Enti sciolti per infiltrazioni mafiose: il triste primato della Calabria e del Sud, ma cresce il dato anche al Nord

Enti sciolti per infiltrazioni mafiose: il triste primato della Calabria e del Sud, ma cresce il dato anche al Nord

di Mariateresa Ripolo – Spesso nota per essere fanalino di coda in tutte le classifiche nazionali, la Calabria questa volta raggiunge un triste primato: quello del maggior numero di enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose in Italia. È il quadro dipinto dal Ministero dell’Interno nel report 2020 presentato al Parlamento, che in sostanza riassume i provvedimenti attualmente in atto su tutto il territorio nazionale. 21 Comuni e 2 Aziende sanitarie provinciali – le uniche due in tutta Italia, e sono proprio calabresi, quelle di Reggio Calabria e Catanzaro – sui totali 54 enti in questo momento gestiti da Commissioni straordinarie per provvedimenti di scioglimento, avviati nel corso del 2020 o avvenuti in precedenza e prorogati, per infiltrazioni di tipo mafioso dal Ministero dell’Interno e per i quali «è stata rilevata una diffusa trascuratezza nella tutela dell’interesse pubblico, – si legge nel documento consultabile sul sito del Viminale – attribuibile in parte all’operato del personale ma, soprattutto, alla responsabile inerzia o alla tacita connivenza degli organi politici che, nella generalità dei casi, non hanno esercitato le funzioni loro proprie di controllo e di direzione politico-amministrativa, lasciando spazio ai sodalizi e agli interessi della criminalità organizzata». I numeri: concentrazione al Sud ma crescita al Nord Si tratta, in particolare, di 52 Comuni (21 in Calabria, 14 in Sicilia, 8 in Puglia, 7 in Campania, uno in Basilicata e uno in Valle D’Aosta) – per una popolazione complessiva di 704.728 abitanti – e 2 Aziende sanitarie provinciali, entrambe calabresi. La provincia calabrese più colpita: Reggio Calabria. Un altro dato interessante per analizzare il fenomeno è quello relativo ai casi per provincia, quella calabrese più colpita è Reggio, dove su 23 enti attualmente interessati dal provvedimento si contano 11 Comuni sciolti e un’azienda sanitaria; 5 in provincia di Crotone, 4 in provincia di Vibo Valentia, 1 in provincia di Cosenza, 1 in provincia di Catanzaro (l’Asp). Il dato del 2020. La maglia nera per il 2020 va alla Calabria con lo scioglimento di 4 Comuni (Amantea, Pizzo, Cutro, Sant’Eufemia d’Aspromonte) su 11 in tutta Italia (3 in Sicilia, 2 in Campania, 1 in Puglia, 1 in Valle D’Aosta). La concentrazione di provvedimenti, è facilmente intuibile dai numeri, è al Sud, ma – sottolinea il Viminale – «si conferma una tendenza di crescita nel Nord Italia». Dal 1995 ad oggi i casi di consigli comunali sciolti al Nord perché ritenuti vicini ai clan radicati nel tessuto economico e sociale sono stati 9, di cui due annullati in sede giudiziale. Nel 2020, in particolare, per la prima volta un Comune della Valle d’Aosta è stato interessato dal provvedimento. Si tratta di Saint Pierre, un comune di 3mila abitanti commissariato a seguito dell’operazione “Geenna” della Dda di Torino che aveva accertato infiltrazioni della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta e che aveva portato all’arresto anche di un assessore comunale. «Le numerose indagini giudiziarie – si legge nel report – svolte negli ultimi anni hanno, infatti, accertato la delocalizzazione mafiosa in atto, confermando la presenza della criminalità organizzata nelle regioni del nord e quindi una penetrazione della criminalità organizzata nell’economia legale di alcuni comuni che presentano situazione economiche “vantaggiose”».

Scioglimenti ripetuti e proroghe. Dei 52 comuni interessati nell’anno 2020 dalla gestione commissariale, 17 enti locali sono stati oggetto di ripetuti provvedimenti: in Calabria i Comuni di Strongoli (Kr), Amantea (Cs), Delianuova, Siderno, Careri, Sinopoli, nel reggino, sono stati oggetto di due pregressi scioglimenti; mentre per i Comuni di Africo, Platì (RC) e Briatico (VV) se ne contano ben tre. Per diversi comuni, inoltre, così come per l’Asp di Reggio Calabria, il provvedimento è stato prorogato di sei mesi «tenuto conto della necessità di portare a compimento i programmi avviati dalle commissioni straordinarie». Anche la pandemia ha inciso notevolmente sulle proroghe, in alcuni casi, infatti, è stato necessario prolungare il lavoro delle commissioni straordinarie a causa dell’impossibilità di svolgere le elezioni. I tentacoli della ‘ndrangheta sulla Sanità calabrese Capitolo a parte per le Aziende sanitarie provinciali di Reggio Calabria e Catanzaro interessate dal provvedimento di scioglimento dal 2019. Nel corso dell’ultimo anno la sanità calabrese, commissariata da oltre 10 anni, si è trovata in modo particolare sotto la lente di ingrandimento. Il pericolo derivante dalla diffusione del Covid ha contribuito ad acuire problematiche ataviche: la disorganizzazione dovuta alla carenza di personale, l’obsolescenza delle strutture e degli strumenti diagnostici, tutti aspetti sui cui – si evidenzia nel documento del Viminale – le commissioni hanno lavorato e stanno lavorando per migliorare i servizi offerti alla cittadinanza e garantire la trasparenza dell’azione amministrativa. L’Asp di Reggio Calabria. Dal punto di vista economico-finanziario la situazione dell’Asp reggina viene definita «complessa». Ed effettivamente le condizioni economiche in cui riversa sono ben note e sono determinate da anni di attività torbide sul bilancio: «Soprattutto – si legge nel documento – a causa di una riscontrata situazione di illegalità diffusa e di disordine amministrativo che negli anni precedenti permeava tutta la gestione dell’azienda, nella quale risulta che non sono stati approvati i bilanci sin dal 2013. Questa grave situazione ha reso necessaria l’effettuazione di una puntuale ricognizione della situazione debitoria dell’azienda e, proprio in questo ambito, la commissione ha segnalato di aver già recuperato importanti risorse economiche e che sono in itinere altri provvedimenti per ulteriori recuperi». L’Asp di Catanzaro. Costituito qui un “ufficio antimafia” con l’intento di ripristinare le condizioni di legalità necessarie e «con il compito di mettere in atto la normativa antimafia in azienda», «è stato approvato – scrive il Viminale – uno schema contrattuale da utilizzare nei rapporti tra l’azienda sanitaria e le strutture private socio-sanitarie e socio-assistenziali, nel quale sono espressamente previste alcune clausole quali il divieto di cessione di contratto, il divieto di cessione del credito e la rescissione in danno in caso di accertamento antimafia positivo, volte a scongiurare il ricorso a negative prassi amministrative». «La ‘ndrangheta ancora presente nella sanità calabrese» L’allarme lanciato dal commissario alla sanità calabrese Guido Longo, sentito pochi giorni fa in Commissione antimafia, è chiaro: «Non da adesso ma da parecchi anni nella sanità calabrese è stata presente e per certi versi lo è ancora e lo dimostrano le indagini delle Dda di Reggio Calabria e Catanzaro sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta. E non si può parlare di casi eccezionali», ha spiegato Longo che ha parlato delle recentissime inchieste che hanno interessato il settore sanitario nelle due province e che hanno visto il coinvolgimento di «ex dirigenti, ex dg e anche del personale amministrativo». Ma – ha anche assicurato il commissario alla sanità – «stiamo valutando la possibilità di effettuare controlli più serrati alle aziende».

 

Creato Venerdì, 21 Maggio 2021 07:00

fonte:https://ildispaccio.it/

 

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