Fondi un comune in mano alla Mafia (seconda puntata)

Nello stesso giorno in cui il ministro dell’Interno Maroni si vantava: “Arrestiamo otto mafiosi al giorno” e il presidente Berlusconi esultava: “Cancelleremo le organizzazioni criminali”, il governo decideva di non scogliere Fondi, il comune del Sud Pontino da anni in mano alla ‘ndrangheta.

Non si tocca il feudo elettorale del potentissimo senatore del Pdl, Claudio Fazzone, che ha iniziato la sua carriera facendo il galoppino a Nicola Mancino e che ora garantirà al centrodestra almeno cinquantamila voti sicuri in un territorio – come il Lazio – determinante per stabilire il vincitore delle prossime regionali.

Dopo un tira e molla durato quasi un anno il sindaco della cittadina, Luigi Parisella, aveva rassegnato le dimissioni. Un escamotage che gli permetterà di presentarsi di nuovo alle elezioni anticipate a marzo. Se il Comune fosse stato sciolto per mafia, ciò non sarebbe stato possibile. Parisella tornerà così al potere e la vittoria elettorale – altamente probabile – sarà usata come giustificazione contro chi oserà criticare, protestare, pretendere pulizia e legalità.

“L’amministrazione di fatto non c’è più” – si è difeso Maroni – “il problema sarà risolto con la via della democrazia”. E pensare che lo stesso Maroni –mesi e mesi fa– dopo aver letto la relazione di un autentico servitore dello Stato, il prefetto di Latina, Bruno Frattasi, aveva presentato al Consiglio dei Ministri un documento durissimo: le infiltrazioni condizionavano ogni aspetto della vita pubblica, persino la mensa e la gestione del cimitero. Fondi andava sciolta il prima possibile.

Ma in quello stesso Consiglio aveva sbattuto contro le obiezioni di tre ministri “amici” di Fazzone: Renato Brunetta – la cui compagna è originaria di Cisterna di Latina – Giorgia Meloni (fidanzata di uno degli avvocati del senatore) e Altero Matteoli. E Maroni aveva fatto dietrofront. Prima facendo rinviare la votazione per ben tre volte, poi accettando acriticamente il giochetto delle finte dimissioni.

Mentre i politici perdevano tempo, la magistratura antimafia –dopo le confessioni di un ex assessore che si era presentato terrorrizzato ai Carabinieri– trascinava in carcere assessori, imprenditori, funzionari pubblici, i comandanti della Polizia Municipale, tutti complici –secondo le accuse– dei boss calabresi dei Tripodo e dei Casalesi. Un intreccio inquietante fra mafia e politica, con appalti truccati, corruzione, violenze, traffici di droga, riciclaggio di denaro sporco, minacce, auto che esplodono e negozi incendiati. Un lavoro immenso buttato alle ortiche.

Ma non tutto è perduto. Il senatore dell’IdV, Stefano Pedica, che sul caso Fondi ha condotto una battaglia politica durissima, sta studiando un ricorso al Tar contro la decisione del governo. Le associazioni Libera e Caponnetto hanno chiesto al presidente Napolitano di non firmare il decreto. La società civile pontina, scossa e indignata, è pronta a tornare in piazza, a protestare e a strillare la propria rabbia: “Non diventeremo la nuova Gomorra!”.

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Fabio Brinchi Giusti

(Tratto da Wild Italy)

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