Ecco come le mafie si impadroniscono dell’Italia senza che gli amministratori locali, di qualsiasi colore politico, facciano alcunché per frenarne l’occupazione. Il “caso Emilia-Romagna”

Reggio Emilia, il bancomat delle ‘ndrine’ (pt III)

Il fascicolo di marzo del mensile “Narcomafie”, fondato da don Luigi Ciotti e pubblicato dalle Edizioni del Gruppo Abele” pubblica un’interessante inchiesta sulla infiltrazione della criminalità organizzata in Emilia Romagna: “Attive nel settore edile”, scrive Giovanni Tizian, “le ‘ndrine calabresi operano da anni nell’Emilia ‘rossa’, senza che nessuno le veda o le voglia vedere. Arrivata con l’emigrazione dal Sud, la ‘ndrangheta ha strozzato i sogni di molti coloro che erano partiti in cerca di un futuro migliore. Tra di loro imprenditori che da vittime diventano presto conniventi”. Mercoledì 13 e giovedì 14 aprile abbiamo pubblicato la prima e la seconda parte di questo saggio. Oggi la terza.

Reggio città di Cutro
Usciti dal casello di Reggio Emilia, procedendo verso il centro della città, ci si immette su un violone. E’ viale Città di Cutro. Un riconoscimento della città emiliana agli emigranti onesti che con il loro lavoro hanno arricchito economicamente e culturalmente la provincia emiliana.
Due città distanti mille chilometri, unite dal martoriato percorso umano degli emigranti in cerca di una vita nuova in terra emiliana. A partire dagli anni ’50 una folta comunità di cutresi ha scelto la provincia reggiana per lavorare e realizzarsi onestamente. Oggi ci vivono oltre diecimila cutresi e passeggiando per le vie e per le piazze del centro storico capita spesso di sentire parlare in dialetto calabrese. Un idioma aspro, duro, ricco, mescolanza di storia passate e presenti. A Reggio Emilia si è formata una vera e propria borghesia cutrese, attiva nelle professioni e nelle piccole imprese, che esercita un ruolo di calamita per nuovi flussi di emigranti. Una presenza che ha scalato le gerarchie sociali influenzando anche la politica e proponendo propri rappresentanti nel partito egemone, prima i DS ora il PD. Per un breve periodo è stato anche attivato un volo per Crotone tre volte la settimana con la compagnia Air Emilia.
Nei primi anni ’90, per colpa di una minoranza criminale, la comunità cutrese viene messa sul banco degli imputati come se l’essere cutrese presupponesse l’essere ‘ndranghetista. Un razzismo dovuto alla paura e all’acuirsi che negli anni ’90 hanno intriso la città emiliana con l’odore acre della polvere da sparo: da Cutro a Reggio sangue chiamava altro sangue.

Gli anni ’80
Il primo mammasantissima ad insediarsi a Reggio Emilia è stato Antonio Dragone, nel 1981. Confinato, con la sventurata misura del soggiorno obbligato, nella ricca provincia emiliana trovò terreno fertile per i suoi affari. Il boss Nicolino Grande Aracri, “Manuzza”, scelse invece Brescello come residenza, il paese reso famoso dai racconti di Guareschi. A Brescello risiedono due sorelle di Nicolino Grande Aracri, i nipoti tra cui Salvatore, e il fratello Francesco, attualmente detenuto.
Alla fine degli anni ’90 l’alleanza tra i Grande Aracri e i Dragone si spezza, sfociando in una sanguinosa faida, circoscritta alla Calabria, ma che indirettamente si ripercuote sugli equilibri di potere nel reggiano. Era tempo di nuove alleanze per affrontare la guerra. Si sfruttarono così solidi rapporti tra le cosche di Isola Capo Rizzuto: i Grande Aracri si schierarono con i Nicoscia, e i Dragone con gli Arena. E mentre al Sud si sparava e si uccideva per le strade, nel reggiano si facevano affari in silenzio.

Gli anni ’90 e il “periodo di sangue”
Nel 1991 viene ucciso Nicola Vasapollo mentre si trovava agli arresti domiciliari a Reggio Emilia. I Vasapollo rappresentavano un’ala scissionista dei Dragone e avevano ingaggiato come killer Paolo Bellini, la “primula nera” di Reggio Emilia. L’amicizia tra Bellini e gli ‘ndranghetisti nacque ancora prima, durante un periodo di detenzione, quando Bellini conobbe Nicola Vasapollo il quale gli chiese di fare da “San Giuvanni”, ovvero da padrino, al figlio di un suo parente. Nel 1992 vengono uccisi due muratori di Cutro che lavoravano a Reggio Emilia. Per il duplice omicidio furono condannati all’ergastolo alcuni esponenti della ‘ndrina cutrese dei Dragone.
Si arriva così a cavallo tra il ’98 e il ’99. Un periodo che a Reggio è ricordato come il “periodo di sangue” e destinato a rimanere scolpito nella memoria dei reggiani. L’8 dicembre del 1998 venne ucciso un ragazzo vicino ai Dragone, Giuseppe Abramo. A seguire venne lanciata una bomba a mano all’interno del bar Pendolino di Reggio: dieci feriti. Il bar Pendolino era conosciuto come il “bar dei calabresi”. L’obiettivo della bomba sarebbe stato l’autore dell’omicidio di Nicola Vasapollo. Fortunatamente non riuscirono a ucciderlo e così gli investigatori poterono ricostruire la scia di sangue che dal 1991 al 1998 ha bagnato le strade di Reggio Emilia. Non si trattava di vere e proprie faide tra famiglie, piuttosto di episodi legati a lotte intestine nella stessa ‘ndrina.

“Ritorno all’antico”
Dal 2006 le due cosche contrapposte, Grande Aracri-Nicoscia e Dragone-Arena, hanno avviato delle trattative per ristabilire la pace nei loro feudi calabresi. Dal 1999 Cutro e Isola Capo Rizzuto erano diventati campi di battaglia di una guerra sanguinosa che limitava molto i movimenti degli affiliati e i profitti delle cosche. I dirigenti delle famiglie mafiose del crotonese decisero così di porre fine alla carneficina che stavano perpetrando in Calabria per concentrarsi, come a Reggio Emilia, negli affari. E’ solo uno degli aspetti emersi dall’indagine che ha portato all’operazione “Pandora” del novembre 2009. Il regista principale della tregua sarebbe stato Michele Pugliese, nipote acquisito del defunto boss Pasquale Nicoscia e legato da parentela anche con la cosca degli Arena. Michele è il figlio di Franco Pugliese, l’uomo ritratto in una foto del 2008 in compagnia dell’ex senatore Di Girolamo, quello eletto all’estero con i voti della ‘ndrangheta, e socio di Gennaro Mokbel, imprenditore inquisito nell’inchiesta Fastweb-Telecom Sparale. Padre e figlio vivono nel nord Italia da diverso tempo. Michele è domiciliato a Gualtieri, vicino a Reggio Emilia. Franco vive in provincia di Mantova, al confine con il territorio reggiano. La sorella di Michele Pugliese è fidanzata con Fabrizio Arena, della cosca contrapposta ai Nicoscia. Nel marzo del 2006, i sicari dei Nicoscia erano pronti a far fuoco con un bazooka contro l’auto su cui viaggiava la vittima designata, Tommaso Gentile. Dal mirino si accorgono che con lui viaggiava anche il cognato di Pugliese e decidono di non sparare. E’ probabile che Pugliese sia stato incaricato di mediare per la pace proprio per la doppia parentela con esponenti di spicco di entrambe le cosche avversarie.
Gli uomini delle ‘ndrine di Isola Capo Rizzuto sono consapevoli di avere oltrepassato il limite consentito e invocano tra di loro un ritorno al “Libro sacro della malavita che esiste a Reggio Calabria”, un termine con il quale Michele Pugliese indica le regole madri della ‘ndrangheta violate ripetutamente dal 1999 dalle due cosche con una serie interminabile di omicidi. La trattativa porterà alla pace e il territorio, sia al Nord che al Sud, sarà suddiviso al 50 per cento. E proprio un affiliato degli Arena, incaricato di mediare con Pugliese, sottolinea, durante un incontro, la necessità di “tornare all’antico”, “50 noi e 50 voi”. Le trattative di pace si riflettono sulle colonie del Nord dove gli affari non si sono mai arrestati neppure nei momenti più cruenti della guerra combattuta tra Cutro e Isola Capo Rizzuto. Un aspetto questo che conferma quanto specificato dal collaboratore di giustizia Angelo Cortese: “Reggio Emilia è il bancomat delle ‘ndrine crotonesi”.

Il figlio di Franco, l’amico del senatore
Michele Pugliese, a Gualtieri di Reggio Emilia, fa l’imprenditore e ha gestito, fino al suo arresto (nel novembre 2009, nell’ambito dell’operazione “Pandora”) la “Nuova Inerti srl”, la “Autotrasporti Emiliana Inerti” (con sede in Calabria e operante anche in Emilia), e la società di costruzione “Il Muretto”, con sede a Trento. Si legge nel decreto che ha colpito i suoi beni che la “Autotrasporti Emiliana” nel 2007 ha registrato un volume d’affari di oltre 2 milioni di euro. “Nuova Inerti” ed “Emiliana Inerti” rappresentano l’espressione imprenditoriale della cosca Nicoscia. Una realtà imprenditoriale consolidata, la “Nuova Inerti”. Tanto che nonostante il sequestro preventivo, i mezzi – ci racconta un testimone che vuole restare anonimo – ‘vivono’ all’interno di un magazzino di un altro grosso imprenditore dell’autotrasporto che ha la ditta a Gualtieri di Reggio Emilia.
Una vocazione imprenditoriale messa in pratica da Pugliese grazie al prestanome crotonese Federico Periti. Oltre alle attività imprenditoriali gestite dall’uomo dei Nicoscia nel reggiano, la cosca ha accumulato profitti con le estorsioni ai danni di alcuni imprenditori e commercianti originari della Calabria da anni residenti a Reggio Emilia. E sarebbe stato proprio Michele Pugliese l’intermediario incaricato dal boss Salvatore Nicoscia di riscuotere i soldi degli imprenditori. Laute estorsioni che gli imprenditori, con attività ben avviate e lucrose, consegnavano senza alcuna incertezza, consapevoli che un loro rifiuto ai voleri delle ‘ndrine avrebbe scatenato la ritorsione dei boss. Michele Pugliese è in contatto diretto con l’attuale reggente della ‘ndrina Nicoscia, Salvatore Nicoscia, fratello del capobastone Pasquale. I loro contatti rivelano spartizione di profitti e disegni criminali da portare avanti a Isola Capo Rizzuto come a Reggio Emilia. Salvatore Nicoscia si avvale del nipote Antonio per ritirare i soldi delle estorsioni ai danni degli imprenditori che lavorano nel reggiano. Il meccanismo è semplice, Pugliese insieme ad altri affiliati faceva il giro degli imprenditori. Antonio Nicoscia o Pasquale Manfredi, su mandato di Salvatore, passavano a riscuotere il gruzzolo di denaro per poi suddividerlo tra le famiglie della cosca. E’ emblematica una conversazione intercettata tra Pugliese e Manfredi. In uno dei suoi viaggi per ritirare i soldi delle estorsioni, quest’ultimo confessa a Pugliese di essere preoccupato per il viaggio di ritorno a Isola Capo Rizzuto e di non poter ritirare anche i 30mila euro che Pugliese gli voleva consegnare da portare in Calabria, perché aveva l’auto già colma all’inverosimile di contanti. Un fiume di denaro proveniente, probabilmente, oltre che dalle estorsioni anche dal traffico di cocaina dei fratelli Capicchiano, arrestati nel 2008, che a Reggio Emilia trafficavano l’oro bianco della ‘ndrangheta.
A volte i soldi li portava in Calabria direttamente Michele Pugliese, altre “saliva al Nord” il boss Salvatore in persona. Sono cifre alte, che nessun imprenditore ha mai avuto il coraggio di denunciare. Uno degli aspetti più allarmanti, che emerge dagli atti giudiziari, è la pronta arrendevolezza dei taglieggiati di fronte alle richieste. In nome della tranquillità e della salvaguardia dei propri voluminosi affari, le vittime inconsapevolmente rischiano di diventare finanziatori di due cosche tra le più violente della Calabria. Un comportamento che emerge dalle somme ripetutamente versate alle famiglie e dal loro rifiuto di rivolgersi all’autorità giudiziaria.
Imprenditori che da vittime rischiano di trasformarsi in complici, come nel caso delle fatture per operazioni inesistenti. Un metodo che gli imprenditori delle cosche crotonesi conoscono a meraviglia, già svelato nell’inchiesta Edilpiovra del 2002, e funzionale ad occultare la provenienza illecita del denaro frutto delle estorsioni. Con l’emissione di una fattura da parte dell’impresa mafiosa l’estorsione viene camuffata come pagamento di una fornitura o di un lavoro in realtà mai effettuato. Un meccanismo che ha permesso agli uomini dei Nicoscia e dei Grande Aracri di accumulare una montagna di denaro. E Pugliese, spavaldo alla guida della sua Porche Cayenne, ostentava la sua ricchezza, D’altronde lui si ritiene un imprenditore, è il titolare di diverse imprese nel Reggiano e a Trento, e la pratica estorsiva è vissuta come un secondo lavoro.

(Tratto da Notizie Radicali)

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