ECCO I CLAN CHE COMANDANO A SUD DI ROMA

Il “Mondo di sopra” nell’Agro pontino

di ANDREA PALLADINO

10 Novembre 2015

LATINA – C’è un asse che attraversa il litorale laziale a sud di Roma. Parte da Nettuno, l’unico Comune sciolto per mafia prima del municipio di Ostia, nell’estremo sud dell’area metropolitana. S’infila sulla Pontina, avvolge Latina, attraversa le spiagge a la mode tra Sabaudia e San Felice al Circeo, per terminare a Fondi, la città che per il prefetto di ferro Bruno Frattasi era stata governata per anni da una struttura amministrativa infiltrata da ‘ndrangheta e camorra. Interseca l’area del confine meridionale, tra il golfo di Gaeta e il Garigliano, ex Terra di Lavoro, dove le code delle automobili la domenica sera, dopo la chiusura degli stabilimenti, puntano tutte verso Caserta e l’agro aversano. Non c’è un confine ben definito; è un territorio liquido, magmatico, che cambia conformazione ed alleanze. A cavallo tra la provincia di Frosinone – devastata da una industrializzazione sovvenzionata e clientelare, che ha lasciato una sorta di deserto dei tartari – e la costa d’oro degli investimenti milionari sempre più sospetti, la provincia di Latina è il fronte più caldo. E mentre a Roma inizia il processo del secolo a Mafia Capitale, il Sud Pontino appare sempre di più come un avamposto, con un “mondo di sopra” solo sfiorato dalle inchieste, protagonista di una sorta di grande camera di compensazione dei sistemi criminali.

Oro e tritolo. Mettendo in fila le cifre degli ultimi sequestri di beni riconducibili ad organizzazioni criminali in provincia di Latina si ha la cartina tornasole della potenza delle mafie in questo territorio. Solo qualche giorno fa la squadra mobile del capoluogo pontino e lo Sco hanno messo le mani su 12 milioni di euro riconducibili al gruppo dei Di Silvio. Tra Formia e Sperlonga investiva il re delle ecomafie, l’avvocato Cipriano Chianese ritenuto dalla Dda di Napoli la mente dei grandi traffici di rifiuti del cartello dei casalesi. E ancora, centinaia di milioni sequestrati in pochi anni ai clan più pericolosi di camorra, come i Mallardo, gruppo che puntava al Sud Pontino per riciclare e investire.

Latina, per l’antimafia, è anche un vero e proprio hub delle droghe. Un mese fa la Dda di Reggio Calabria, in coordinamento con la Direzione nazionale antimafia, ha colpito il clan Comisso Macrì di Siderno, che gestiva una rete internazionale di narcotrafficanti. Il cuore operativo, secondo i magistrati, era in un magazzino di fiori nella periferia di Latina di proprietà della famiglia calabrese Crupi. Più a sud, a Fondi, opera da decine di anni il principale mercato ortofrutticolo del centro Italia, il Mof, per due volte finito nel centro di un’inchiesta della Dia di Roma: il monopolio dei trasporti della frutta e verdura destinata a mezza Europa era, secondo l’Antimafia, in mano ad un cartello gestito dalla Camorra e da Cosa nostra, con un ruolo importante giocato dai corleonesi. E sempre a Fondi era diretto un carico di tritolo, intercettato in Puglia dalla Guardia di Finanza pochi mesi fa, pronto ad essere utilizzato per un attentato ad un imprenditore del mercato della frutta.

Mafia militare, che punta al controllo del territorio, piazzando veri e propri “soldati”, “da Sperlonga fino a Roma”, come raccontava già nel 1996 Carmine Schiavone. Una vecchia generazione in gran parte nota che oggi è affiancata da un piccolo esercito di giovanissimi, pronti a far sentire la loro presenza ovunque. Nelle discoteche, fuori dalle scuole, nelle risse e sui tavoli dei bar che si affacciano sulle spiagge più note.

Latina nera. Latina è un laboratorio prima di tutto politico. Qui si sperimentano le alleanze che poi governeranno la destra nel Lazio. È il serbatoio di voti che l’area dell’ex Pdl si contende e si spartisce, passando per accordi, rotture, patti segreti. Da sempre. L’inchiesta “Don’t touch” condotta dalla squadra mobile diretta da Tommaso Niglio ha però aperto un nuovo fronte. Attorno alla più classica macchina da guerra del consenso, la squadra di calcio che milita in serie B, è cresciuto un gruppo criminale pericoloso e feroce. Sono i Ciarelli-Di Silvio, di origine Sinti e parenti diretti dei Casamonica romani. Negli anni ’90 hanno avuto contrasti diretti con i casalesi che spingevano dal Sud Pontino per entrare nel capoluogo. Carmine Ciarelli, uno dei re di Latina, nel 1996 denunciò un tentativo di estorsione da parte dei Mendico, gruppo legato direttamente a Michele Zagaria. Chiedevano 50 milioni di lire al mese per “mettersi a posto”. Iniziò una piccola guerra e i Sinti mantennero il loro potere, crescendo e dominando la città. Nei negozi alla moda di Latina bastava una loro telefonata per avere migliaia di euro in vestiti di marca, senza pagare nulla.

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