Gaeta .Quel porto dei misteri……………………….

Noi apprezziamo il lavoro che stanno facendo i magistrati delle due Procure ,quelle di Cassino e Civitavecchia e siamo grati ad essi perchè é la prima volta che si indaga su uno scalo del quale,a quanto si dice,molti non volevano nemmeno che si parlasse.
Tant’é che,stando sempre ai “si dice”,a parlarne si correva il pericolo della stessa vita,come nel caso,sembra, di Ilaria Alpi e del suo operatore.
Un porto dei misteri dal quale sarebbe transitato di tutto,dai materiali sui quali  pare  che stesse indagando la Alpi,a quelli di cui ha parlato Carmine Schiavone,per finire,più di recente,alle pale eoliche destinate al Molise.
Per non parlare del materiale ferroso e  di quant’altro di cui si stanno interessando le cronache,oltreché le due Procure nominate.
Lasciamo stare Ilaria Alpi e quanto di cui si  stava interessando perché qualcuno potrebbe accusarci di parlare di…..”archeologia” anche se proprio di questa non si dovrebbe parlare stante la possibilità che gli autori di quei traffici,o alcuni di essi,potrebbero essere gli stessi di oggi.
Potrebbero.
Parliamo di oggi,sì,ma non trascurando  il passato prossimo,quello a cavallo tra Ilaria Alpi e la “21 Ottobre”-la nave sequestrata e che rimase ormeggiata per anni nello scalo gaetano –ed il presente con i materiali ferrosi .
In questo ultimo ci troviamo il pet coke,i traffici dei materiali dei quali ha parlato Carmine Schiavone e di quelli delle pale eoliche.
Il primo ad interessarsi del carico e scarico del Pet cocke fu Fulvio  Pratesi del WWF con un esposto alla Procura di Latina al quale facemmo seguito noi della Caponnetto con altri esposti alla stessa Procura.
Non si mosse foglia;tutto rimase com’era.Silenzio assoluto.
Vogliamo anche  soffermarci,per una visione completa,più complessiva,sul traffici delle pale eoliche la cui origine porterebbe a Mattia Messina Denaro di “cosa nostra” .Una ricostruzione che ci condurrebbe  in Sicilia  e che non  farebbe per niente a cazzotti con la notizia secondo cui,nell’ambito di una vecchia inchiesta ,sarebbe stata accertata fra le imprese che stavano costruendo il porto di Gaeta una che avrebbe fatto  capo alla famiglia di Totò Riina.  Un anello di congiunzione,un continuum.
Ma parimenti  inquietanti ci appaiono,se fondate,le cose dette da Carmine Schiavone il quale citò anche alcune targhe di camion che ci hanno  portato a proprietari della zona –il sud pontino- che frequentavano il porto di Gaeta.
Non ci risulta che tali proprietari di camion siano stati interrogati da qualcuno per avere riscontri.
E questo é grave,come é grave il fatto che oggi l’attenzione dei media  e dell’opinione pubblica sia tutta incentrata sulla sola questione dei materiali ferrosi,del pet coke e giù di là.
Una lettura minimalista,secondo noi,che non dà assolutamente risposte ai tanti interrogativi del passato,interrogativi che riguardano il ruolo che  taluni vorrebbero  assegnare al porto di Gaeta,uno scalo che ,sognato  come volano di sviluppo di un territorio che si spinge fino all’Abruzzo ed alla riviera adriatica,si é trasformato,stando ai fatti,oltreché  nello scalo dei misteri,anche in quello della “munnezza”.
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