Fondi, il governo non scioglie il Comune mafioso

Niente da fare. Neppure ieri. Neppure una settimana fa, così come negli ultimi quattro mesi. Rinviare, posticipare, prendere tempo, sperando che alla fine la gente si stufi e qualcun altro salti. Il consiglio comunale di Fondi con le sue palesi – il 6 di luglio la Dda ha arrestato 17 persone tra boss, ex assessori, consiglieri e funzionari comunali – e dichiarate infiltrazioni mafiose (le ha messe a verbale l’ex assessore Izzi indicando la mappa della famiglie di ‘ndrangheta e camorra che hanno messo le mani su quel comune) non è stato ancora sciolto. Una decisione che viene promessa da mesi e ogni volta rinviata accampando le scuse più varie. Il risultato è che la Presidenza del consiglio tiene in vita un comune dove, per ammissione dello stesso ministro dell’Interno che ne ha chiesto lo scioglimento, la mafia controlla gli appalti ma anche il mercato dell’ortofrutta, uno dei più importanti del centro sud.

CONNIVENZE MAFIOSE
È una partita inquietante quella di Fondi, traccia scenari di connivenze di stato tra mafia e politica, e rischia di attraversare la cronaca e l’agenda politica senza lasciare il segno che invece deve avere. Eppure il Pd ne fa da mesi, con costanza e puntualità, una bandiera dell’antimafia in Commissione e in aula. L’Idv è arrivato ad occupare la sala stampa di palazzo Chigi. Ieri qualche centinaio di persone, cittadini di Fondi, sono arrivati in piazza Montecitorio e poi davanti a palazzo Chigi dove era riunito il Consiglio dei ministri che per l’ennesima volta aveva annunciato lo scioglimento. Se ne sono andati sconfitti. In risposta hanno avuto un comunicato della Presidenza tanto ambiguo quanto irritante: «La proposta di scioglimento del comune di Fondi è stata riconsiderata. Alla luce delle modifiche introdotte dalla legge del 15 luglio 2009 n.94 (il famoso ed eterogeneo pacchetto sicurezza ndr) che entrerà in vigore nei prossimi giorni e che detta nuove norme per lo scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose, la questione dovrà essere affrontata sulla base di una nuova relazione del ministro dell’Interno». Laura Garavini, capogruppo del Pd in Commissione antimafia, in piazza con i cittadini di Fondi, perde il consueto aplomb: «Tutto ciò è ridicolo, la nuova legge non mette in discussione lo scioglimento. A questo punto è chiaro: in questo comune d’Italia si vuole dare carta bianca al crimine organizzato».

I TANTI PASSAGGI
Partire dal comunicato di palazzo Chigi e andare a ritroso per raccontare l’assurdo di questa vicenda. È vero che il pacchetto sicurezza fa diventare più difficile sciogliere in blocco i consigli comunali per infiltrazioni mafiose indicando piuttosto, finchè è possibile, la rimozione individuale del politico e del tecnico infedele. Ma la richiesta di sciogliere il comune pontino firmata dal ministro Maroni è sul tavolo di palazzo Chigi da febbraio. E nell’ultimo mese il Consiglio dei ministri ha sciolto, sempre su proposta di Maroni, i consigli comunali di Fabrizia (Vibo Valenzia) e Vallelunga Pratameno (Caltanissetta). Perchè questi sì e Fondi no? Chi o cosa può garantire così tanto per questa zona del basso Lazio? Era l’aprile 2008 quando Bruno Frattasi, prefetto di Fondi, insedia la Commissione di accesso agli atti, il primo passo della procedura di scioglimento. Tutto parte dalle dichiarazioni dell’ex assessore ai Lavori pubblici Riccardo Izzi (arrestato il 6 luglio scorso) che ammette i suoi legami (è stato eletto con i loro voti e ne ha favorito l’attività) con la ndrina Tripodo che opera nel sud pontino e raccoglie i proventi legati al giro delle estorsioni e dell’usura. La Commissione chiude i lavori a settembre 2008. Il verdetto è univoco: infiltrazioni di ‘ndrangheta negli appalti, controllo del mercato dell’ortofrutta da parte della camorra. La relazione arriva al Viminale dove, in quelle settimane, chiede e ottiene di essere ricevuto il senatore del pdl Claudio Fazzone che a Latina ha il suo feudo elettorale. Con il senatore si muove il sindaco Luigi Parisella (Pdl). È il primo stop. Maroni, infatti, ascolta i dubbi e insedia una nuova Commissione che lavora per altri tre mesi (da ottobre a dicembre). Ma anche questa volta il verdetto è senza appello: speculazioni edilizie, scambi di voti, riciclaggio di denaro, condizionamento nell’affidamento degli appalti. A febbraio il ministro Maroni porta a palazzo Chigi la richiesta di scioglimento. Dal 1992, anno della prima legge, rafforzata nel 2000, sullo scioglimento dei comuni, in genere passano al massimo due settimane tra la richiesta del ministro e l’atto conseguente di palazzo Chigi. Per Fondi la prassi fa un’eccezione. Intanto la Commissione antimafia preme. E le indagini della procura antimafia vanno avanti. Il 14 maggio, nell’aula di Montecitorio, Maroni ammette: «Sciogliere un consiglio comunale è sempre un atto traumatico. Ma non c’è dubbio che questa sia l’unica soluzione per Fondi. Ma i tempi sono definiti dalla Presidenza del Consiglio non certo dal Viminale». Il 6 luglio scattano arresti, perquisizioni, sequestri. Sono coinvolti politici, amministratori, clan. Ma per Fondi non è mai abbastanza.

Claudia Fusani
(Tratto da L’Unità)

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