Gebbia al Processo Masi: ”Sapevo di una pista su Provenzano, ma mi vietarono di usarla”

Gebbia al Processo Masi: ”Sapevo di una pista su Provenzano, ma mi vietarono di usarla”

Luca Grossi 06 Aprile 2021

Avevo ricevuto dal metropolita ortodosso di Sarajevo la dritta che il capomafia di Mezzojuso un tale Napoli nascondeva Bernardo Provenzano dentro il convento dei monaci Basiliani di Mezzojuso… Io ne parlai con il Gianmarco Sottili e lui mi disse espressamente che non potevo sfruttare la fonte confidenziale (il metropolita n.d .r.) perché il procuratore Grasso aveva destinato alla ricerca di Provenzano solo un’apposita sezione del ROS e una squadra a ciò formata all’interno della squadra mobile.
A raccontare il fatto è stato l’ex generale dell’Arma dei carabinieri 
Nicolò Gebbia (in foto), oggi assessore del Comune di Mezzojuso, sentito nell’ambito del processo che vede imputati il maresciallo Saverio Masi, membro della scorta del magistrato Nino Di Matteo (difeso dal legale Claudia La Barbera), e Salvatore Fiducia (difeso dall’ex pm ed oggi avvocato Antonio Ingroia), accusati di calunnia e diffamazione nei confronti di sette ufficiali dell’arma (Gianmarco Sottili, Francesco Gosciu, Michele Miulli, Fabio Ottaviani, Gianluca Valerio, Antonio Nicoletti Biagio Bertodi difesi dagli avvocati Claudio Gallina Montana, Ugo Colonna, Basilio Milio ed Enrico Sanseverino).
Così come aveva messo a verbale precedentemente, anche nell’audizione che si è tenuta lo scorso 31 marzo Gebbia ha dichiarato che nell’arco di tempo in cui aveva prestato servizio nella capitale bosniaca aveva avuto modo di avere delle informazioni, in merito al latitante
 Bernardo Provenzano. La una fonte confidenziale era il metropolita di Sarajevo e che “dopo la cerimonia di insediamento nel comando della sezione operativa dei Carabinieri di Palermo, io riunii tutti gli ufficiali e dissi loro che ero venuto per catturare Provenzano con una dritta ‘quagliante’ e che ogni mattina volevo che noi ufficiali ci riunissimo e ci scambiassimo le informazioni che i nostri uomini avevano raccolto. Sottili mi disse che è una cosa che lui non avrebbe mai potuto… insomma il teorema Sottili lo conoscete.
Infatti, secondo quanto riferito dall’ex generale, l’allora colonnello Sottili aveva impostato la sua linea operativa in base ad una direttiva che limitava notevolmente lo scambio di informazioni tra i colleghi.
Io allora presi le notizie che avevo (su Provenzano n.d.r.e chiamai il maggiore che comandava il ROS e gliele misi in mano – ha dichiarato Gebbia.

Carabinieri e Massoneria

L’ex generale Gebbia, durante la sua audizione, ha fatto anche riferimento ai possibili legami che sarebbero intercorsi, tanto in passato quanto oggi, tra la massoneria e l’Arma. “Gli ufficiali dei Carabinieri se volevano fare carriera dovevano essere necessariamente massoni. Non parlo di sette deviate. Ma dovevano necessariamente avere prestato il giuramento di fedeltà alla massoneria” ha spiegato nel corso della deposizione aggiungendo addirittura che vi sarebbe stata anche “una loggia prediletta nell’Arma che è la loggia Mercurio di Torino che è quasi esclusivamente formata da militari dell’esercito e dell’Arma dei carabinieri”. Gebbia ha poi aggiunto: “Premesso che essere affiliati alla massoneria non è retato. Tante carriere inspiegabili nell’Arma si spiegano solo con comune  fratellanza massonica” e ancora “io seppi dall’arcivescovo di Trieste che Sottili era Massone non di una loggia triestina ma una loggia Cagliaritana.”

Certamente le dichiarazioni dell’ex generale dovranno passare il vaglio del Tribunale che dovrà verificherà la loro veridicità e il loro peso all’interno dell’inter processuale, ma il quadro evidenziato appare allarmante.

Accertamenti vietati

Oltre all’ex generale, sentito anche in altri processi come quello sulla trattativa Stato-mafia, sono stati ascoltati anche altri testimoni. Tra essi il brigadiere in pensione Stefano Prestigiacomo. Questi, rispondendo alle domande del legale Claudia La Barbera, ha riferito di un episodio in cui il colonnello Sottili avrebbe impedito il proseguimento di alcuni accertamenti: “C’era un nostro confidente che ci ha raccontato chi era l’infermiere di Provenzano, una tale Tanino Lipari di Corleone ma che però abitava ad Altavilla Milicia. Abbiamo iniziato le indagini su questo soggetto con microspie, microfoni ambientali e GPS , piazzati nella sua macchina. Lipari andava molto spesso a Corleone e un giorno si era fermato in una piazza a parlare con delle persone, dopo dieci minuti ripartii e si fermo sotto la Montagna dei Cavalli, dopo che era  arrivato sentimmo che uscii dalla macchina e sentimmo il rumore di una jeep che partiva, dopo tre quarti d’ora sentimmo che la jeep tonava e che sulla macchina entrarono due soggetti. Che poi scoprimmo che uno era il nipote di Provenzano. E ancora: “Dopo questo noi abbiamo chiesto di andare a vedere a Corleone  la posizione di dove la macchina si era fermata ma il colonnello Sottili c’è lo ha vietato e non ci ha dato nessuna motivazione

L’avvocato di Saverio Masi ha inoltre interrogato anche l’appuntato Vincenzo Lauri il quale ha riferito di diversi episodi in cui il Masi “entrava in ufficio e bestemmiava”, poiché  “si capiva che non era stato autorizzato” a svolgere operazioni di “osservazione o installazione” di telecamere.

La prossima udienza si terrà il prossimo 28 aprile.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/306-giustizia/83091-gebbia-al-processo-masi-sapevo-di-una-pista-su-provenzano-ma-mi-vietarono-di-usarla.html

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