Galullo, nei “Vicini di mafia”, coglie e mette a nudo i nodi reali delle deficienze nella lotta alle mafie ed i motivi per i quali queste continuano ad espandersi.

E’ una realtà, dura, cruda, vera, brutale, quella che emerge dalla lettura dell’ultimo saggio di Roberto Galullo, de Il Sole 24 ore, dal titolo “Vicini di mafia”, un libro che noi abbiamo suggerito e continuiamo a suggerire a tutti i nostri iscritti e simpatizzanti di leggere attentamente.

Una realtà non manipolata, non edulcorata, a proposito delle mafie nel Paese e nel Lazio, che mette a nudo tutte le connessioni, le deficienze, le omissioni, le carenze da parte dello Stato sul piano dell’azione di contrasto delle mafie.

Ci rendiamo conto delle enormi difficoltà nel comprendere a fondo il fenomeno mafioso, il cui potere, i cui principi non sono nati al di fuori del contesto sociale e politico del Paese.

Storicamente le mafie sono nate come espressione dei ceti agiati, di quelli dominanti ed esse, quindi, vanno viste come connaturate al sistema.

Nel loro rapporto con la politica e le istituzioni, qualcuno ha voluto richiamare l’esempio dell’acqua e dei pesci.

Non ci sono i pesci se non c’è l’acqua.

Se, poi, aggiungiamo che, oltre alla politica ed alle istituzioni, bisogna tenere nel conto la infinità disponibilità di soldi da parte delle mafie, il cerchio si chiude.

Quando, quindi, si parla di mafie, bisogna parlare di soldi, di politica e di istituzioni.

Se vogliamo essere seri!

Tutto il resto è aria fritta.

Il problema mafie, quindi, non può e non deve essere affrontato con superficialità e con pressappochismo, come spesso avviene, senza conoscerlo ed andare al fondo delle questioni.

Molti – e non solo Giovanni Falcone – è morto ammazzato per aver capito e per voler far capire agli altri cosa sono le mafie e come, quindi, vanno combattute.

Roberto Galullo non si limita alla narrazione dei fatti avvenuti –la via più comoda -, ma va all’essenza del problema, mette a nudo le cose che non vanno ed induce implicitamente, almeno nelle menti dei lettori intelligenti, a domandarsi “perché” esse non vanno.

C’è un suo passaggio, fra i tanti, nel suo libro “ Vicini di mafia” che, letto come si deve, fa riflettere proprio su quel “perché” avviene quello che avviene.

Lo vogliamo riportare testualmente:

“E che la provincia di Frosinone, così come del resto quella di Latina, ormai infestate dalle mafie, sia vitale per la lotta alla criminalità organizzata, ben lo sa anche la Procura distrettuale antimafia di Roma che, testualmente, scrive nella relazione di fine 2009 al procuratore Pietro Grasso che “… appare utile realizzare un efficace coordinamento con le Procure circondariali, soprattutto Latina e Frosinone. Gravi episodi –gambizzazioni, incendi, attentati – si realizzano infatti quasi quotidianamente in quei territori, ma vengono rubricati e trattati come fatti di criminalità comune. La parcellizzazione delle indagini impedisce di cogliere, in tali avvenimenti, i segnali della presenza della criminalità mafiosa e favorisce il suo progressivo radicamento. Il mancato coinvolgimento poi della Direzione distrettuale antimafia rende impossibile utilizzare nelle indagini quegli strumenti investigativi (consultazione della banca dati, escussione di collaboratori di giustizia, collegamenti investigativi con altri uffici, acquisizione di atti giudiziari) essenziali per accertare compiutamente quel tipo di fatti. La conseguenza è che essi restano sovente impuniti, con il risultato di rafforzare ancor di più il potere dei gruppi mafiosi. Sarebbe dunque utile, dopo i necessari aggiornamenti, procedere finalmente alla sottoscrizione del protocollo d’intesa –promosso dal procuratore nazionale antimafia e dal procuratore generale presso la Corte di Appello- tra Procure circondariali e Procura distrettuale, che in altre realtà ha dato risultati ma che per il distretto di Roma non è stato sottoscritto”.

Ecco, per noi questo basta ed avanza perché in tutta la relazione Galullo coglie, stralciando questo passaggio di essa, alcuni nodi essenziali:

La frammentazione delle indagini, la mancanza di quell’unicum di cui noi abbiamo sempre parlato, da quando cominciammo a trattare, ad esempio, il modo come la Procura di Latina coordinava le indagini sull’abusivismo edilizio di Minturno, le iscrizioni a ruolo, la mancanza di un coordinamento fra DDA e Procure circondariali.

Noi non sappiamo se DDA di Roma e Procura circondariali del Lazio e, soprattutto, di Latina e Frosinone abbiano sottoscritto dal 2009 ad oggi quel “protocollo d’intesa”.

Ma la domanda che ci poniamo è:

c’è bisogno di un “protocollo di intesa” per far capire che le indagini vanno coordinate con i livelli competenti?

E non potrebbe imputarsi a coloro che, anziché rubricare i reati come di natura associativa, li hanno invece rubricati come comuni, la responsabilità del fatto che siamo ormai, come giustamente rileva Galullo, ”infestati dalle mafie”?

A noi viene da ridere, per non dire piangere, quando leggiamo di dichiarazioni o interrogazioni parlamentari di esponenti politici che chiedono genericamente… ” Se risponde a verità che in tal comune operano organizzazioni criminali… ecc. ecc. ” ed altre stupidaggini del genere.

Senza mai cogliere ed evidenziare i nodi delle questioni, le cause, i “perché”.

Delle due, quindi, una:

o ci troviamo di fronte ad un esercito di incompetenti e di demagoghi che vogliono solo fare fumo;

o non si vogliono affrontare i problemi seri, i nodi reali.

Ognuno si dia la risposta che più gradisce.

Grazie, Galullo.

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