Fiera di Milano, tra scandali e potere politico (e la mafia)

L’Espresso, Giovedì 

Fiera di Milano, tra scandali e potere politico
Le pressioni per nominare i fedelissimi. I conflitti d’interesse di Benito Benedini. Le trasformazioni urbanistiche milionarie. Ecco cosa succede attorno al colosso fieristico che faceva lavorare gli imprenditori legati ai clan e garantiva contratti nei padiglioni fino al 2022. Grazie a un semplice incontro con il manager Corrado Peraboni

di Michele Sasso

La frase intercettata dalla cimici della Guardia di Finanza racconta uno spaccato poco conosciuto del colosso fieristico di Milano: «Fiera la tengono sempre al coperto perché comunque gli interessi in Fiera.. Io in questo momento la valuto un’altra Alitalia.. che tutti i piaceri della parte politica..» dice Liborio Pace, l’amministratore occulto della società consortile Dominus che intercettava appalti milionari per i lavori di montaggio e facchinaggio, da Expo 2015 alle grandi manifestazioni internazionali, e girava i proventi a famiglie legate a Cosa nostra. «Tutti i piaceri della parte politica» vengono assecondati dalla società privata senza battere ciglio.

La Fondazione Fiera Milano è un’istituzione di diritto privato che controllata Fiera spa, uno snodo di grande importanza per l’intera industria milanese e italiana: un milione e duecentomila metri quadri di spazi espositivi, oltre 20 mila clienti all’anno per 70 manifestazioni.

Negli anni è diventata anche un centro di potere cruciale per gli assetti urbanistici della città con il nuovo quartiere Citylife e il sito di Rho-Pero, accanto alla sede dell’esposizione universale.

Dentro il colosso milanese ogni decisione è stata appannaggio esclusivo dei partiti che hanno comandato per vent’anni la città, la regione, il Paese: Forza Italia e Lega Nord, ma sopratutto il movimento cattolico di Comunione e Liberazione che ha allungato i sui tentacoli su aziende, appalti, sanità, politica.

Il vertice della Fiera è designato dal presidente di Regione Lombardia, che significa per 18 anni Roberto Formigoni: è lui il grande arbitro dell’affare Citylife, trasformando i vecchi padiglioni cittadini nel quartiere dei grattacieli dei gruppi Generali e Allianz.

E sempre il governatore lombardo è una delle menti del progetto che trasforma i terreni agricoli del sito Expo (di proprietà di Fiera e Gruppo Cabassi) in un’area da un milione di metri quadri da valorizzare per il futuro.

Il leader del settore in Europa da oltre 200 milioni di euro di ricavi all’anno è stato per anni un cuscinetto tra manager e partiti. Da qui sono passati l’ex ministro della Infrastrutture Maurizio Lupi e il capogruppo del Carroccio alla Camera Marco Reguzzoni negli anni ruggenti del Governo Berlusconi.

L’ex premier aveva osato sostituire Luigi Roth, fedelissimo di Roberto Formigoni, con Giampiero Cantoni, imprenditore meccanico, docente alla Bocconi, tre volte senatore Pdl e grande amico del cavaliere. Ed era incappato nelle ire del mondo di Cl , che la considera terreno di caccia privato.

Nel 2013 con il cambio al vertice di Palazzo Lombardia e l’arrivo di Roberto Maroni cambiano anche gli equilibri.
Il governatore leghista sceglie per la presidenza della Fondazione il fedelissimo Benito Benedini, presidente del gruppo editoriale che stampa il quotidiano Il Sole 24 ore e imprenditore di lungo corso. Dopo due anni emergono però gli affari della famiglia Benedini, i conflitti d’interessi, le mire dei figli, come raccontato da “l’Espresso” .

In quei mesi si decide il nuovo manager che guiderà la Fiera spa per i prossimi anni e Benedini punta con decisione su Corrado Peraboni, passato dalla Lega a Forza Italia e forte di amicizie che contano come l’ex ministro azzurro Paolo Romani e il numero uno della Confcommercio, Carlo Sangalli. Peraboni è un ex politico che ha iniziato la sua carriera come consigliere comunale nel piccolo paese di Cassano d’Adda e che Benedini ha scelto in casa: era direttore generale della Fondazione stessa.

Quattro mesi dopo la nomina, Peraboni incontra negli uffici di Largo Domodossola la coppia Pace-Nastasi al centro dell’inchiesta della Procura di Milano. I due siciliani a fine luglio 2015 tornano dalla vacanze apposta per incontrare il nuovo amministratore, che ha sostituito Enrico Pazzali. Ecco quanto scrivono i giudici nel decreto che commissaria Nolostand, la controllata di Fiera Milano per il montaggio e la logistica dei padiglioni, al centro degli interessi del gruppo criminale.

«Oggi mi è andata bene.. l’appuntamento con l’amministratore delegato e sicuramente ci proroga il contratto fino al 2022... Sono contentissimo… siamo stati lì un paio di ore…», racconta Giuseppe Nastasi ad una collaboratrice.

Il giorno successivo Nastasi lo ribadisce al socio e compagno di affari Liborio Pace, commentando di “aver fatto bingo” grazie anche all’intermediazione del loro commercialista. Ecco come la coppia di amministratori occulti della società consortile Dominus entra nel cuore dell’economia milanese.

Nonostante il codice etico della Fiera che prevede «trasparenza e norme chiare per i reati di riciclaggio, autoriciclaggio, ricettazione e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita» i dirigenti di Nolostand hanno aperto le porte dei padiglioni e ignorato le lettere che «indicavano Nastasi come soggetto mafioso».


 
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