Eliminiamo lo straordinario, fonte di divisioni e possibili favoritismi, nelle Cancellerie, Segreterie ed Uffici di PG delle DDA. Sostituiamolo con un qualcosa collegato alla produttività dei singoli. ‏

La lotta alle mafie richiede, se si vuole effettivamente affrontare il problema delle sua efficacia, sempre più una sorta di palingenesi totale, un salto di qualità, una profonda rivoluzione culturale.
Fra coloro che nel mondo dell’associazionismo decidono di impegnarsi su questo fronte, ma anche – e, forse, soprattutto – fra quanti fanno parte degli apparati amministrativi e di Polizia Giudiziaria preposti a questo compito.
Cominciamo da noi stessi, prima di parlare degli altri.
Ci stiamo sgolando da anni per far comprendere a tutti che la guerra alle mafie non può essere fatta da parolai, da coloro che ritengono che le mafie possano essere sconfitte con le commemorazioni, le presentazione di libri, i comunicati, i “copia ed incolla”, le fiaccolate, da persone, cioé, che, forse anche in buona fede, ritengono che le metastasi possano essere fermate e vinte con manifestazioni esteriori, che non le intaccano minimamente.
Se si vuole, al contrario, dare un contributo reale all’azione di contrasto che un ‘Associazione seria come noi vogliamo essere, è necessario dell’altro, bandendo le chiacchiere, la genericità, il pressapochismo e passando ai FATTI.
FATTI e non parole. C’é bisogno, per usare una terminologia ecclesiastica, di… ”operai nella vigna”, non di parolai che non aiutano, con atti concreti-segnalazioni soprattutto-, a combattere le mafie.
La gente, anche quella a noi più vicina, attenta ed informata, continua a ritenere che gli innegabili successi ottenuti dalle forze dell’ordine e dalla Magistratura contro i mafiosi, abbiano ridotto la potenza e gli spazi dei clan. Non è così, purtroppo.
Questo è quanto di più sbagliato, perché, mentre da una parte è vero che si è riusciti-grazie solamente al sacrificio di taluni magistrati fra i più solerti e preparati e a taluni dirigenti e comandanti delle forze dell’ordine- a contenere in certo qual modo l’avanzata delle mafie militari, è vero anche, dall’altra, che è aumentata a dismisura la capacità delle mafie politiche ed economiche di penetrare pesantemente nei circuiti economico-finanziari, della politica e delle stesse istituzioni.
Abbiamo sotto gli occhi il testo delle dichiarazioni rilasciate, durante una tavola rotonda organizzata qualche tempo fa da MicroMega, da Luigi De Magistris, ex PM ed attualmente Sindaco di Napoli, il quale ha detto testualmente:
“… le mafie non sono state affatto sconfitte. Sono meno visibili perché sono penetrate più in profondità nel circuito economico-finanziario. Nessuno è in grado di dire dove finisca l’economia legale e dove inizia quella illegale: In più le mafie sono dilagate all’interno delle istituzioni politiche, nella magistratura, nelle forze dell’ordine, negli apparati burocratici statali, in quelli regionali. Forti di questa consapevolezza dobbiamo dire con molta chiarezza che oggi lottare contro le mafie può voler dire anche lottare contro le parti deviate delle istituzioni e anche contro le zone grigie che accettano il compromesso. Mi viene in mente a questo proposito Calamandrei quando diceva “ Di magistrati corrotti ne ho conosciuti pochi; ma quanti ne ho conosciuti di burocrati, conformisti, opportunisti, ammalati di agorafobia che prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle, che interpretano il diritto in modo ossequioso al potere!”. Vent’anni fa, prosegue sempre De Magistris, si parlava di servizi segreti deviati, di magistrati deviati, di giornalismo deviato. Oggi, invece, la devianza è divenuta normalità: il potere costituito è fatto da quelli che una volta erano i deviati. Al contrario i deviati contemporanei sono quelli che denunciano e che lottano nel nome della trasparenza e dell’onestà. Oggi sono loro ad essere considerati dei sovversivi, degli estremisti, sono loro il pericolo per l’ordine pubblico”.
Parole, queste di De Magistris, che ci fotografano una realtà che la quasi totalità delle persone anche in buona fede stenta a percepire. Anche fra coloro che dicono di fare “antimafia”e che, invece, non sanno nemmeno quanti e quali sono i problemi da affrontare per fare seriamente “antimafia” (quella vera!!!)..
C’é un problema drammatico che riguarda gli apparati dello Stato, l’organizzazione interna ad alcuni uffici strategici, quelli delle Cancellerie, degli amministrativi e degli stessi soggetti della Polizia Giudiziaria delle DDA, o, quanto meno, di quelle più importanti: la redditività sul lavoro.
Com’é noto, le risorse più cospicue nel settore della Giustizia vengono giustamente convogliate verso le Direzioni Distrettuali Antimafia e, fra queste, una parte importante riguarda il personale delle Cancellerie, delle Segreterie e della Polizia Giudiziaria.
L’intera gestione fa capo alla Procura Nazionale Antimafia, la DNA.
E’ bene precisare al riguardo che i Magistrati NON percepiscono l’indennità di straordinario e che, quindi, non stiamo parlando di loro, ma semplicemente di una parte del personale amministrativo delle DDA.
Noi siamo sempre stati – e sempre più siamo e vogliamo essere – sostenitori della tesi che ad incarichi e posti di estrema delicatezza, quali sono appunto quelli delle Procure Antimafia

, debbano essere chiamate persone motivate, che abbiano contezza della delicatezza del lavoro che debbono fare, che siano ricche di spirito di sacrificio e che non facciano dei loro doveri una sorta di banco della spesa dove contano la moneta e la merce solamente.
Se fossimo nei panni del Procuratore Grasso, elimineremmo lo “straordinario” perché ben si sa come questo viene usato nella Pubblica Amministrazione; come si sa anche come questo spesso sia fonte di discordie, di liti, di divisioni e lacerazioni.. E di probabili favoritismi.
Ecco, questo è uno dei problemi veri che vanno posti sul tappeto, se si vuole veramente rendere efficace e velocizzare l’azione della Giustizia contro le mafie

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