Ecco come vengono trattati i Testimoni di Giustizia e tutti coloro che si schierano dalla parte dello Stato di diritto e della Giustizia in Italia !!!!!!!……………….Se non é stato-mafia diteci cos’altro é…………..

L’italiano che si è infiltrato nei narcos ed è rimasto fregato 

Di Leonardo Bianchi

News Editor 

settembre 16, 2015 
Gianfranco Franciosi. Foto per gentile concessione dell’ufficio stampa Rizzoli.

 

In Italia c’è ancora grossa confusione su chi siano i testimoni di giustizia. Pur essendo un pilastro fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata, a livello di opinione pubblica sono spesso e volentieri scambiati per pentiti, e le loro problematiche––come avevamo già scritto tempo fa––sono largamente ignorate. 

Ogni testimone, naturalmente, è una storia a sé stante––c’è chi ha denunciato un omicidio, chi un racket, chi il pizzo. E chi, come il meccanico navale Gianfranco Franciosi, è riuscito a infiltrarsi in un cartello transnazionale di narcotrafficanti. 

Poco meno di dieci anni fa Franciosi, che ha un cantiere a Bocca di Magra (La Spezia), è stato raggiunto dal boss spagnolo Elías Piñeiro Fernandez e da un camorrista del clan Di Lauro per costruire imbarcazioni adatte a trasportare carichi di cocaina. Invece di intascarsi i soldi, Gianfranco ha scelto di denunciare tutto e di iniziare a collaborare con la polizia italiana, passando diversi anni tra narcos, viaggi in Sudamerica, carcere duro in Francia e operazioni a rischio in alto mare. 

Questa vita è durata fino all’arresto del boss spagnolo––che era il terminale europeo dei colombiani––avvenuto nel 2011. Conclusosi il periodo d’infiltrazione Franciosi è finito sotto protezione insieme alla sua famiglia, ma il programma si è rivelato talmente carente che non solo il meccanico navale ne è uscito, ma ha pure fatto causa al Ministero dell’Interno. 

La sua vicenda è stata raccontata per la prima volta su Presadiretta dal giornalista Federico Ruffo, all’inizio del 2014. Qualche mese fa, sempre insieme a Ruffo, Franciosi ha scritto il libro Gli orologi del diavolo. Il titolo deriva dai Rolex che il boss spagnolo regalava ai suoi affiliati. Anche Franciosi ne ha ricevuto uno, con tanto di minaccia annessa: “Te ne regalerò uno anche il giorno in cui ti ucciderò.” L’ho chiamato per farmi raccontare questa e altre cose.

 

VICE: Ciao Gianfranco. Mi puoi raccontare quando e come è iniziato tutto?
Gianfranco Francosi
: Nel 2002, quando ho avuto il primo incontro con un certo “Tortellino,” che poi si è venuto a sapere che era una persona legata alla Banda della Magliana e si occupava di traffici di droga. Gli ho fatto dei gommoni per due anni––che a suo dire servivano perché aveva una ditta di diving––fino a quando una mattina lo vedo al telegiornale e raggelo: è stato 
ucciso a Roma in un regolamento di conti. 

A quel punto mi rivolgo immediatamente a un amico poliziotto. Lui mi dice di stare tranquillo perché avevo fatto tutto in maniera regolare. Io metto tutto a disposizione e apparentemente sembra essere tutto finito. Dopo circa due anni, una mattina arrivo in cantiere e trovo due persone ad aspettarmi, che poi risultano essere Elías Piñeiro Fernandez e un certo Raffaele, appertenente al clan Di Lauro e oggi latitante. Si avvicinano e dicono di essere amici di Tortellino. Mi sforzo di essere cordiale, entriamo in ufficio e mi chiedono di fargli il primo gommone, uguale a quelli che facevo a Tortellino. 

A differenza di quest’ultimo, loro fin dal primo momento mi dicono a cosa servono. In più, mi chiedono di fare dei gavoni per l’occultamento della droga e dei serbatoi maggiorati. Mi reco subito allo SCO di Genova e racconto tutto. Alla fine accetto di fare il gommone, in quanto la polizia mi aveva detto di farlo. 

E da lì inizia la tua attività sotto copertura. 
In realtà a quel punto non ero ancora un infiltrato, ma un informatore. Semplicemente, avrei dovuto fare questo gommone e far inserire dalla polizia degli strumenti per controllare l’imbarcazione. Il mio lavoro iniziale era semplicemente consegnare il gommone, prendere i soldi reali, fatturarlo e capire che azienda di copertura usassero per far arrivare l’imbarcazione. Doveva finire lì; non è che dovessi fare per forza l’infiltrato. 

 

Una delle imbarcazioni preparate per i narcotrafficanti. Via.Poi cos’è successo?
Nel 2007 succede che gli mando questo primo gommone che era già controllato, e dopo sei mesi circa la polizia italiana si mette d’accordo con quella spagnola e portano a termine un primo sequestro di droga. Siccome poi i viaggi andavano a finire male perché i gommoni erano intercettati, Elías decide di cambiare i piloti spagnoli: dà la colpa a loro, non alle imbarcazioni. Viene giù da me con un loro pilota per fare una prova in mare e mi chiede di insegnargli a guidare questo gommone. Mi rivolgo alla polizia e loro mi autorizzano. 

Così hai iniziato a insegnare agli spagnoli e la polizia è riuscita a raccogliere i nomi. Ma non ti hanno mai chiesto di trasportare la droga? 
Solo dopo che avevamo insegnato a questi trafficanti a guidare i gommoni, in quanto i carichi non andavano più a buon fine. È a quel punto che divento un infiltrato––ma non ufficialmente. E questa assenza di ufficialità è il motivo per cui sono finito in carcere in Francia. 

Infatti, quando Elías Piñeiro ti chiede di consegnargli un gommone di persona insieme a un suo contatto di fiducia, la polizia francese vi arresta al largo di Marsiglia. Nonostante lavorassi per la polizia, hai dovuto passare quasi otto mesi nel carcere di Toulon-la-Farlède anche per non far saltare la copertura. Come sono stati quei mesi? 
Sono stati terribili. Ho perso tutto: la mia famiglia, la mia fiducia. Sono diventato una persona cattiva, che voleva vendicarsi sia dello Stato italiano che dei trafficanti––non sapevo più da che parte stare. Se non fossi una persona che sa arrangiarsi, probabilmente lì dentro sarei morto di fame. Comunque, è stata una cosa che mi ha marcato e marcherà per tutta la vita. Ancora oggi non posso mettere piede in Francia perché mi arresterebbero: ho avuto un’espulsione a vita, anche se poi la mia posizione è stata ufficializzata. 

Una volta uscito dal carcere sei diventato un “agente interposto,” e nel 2008 hai contribuito in maniera decisiva all’operazione Albatros, che ha portato alla scoperta della “nave madre” usata dai narcos e al sequestro di una quantità enorme di cocaina ––nove tonnellate in totale, di cui cinque destinate all’Italia. Come ti sei sentito? 
Ho provato una sensazione di libertà, e di soddisfazione per me e per tutti i ragazzi che avevano lavorato in quell’operazione. Questo, almeno, fino a quando non mi è arrivata una chiamata la notte stessa dell’abbordaggio [ alla “nave madre”] in cui mi si dice che Elías non era a bordo. A quel punto lì mi cadono le braccia e mi sento morire: pensavo che mi avrebbero ammazzato, dato che non poteva non dubitare di me. 

La polizia spagnola, insieme a quella italiana, inscena una mia fuga e diffonde la notizia che un gommone battente bandiera italiana è riuscito a scappare all’agguato. Questo è ciò che mi ha salvato, visto che ero già a bordo della motonave––addirittura indossando una divisa della polizia spagnola––ad aspettare che rientrassimo nel porto. 

Quindi da quell’operazione, in cui pensavi che tutto fosse finalmente finito, sei andato avanti per altri tre anni. Visto che ci hai avuto a che fare direttamente, volevo sapere che tipi sono i narcos. Nell’immaginario collettivo si tende ancora a considerarli come personaggi vistosi e decisamente sopra le righe, alla Scarface. È così? 
Sono totalmente il contrario, almeno pubblicamente. Sono persone che non si mescolano, e che non si mettono certo a bere champagne in mezzo alla gente. È chiaro che, quando sono dentro quattro mura o in posti dove nessuno li vede, lì fanno il Tony Montana della situazione. Per farti un esempio: se Elias scopriva che uno dei suoi uomini pippava, o fumava droga e cose del genere, quella persona era destinata a sparire. Non ammetteva che i suoi uomini lavorassero in stato di alterazione. 

Tra l’altro, come hai raccontato nel libro, i narcos venivano addirittura in casa tua, o comunque stavano con voi in cantiere. 
Assolutamente. Quando si piantonavano qua stavano tra il cantiere e casa e non ci mollavano un minuto. Proprio oggi, insieme ai ragazzi del cantiere, ci siamo ricordati di una scena che si è svolta qui. Un giorno c’erano uno dei fratelli di Elias, Jose Maria Pinero Fernandez detto “Nerone,” e un altro spagnolo; quest’ultimo a un certo punto l’ha fatto incavolare, e “Nerone” gli ha dato una coltellata nella mano. 

Una cosa che mi colpito nel libro è che, dopo il primo viaggio in Sud America, dici “di provare della simpatia, forse perfino dell’affetto” nei confronti dei narcotrafficanti. 
Quando Elías è stato arrestato io ero in un luogo protetto, ma ho comunque seguito l’arresto al telefono perché non riuscivano ad aprire il bunker della sua villa. Alla fine sono stato io a dare le indicazioni per poterlo aprire. E devo dire che mi è dispiaciuto. Nel senso che ci sono stati momenti in cui parlare con lui era come parlare con un amico, e non con un trafficante––lui magari si sfogava se aveva avuto un problema con la moglie, o cose del genere. 

Se frequenti una persona per così tanto tempo è normale che nasce un rapporto che tutti possiamo avere. Credo che sia stato proprio questo a tradirlo: è subentrato un rapporto di amicizia e di fiducia che andava oltre a quello del trafficante. 

Una volta conclusasi la tua attività da “agente interposto” sei entrato nel programma di protezione testimoni con la tua famiglia. Quando hai iniziato a capire che le cose non funzionavano? 
Molto presto. Visto che i miei conti erano congelati, da un giorno all’altro mi sono ritrovato senza una lira: avevo 500 euro in tasca per fare la spesa, pagare le bollette e comprare i vestiti, visto che siamo andati via senza niente. Ci sono voluti quattro giorni solo per avere i moduli per fare richiesta di 300 euro per i vestiti.

Una settimana dopo sono scivolato nel balcone della casa in cui ci avevano portato––c’era la neve––e mi sono slogato un piede. Chiedo di andare in ospedale e mi dicono che non posso andarci. Solo dopo dieci giorni ci hanno spiegato che i nostri codici fiscali erano stati annullati e che quelli di copertura non funzionavano. Se fossimo andati in un ospedale, quindi, ci saremmo scoperti e ci avrebbero dovuto trasferire. Insomma, fin dalle piccole cose non c’è voluto tanto per capire che non funzionava. 

Poi le cose sono peggiorate di giorno in giorno, giusto? 
Sì, progressivamente, fino a capire che non era solo una questione di leggi e di applicazione delle norme, ma che andava molto più in là. La nostra decisione [ di uscire dal programma] è stata presa di comune accordo con tutta la famiglia e i bambini, perché quest’ultimi iniziavano ad avere problemi seri, anche psichici. Visto che erano costretti a farlo da protocollo, stavano imparavano a mentire sistematicamente, cosa che noi come famiglia non volevamo assolutamente. 

Ovviamente ci sono molte altre cose che ci hanno portato a scappare––perché noi siamo letteralmente scappati––tra cui anche il fatto che i trafficanti ci avevano trovato dopo appena quattro giorni. Ecco, tutte queste cose messe insieme diventano una bomba che può portarti alla follia. Tant’è che su 78 testimoni di giustizia in Italia, a 32 sono stati riscontrati disturbi psicofisici. 

 

 

Gianfranco Franciosi durante una protesta dei testimoni di giustizia davanti al Viminale. Quanto rischi ancora, concretamente? 
Allora, in base alle carte italiane non rischio niente: sono un personaggio “attenzionato.” In quelle spagnole, invece, c’è una taglia sulla mia testa. Questa è la cosa di cui mi lamento sempre: il fatto che da una parte dicono una cosa, e qui un’altra ancora. Se sono fuori pericolo, vorrei che fosse messo per iscritto in modo da poter orientare la mia vita. Purtroppo nessuno ha ancora risposto a questa domanda. 

La decisione di rendere pubblica la tua storia e l’esposizione mediatica ti hanno garantito una qualche forma di “protezione? 
È stata la mia salvezza. Mentre prima ero una persona che non conosceva nessuno––ero una “leggenda” per i testimoni di giustizia, parlavano di me ma nessuno sapeva chi fossi––rientrare a casa e rendermi conto di chi avevo intorno è stato il modo migliore di difendermi. Più passerà il tempo però, più io sarò a rischio.

A un certo punto del libro, tu dici che “pur di sopravvivere, è impressionante di cosa siano capaci gli uomini quando sono messi all’angolo.” Avresti mai pensato nella tua vita di trovarti in condizioni di questo tipo? 
Dopo che è finito tutto, e dopo l’uscita dal programma di protezione, sono tornato a casa sapendo quello a cui sarei andato incontro. Tu calcola che i miei amici mi hanno regalato una lapide per sdrammatizzare la cosa, perché dico sempre che sono un morto che cammina e che non avrò nemmeno i soldi per la lapide, dato che lo Stato non me la paga. Detto ciò, mi sono reso conto di quante volte ho rischiato la vita e di quali situazioni ho dovuto superare durante il mio periodo da infiltrato. 

Alla fine, rifaresti la stessa scelta? 
Quando a volte mi invitano a parlare nelle scuole o nelle università, io non ci voglio andare perché so di dare un messaggio “sbagliato.” Nel senso che con la mente rifarei tutto; ma la verità è che, con la situazione che c’è adesso, non consiglierei mai a un giovane di fare quello che ho fatto––a mio figlio non glielo farei mai fare. Gli direi di mandare affanculo la polizia e lo Stato e di pensare a vivere, perché alla fine ti troverai nella merda. 

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