E’ natale, rassegnati Erode!

È difficile abdicare al potere, Erode.
Ed è difficile accettare che ti possa essere tolto, soprattutto quando lo hai trasformato in un Sistema che ruota intorno a te e lo hai ridotto a una questione privata da discutere con pochi intimi nel segreto delle tue stanze.

È perversa questa tua concezione del potere, perché mentre ti convince del fatto che tu sei indispensabile alla gente, nel frattempo c’è chi – fra quelle stesse persone – si convince che per ottenere ciò che gli spetta di diritto, debba chiederlo al tuo Palazzo come un favore, e che in definitiva, tutto passa fra le tue mani: il lavoro e la pensione, restare o andarsene, il presente e il futuro, la vita come la morte.
Finché non accade però, che un giorno, qualcuno inizia a metterti in discussione, e a chiedersi se non ci sia per caso un’altra stella da seguire.
Ecco, già solo quest’idea ti toglie il sonno; il fatto stesso che possa insinuarsi nel popolo un simile dubbio turba il Palazzo. Lo fa tremare. Poche sillabe usa Matteo nel suo vangelo per descrivere questa inquietudine: “all’udire queste parole il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme“.

Ti avrà assalito il panico quando ti hanno detto che qualcuno si era già messo in viaggio, che per alcuni quella speranza avrebbe preso corpo da un momento all’altro, e ti sarà mancata la terra sotto i piedi quando ti hanno comunicato le precise coordinate geografiche di quell’avvenimento: “Betlemme di Efrata“. Un borgo di povera gente, quattro case, persone comuni; oggi la definiremmo “la periferia del sistema”, la “base”.
“È la deriva anarchica che sta avanzando”, avrai ripetuto quasi ossessivamente ai tuoi fedelissimi in riunioni convocate con fretta e in tutta segretezza. “È il trionfo di una sterile antipolitica”, vi sarete detti incoraggiandovi l’un l’altro; “le solite piazze di un giustizialismo da quattro soldi. Anzi, occorre approfondire, bisogna indagare, perché di certo fra quelle quattro case si annida un interesse eversivo, e tutti quelli che lì si stanno recando sicuramente hanno in tasca la tessera di un enorme complotto”.

Sai, Erode, a queste logiche purtroppo ci siamo abituati. Anche oggi si pensano le stesse cose ogni volta che la gente si mette in cammino: e non importa se sono disperati per le tante fabbriche che si stanno chiudendo dal nord al sud; non importa se sono arrabbiati perché sono stati messi all’asta i beni dei mafiosi; e non importa neanche se sono indignati per le verità negate sui tanti misteri che hanno insanguinato questo nostro Paese.
Nel tuo modo di concepire il potere, ogni cosa è la rappresentazione di un complotto o la celebrazione di un vuoto qualunquismo.

Nulla di tutto ciò, Erode. Se ti affacciassi un attimo dalle finestre del tuo inaccessibile Palazzo, ti accorgeresti che tra quelle persone c’è il volto stanco e provato di Lina che non ce la fa più a vivere solo con la pensione, c’è il cuore colmo di tristezza di Mimmo costretto come tanti altri giovani del sud a lasciare il suo paesino per cercare fortuna altrove, c’è lo sguardo disorientato ma pieno di dignità di Loredana anche lei in cassintegrazione, ci sono gli occhi ancora pieni di lacrime di Olimpia, di Filomena, di Rossana, e dei familiari delle troppe vittime a cui ancora nessuno ha restituito giustizia, ci sono i volti rassegnati di troppi che hanno perso la voglia di lottare e gli occhi spenti di tanti che non sanno più sognare.
E se per un attimo mettessi la testa fuori dalle certezze del tuo Palazzo, Erode, ti accorgeresti che sono tutti spinti dal desiderio disperato di toccare con mano la Carne della Speranza che per troppo tempo gli è stata solo promessa nel vortice illusorio di troppe parole, e che hanno tutti la profonda nostalgia di una libertà non più barattabile con nessuna scodella di lenticchie. Questo cercano in quella stalla che per una notte si trasformerà in crocevia della speranza con la disperazione.

Rassegnati, dunque, Erode: è semplicemente Natale. E tu non puoi farci niente.

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