelo-intervista-a-stefania-limiti.html


Gelli, la P2 e lo Stato parallelo. Intervista a Stefania Limiti

Karim El Sadi 21 Marzo 2021

La P2 intaccò l’integrità dello Stato che non è mai stata ricostituita”

A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si azzecca”. Se solo lo avessimo ascoltato prima, Giulio Andreotti, quello della “prima lettera dell’alfabeto”, che comunicava con l’ironia e i silenzi. Se solo lo avessimo ascoltato prima, quando a Roma, “il porto delle nebbie”, si percepiva il puzzo della collusione e compiacenza degli uomini di palazzo che tutti fingevano di non sentire, forse qualcosa avremmo potuto fare. Ma “la storia non si fa né con i se né con i ma” dice il proverbio. Abbiamo dovuto aspettare un fortuito blitz della Finanza a Castiglion Fibocchi (Arezzo), ordinato dai giudici di Milano che indagavano sul bancarottiere vicino a Cosa nostra Michele Sindona, per scoprire fino a quanto il cancro della Loggia P2 di Licio Gelli era radicato nel corpo dello Stato. Il 17 marzo 1981 con la scoperta degli elenchi della P2 l’Italia tutta venne a sapere dell’esistenza di un anti-Stato (o forse dovremmo parlare di uno Stato parallelo), che condizionava, comprometteva e avvelenava il respiro democratico del Paese. Uno scandalo di portata storica e internazionale che provocò un senso di smarrimento e del quale ancora oggi ne percepiamo le gravose conseguenze. Tra le prime ad occuparsi del caso fu Sandra Bonsanti, giornalista d’inchiesta e scrittrice, che lo scorso 11 marzo è uscita con il libro “Colpevoli. Gelli, Andreotti e la P2 visti da vicino” (ed. Chiarelettere). Un libro scritto con la collega, anche lei giornalista e grande penna d’inchiesta, Stefania Limiti, che abbiamo intervistato.


40 anni fa a Castiglion Fibocchi i finanzieri scoprirono i segretissimi elenchi della P2, quali danni ha arrecato la loggia alla nostra democrazia? Quale fu l’impatto mediatico della scoperta degli elenchi?
L’impatto mediatico fu enorme, di grande clamore e sconcerto ma soprattutto di smarrimento. Stiamo parlando di vertici dello Stato che si era scoperto essere membri di una loggia massonica segreta. Poi dobbiamo considerare che l’Italia era stata attraversata dalla strategia della tensione; appena un anno prima c’era stato l’attentato alla Stazione di Bologna. Quindi il clamore fu tanto ma io direi soprattutto lo smarrimento. Per quanto riguarda le conseguenze i guasti di queste vicende sono stati enormi e direi mai cancellati perché la P2 ha intaccato l’integrità dello Stato e questa integrità non è mai stata ricostituita.

Ancora oggi c’è chi pensa che gli elenchi non fossero completi, ma parziali. Tra tutte spicca la testimonianza dell’ex Gran Maestro del Goi Giuliano Di Bernardo e quella del massone Vincenzo Valenza che ipotizza addirittura che le liste nascoste a “La Giole” fossero state messe appositamente a “disposizione nel caso di una perquisizione”. Erano 962 gli iscritti o erano di più?
E’ certo che fossero molti di più, quindi la domanda è come mai e dove si trovano gli altri nomi? Ma questo lo aveva capito molto bene già Tina Anselmi perché nella relazione finale sulla P2 lei fa un accenno, che peraltro sono andata a rivedere recentemente, quello del doppio livello. Una doppia piramide, era una espressione molto efficace che si inventa Tina Anselmi e che andava a toccare il comitato di Montecarlo. Le prove che la commissione aveva, le testimonianze, erano schiaccianti. Quindi già da allora era chiaro che la P2 non finiva lì. Poi c’è tutto il capitolo dei documenti persi e che Gelli aveva in Uruguay, cosa c’era lì? Non lo sappiamo. In più c’è da dire che la riservatezza e l’investitura all’orecchio del Gran Maestro è una prassi nella massoneria e viene usata proprio per tutelare persone che non vogliono rischiare di essere scoperte e questa prassi ce la raccontano gli stessi massoni. Quindi direi proprio che non ci sono dubbi sulla possibilità che gli elenchi fossero incompleti. Noi abbiamo perso una parte degli iscritti.

Alcuni dei progetti più cari a Gelli, contenuti nel suo Piano di Rinascita, sono ancora spaventosamente attuali tanto da essere rilanciati ciclicamente. Penso alla riforma della Costituzione che doveva aprire le porte al presidenzialismo, o la riduzione o abolizione del Senato. E’ segno che l’idea d’Italia nefasta che aveva il Venerabile non è tramontata?
Indubbiamente dal 1981 in poi, cioè da quando Gelli apparentemente esce di scena, ci sono state sempre fortissime pressioni intorno all’idea del presidenzialismo che altro non è che la riforma autoritaria dello Stato democratico italiano. Noi abbiamo questa Costituzione di cui pian piano abbiamo scoperto il valore soprattutto dopo la prima repubblica quando è arrivato Berlusconi, lì abbiamo capito cosa significava la Costituzione repubblicana antifascista e uno Stato che invece ha di fatto appaltato agli interessi privati. Inoltre c’è tutta la parte che riguarda l’informazione, la P2 riuscì nell’assalto al Corriere della Sera che è da sempre il simbolo dell’informazione della borghesia italiana. Successivamente quello che avvenne con la rottura del monopolio pubblico della tv, è espressione di quel tipo di programma politico. Siamo lì. Gelli e la P2 non finiscono nel 1981, teniamo conto che Silvio Berlusconi, che prende il potere nel 1994, è un tesserato alla P2. Cioè è uno che viene da quegli ambienti e che nasce politicamente in quegli ambienti. Noi abbiamo avuto bisogno di una commissione di epurazione che mettesse fuori dallo Stato tutti coloro che erano stati immischiati con Gelli e i suoi uomini. Ed è la stessa cosa tentata di fatto nel dopoguerra, e non è riuscita. Quelli del dopoguerra abbiamo avuto il problema che i fascisti sono diventati membri delle forze armate. Quel mancato chiarimento tra chi era legittimato a starci e chi no è stato l’origine di un dramma. E questa cosa è pari pari a quella che è successa nel 1981, perché tutti coloro che erano stati coinvolti in una loggia massonica che fa della segretezza e del potere occulto il suo strumento fondamentale per raggiungere i suoi fini, dovevano essere tenuti fuori dallo Stato. Ma così non è andata.

In un articolo pubblicato su l’Avanti in data 31 marzo ’81 Bettino Craxi soprannominava Licio Gelli come “Belfagor”, il fantasma del Louvre, descrivendolo poi come ”attivissimo arcidiavolo”. Sempre in quell’articolo l’ex premier socialista affermava che “Belfagor” è il segretario generale di “Belzebù”, lasciando al lettore un velo di mistero sulla vera identità di quest’ultimo. Oggi sappiamo che “Belzebù”, per Craxi, era Giulio Andreotti. Ma possiamo veramente credere che fosse lui il principe dei demoni? O anche “il Divino” si “genufletteva” a qualcuno?
Credo che Andreotti ha saputo manovrare di volta in volta durante la sua lunga carriera, che coincide con la storia della prima Repubblica, tutte le storie occulte di fronte alle quali lui non doveva genuflettersi, anzi gli altri dovevano farlo. Ed era lui che poteva avere un ruolo nella loro liquidazione o sopravvivenza. Però allo stesso tempo credo che anche Andreotti sia stato a sua volta suddito di qualcun altro. I democristiani sono stati molto attenti a non lasciare nessuna traccia di questa perversione con cui il potere italiano è stato limitato e di come loro sono stati protagonisti di questa grande operazione della guerra fredda. Ma indubbiamente a qualcuno rispondeva anche lui.

Clara Calvi, moglie del banchiere Roberto, parlò di una gerarchia interna alla P2 ai cui vertici troviamo, in ordine, Licio Gelli, Umberto Ortolani, Francesco Cosentino (di lui si trova solo qualche sparuta fotografia in rete nonostante secondo il pg di Palermo Roberto Scarpinato fosse il mandante dell’omicidio Dalla Chiesa) e Giulio Andreotti, seduto in cima al podio. Sono loro i “Colpevoli”? E soprattutto hanno pagato?
Ovviamente no, non hanno pagato. In questo senso, “Colpevoli” è un libro molto politico che vuole dire che se la storia della P2 è stata ridotta a storia di una “mascariata” è perché avremmo dovuto accusare e mettere all’indice quel pezzo di classe politica che quella storia l’ha accolta volentieri e quindi non ha contribuito né a liquidarla, né a denunciarla o tantomeno a farla comprendere poi. In quel momento la Repubblica doveva avere chiaro che noi avremmo dovuto mettere fuori gioco nel nostro sistema l’uso del segreto. Non esiste nella nostra società la possibilità che delle associazioni siano segrete e questa è una grande disgrazia nel nostro Paese, la democrazia è fatta di trasparenza. Non esiste la possibilità che si venga legittimata l’oscurità perché questo altera il gioco democratico. In quel momento avremmo quantomeno dovuto dire che quelle cose sono fuori dallo Stato e in Italia le associazioni segrete non possono esistere. I colpevoli quindi sono loro ma non solo loro. E’ anche tutta quella politica che non ha saputo affrontare fino in fondo le proprie responsabilità e trarne le conseguenze per mettere in sicurezza lo Stato, che in realtà non è mai stato messo in sicurezza.

A fine del libro Sandra Bonsanti scrive: “Se ognuno avesse fatto la sua parte di uomo delle istituzioni, quella catena di omertà poteva sgretolarsi, la mafia avrebbe smesso di uccidere, i fascisti di mettere le bombe, Gelli sarebbe stato solo un ridicolo burattinaio, manovratore di piccoli esseri; le stazioni, i treni, luoghi sicuri per giovani e vecchi; le strade non luoghi per gli agguati ma pezzi di città grandi di storia e di democrazia”. Da questa riflessione viene da dire che il male maggiore è stata l’indifferenza e la compiacenza di chi sarebbe potuto intervenire e non l’ha fatto.
L’indifferenza è qualcosa che ha sempre delle conseguenze, qualsiasi sia il piano di riferimento. E quando si è indifferenti nei confronti di un intero sistema si finisce per essere non solo responsabili ma padrini e tutori di quel sistema. Quindi chi pretende di stare fuori dalle responsabilità se lo scordi. L’indifferenza è responsabilità. E allo stesso modo lo è la compiacenza.

Nel libro si parla di “due piramidi”. Una prima piramide sulla cui vetta si trovava Gelli, e una seconda, rovesciata, tangente alla prima al vertice. Puoi spiegarci questa figura?
La Anselmi ha descritto la P2 come un sistema di cui era stata trovata la base ma del quale mancava la parte superiore, la testa. In questo senso l’idea della doppia piramide dà l’immagine di una storia non capita e non scoperta che ha potuto continuare a dispiegare il suo potenziale distruttivo dello Stato democratico ed è quello che poi in realtà ha fatto.

Nel 2014 la direttiva di Matteo Renzi aveva rimosso i sigilli dagli atti sulle stragi “nere”. Ma il provvedimento ha lasciato fuori la P2 e Gladio. Di recente Giuseppe Conte aveva promesso di rivedere la Direttiva rimasta poi lettera morta. A che punto siamo?
Le associazioni sono in attesa di avere nuove direttive, chiaramente la situazione della pandemia rallenta tutto ma oramai è chiaro che quei fascicoli devono venir fuori. Non esiste che siano fuori dall’elenco. Ma la questione è più complessa di come pensiamo perché nessuno sa cosa c’è in quegli archivi. Quindi anche escludendo la possibilità che le amministrazioni si tengano in malafede del materiale resta un problema e sono gli studiosi a dover capire e decidere dove prendere i materiali. Per fare un esempio nel fascicolo su Piazza Fontana ci può essere del materiale ma in un altro fascicolo intitolato diversamente e che riguarda ad esempio i Carabinieri potrebbero esserci altrettante informazioni rilevanti su quella vicenda. Quindi è già la suddivisione in questo modo che non funziona.

Licio Gelli e i suoi sodali hanno vissuto – nonostante lo scandalo, le inchieste e gli arresti – sotto un mantello di impunità (Gelli è stato condannato per i fatti della P2 con una sentenza leggerissima emessa solo molti anni dopo). Come è stato possibile?
Il mantello d’impunità è stato garantito dalla classe politica anche perché evidentemente lui aveva una capacità di ricatto estremamente ampia e lui se l’è indubbiamente gestita bene anche grazie ai servizi segreti.

Sempre parlando di processi, a Bologna siamo arrivati a un punto di svolta nell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980 dove Gelli viene ritenuto dalla procura Generale come finanziatore dell’attentato. Quale fu il disegno che si nascondeva dietro alla bomba?
Il disegno era quello di determinare una situazione politicamente insostenibile da parte delle autorità che avesse spinto in avanti delle decisioni per definire un quadro normativo e istituzionale che chiudesse le maglie della democrazia.
Il disegno l’ha spiegato Licio Gelli stesso nella famosa intervista a Maurizio Costanzo. E questo disegno il Venerabile lo stava percorrendo.

In Italia non finisce mai niente e le tentazioni e le infiltrazioni clandestine nella vita dello Stato permangono sotto quella spoglia e sotto altre spoglie”. Lo disse Giovanni Spadolini a commento della richiesta di rinvio a giudizio di Elisabetta Cesqui, sostituto procuratore di Roma dell’unica indagine della magistratura realmente approfondita su Gelli e la P2. Una frase attuale? Oggi esistono ancora queste tentazioni e infiltrazioni nello Stato?
Assolutamente sì, siamo pieni di inchieste che raccontano delle logge massoniche che diventano punto di mediazione del potere. E’ indubbio che il nostro Stato è infiltrato e frammentato e per questo trova difficoltà nel poter esprimere delle azioni che siano a garanzia dell’interesse generale. Dovremmo piuttosto chiederci come potremmo respingerle.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/82846-gelli-la-p2-e-lo-stato-parallelo-intervista-a-stefania-limiti.html


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