E’ difficile, oggi, parlare di democrazia in Italia

La risposta di “unità democratica” appare indispensabile, quasi obbligata: pur tuttavia è anche necessario introdurre nel dibattito una precisa proposta politica, riguardante il complesso della nostra realtà istituzionale: anche perché, senza una iniziativa di questo genere, le affermazioni di “difesa della Costituzione” che stanno, appunto, alla base dell’ipotesi di “unità democratica” resterebbero prive di fondamento o, peggio, profondamente ambigue

Le più recenti vicende politiche italiane chiamano sicuramente le forze di opposizione, politica e sociale, al massimo possibile di unità e vigilanza democratica, al di là dell’adesione o meno a questa o a quella iniziativa, manifestazione o altra espressione di volontà politica: in realtà è difficile, oggi, parlare di democrazia in Italia, all’interno di un sistema che pare regredire dal paradigma moderno del “legale/razionale”, per tuffarsi all’indietro nel tempo, quando il potere era esercitato attraverso meccanismi di tipo tradizionalistico e presuntamente carismatico, al di fuori dal rispetto delle regole, come ha ben dimostrato la vicenda relativa alla raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste alle prossime elezioni regionali.
Sotto questo aspetto possiamo ben affermare come, al di là di analisi riguardanti similitudini di carattere storico con altre fasi attraversate dal sistema politico del nostro Paese, ci si trovi in uno stato di vero e proprio pericolo per la legalità repubblicana: simile, per certi versi, a quello corso nel Luglio del 1960, quando cadde in Piazza il governo Tambroni o dell’estate del 1964 quando, al riguardo del primo governo di centro-sinistra Moro, Nenni “tintinnarono le sciabole” o nel Dicembre 1969, quando esplosero le bombe di Pazza Fontana, e non crediamo proprio di esagerare.

La risposta di “unità democratica” appare quindi indispensabile, quasi obbligata: pur tuttavia appare anche necessario introdurre nel dibattito una precisa proposta politica, riguardante il complesso della nostra realtà istituzionale: anche perché, senza una iniziativa di questo genere, le affermazioni di “difesa della Costituzione” che stanno, appunto, alla base dell’ipotesi di “unità democratica” resterebbero prive di fondamento o, peggio, profondamente ambigue.

Partiamo da due punti, assolutamente elementari, che ci pare però che proprio in questi giorni siano stati stravolti nel loro significato essenziale:
1) Non è giusto, anzi è profondamente sbagliato, affermare che problemi come quelli emersi al momento della presentazione delle liste in vista delle elezioni regionali, riguardino tecnicismi che non interessano la stragrande maggioranza dei cittadini che pensa, invece, ai temi dell’economia, della disoccupazione, dell’ambiente, della sanità, della scuola, della privatizzazione dell’acqua e quant’altro di serio e di grave si muove all’interno della società italiana in un quadro di grave crisi economica e di assoluta emergenza dal punto di vista dell’assetto territoriale. Invece è necessario far comprendere a tutti, assumendo anche da parte delle forze politiche una antica funzione “pedagogica” come le questioni, grandi e piccole, riguardanti il funzionamento del sistema politico riguardino l’essenza della democrazia e, di conseguenza, di poter affrontare e contribuire a risolvere, in forma collettiva con criteri di eguaglianza e solidarietà, i grandi temi della nostra convivenza civile. Indignarsi e discutere della mancanza di legalità esercitata dal centro-destra in occasione della presentazione delle liste in Lazio ed in Lombardia, significa indignarsi e discutere di temi fondamentali per il futuro della nostra convivenza civile;

2) Da questo punto di vista, all’interno del dibattito sviluppatosi in questo periodo, è apparsa una tendenza molto pericolosa, quella del “prevalere della sostanza sulla forma”, altrimenti si sarebbe negato il diritto di voto a milioni di persone. Deve essere chiarito, anche usando una pazienza pedissequa, come il diritto di voto risulti, insieme, di carattere individuale e universalistico, che può essere esercitato da tutti i cittadini nell’ambito della legge, prescindendo dalla forze politiche in campo, le quali per schierarsi ai nastri di partenza della competizione elettorale debbono adempiere a determinati obblighi formali, eguali per tutti ed egualmente considerati dal potere “terzo” esercitato dalla magistratura, a prescindere dalla consistenza, acquisita e/o prevedibile sul piano numerico, delle diverse forze politiche. Quindi l’esclusione per patenti irregolarità come è stato nel caso in questione di una forza piuttosto che un’altra non lede nessun diritto di voto: anzi il preciso rispetto delle norme, lo garantisce, al di fuori da “forzature” di tipo interpretativo che, se adottate addirittura dal Governo, costituiscono elemento fondativo di quel regresso dal paradigma “legale/razionale” cui si accennava all’inizio, costituendo invece un principio di vero e proprio “regime autoritario”.

Ciò affermato, come premessa, sarebbe necessario passare ad una proposta politica concreta, che tenga in considerazione, appunto, la necessità di difendere nella sua essenza la Costituzione Repubblicana, posta costantemente sotto tiro ormai da molti anni.
Esiste, sotto questo aspetto sul piano della riflessione attorno ai temi di carattere politico – istituzionale, un punto di partenza, opportunamente citato qualche giorno fa sulle colonne del “Manifesto” da Ida Dominijanni : le forze di sinistra che vogliono caratterizzarsi nel quadro di un discorso di “unità democratica” e, nello stesso tempo, cercare una strada comune di costruzione di un nuovo soggetto collocato al di fuori dai pesanti retaggi del passato ed in grado di recuperare, insieme, memoria ed identità, debbono ripartire da una analisi critica di ciò che accadde il 18 Aprile del 1993, con il referendum sulla abolizione di alcune norme relative all’elezione del Senato della Repubblica. L’esito di quel referendum, preceduto, è bene ricordarlo dalla legge 81/93 sull’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Provincia, aprì la strada non tanto e non solo al prevalere della cosiddetta “società civile” sul sistema dei partiti ( in quel momento assolutamente disastrato)attraverso l’adozione di un sistema elettorale di stampo sostanzialmente maggioritario (sfociato, poi, addirittura, in un sistema dove i parlamentari sono direttamente “nominati” dall’alto) , ma all’idea della governabilità quale punto esaustivo dell’agire politico, della personalizzazione quale unico strumento di intervento in politica il luogo della funzione collettiva dei soggetti associati, dell’uso strumentale dei mezzi di comunicazione di massa quale solo veicolo di rapporto con un “popolo” sempre più indistinto (“popolo” poi via,via, coloratosi diversamente, ma sempre, nelle sue espressioni di intervento sulla politica, provvisto di una capacità di coartazione qualunquistica da parte di minoranze rumorose di tipo populistico- qualunquista, dirette da alcuni autonominatisi “guru”e annidati in televisione, oppure capaci anche di fondare movimenti politici in grado, a destra come in altri settori del sistema politico (facciamo fatica a parlare di “sinistra”) di mietere consensi.

La difesa di un sistema politico coerente con il dettato, mai abrogato, della Costituzione (ricordiamo per l’ennesima volta che non sono esistite mai I e II repubblica, che non esiste nessuna investitura diretta da parte del popolo, che rimane la centralità dei due rami del Parlamento nel momento in cui tocca loro conferire la fiducia al Governo, incaricato comunque dal Presidente della Repubblica) appare il compito principale ed il più forte fattore di prospettiva per una rinnovata unità a sinistra, collocata al di fuori dai confini delle piccole formazioni in cui oggi si trova separata.

L’idea di un vero sistema elettorale proporzionale è assolutamente collegata a questo tipo di disegno, in perfetta coerenza con i contenuti della Costituzione, così come l’impostazione di una forte battaglia politica, forse oggi assolutamente impopolare e minoritaria, sul superamento dei meccanismi di elezione diretta di Sindaci, Presidenti di Provincia e- soprattutto – di Regione, rivedendo anche la sostanza “politica” della riforma del titolo V adottata, frettolosamente, nel 2001 in chiusura di legislatura: sulla base , è bene ricordarlo, su di una spinta del tutto anomala e malamente interpretata di risposta al riemergere della frattura “centro-periferia”.

Ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica eletto dalle Camere con conseguente rifiuto del presidenzialismo a tutti i livelli anche periferici (l’elezione di quelli che, incautamente, la stampa e la televisione definiscono come “governatori” appare, in queste condizioni, una vera e propria “arlecchinata”); centralità del Parlamento; sistema elettorale effettivamente proporzionale in grado di rappresentare le effettive e principali “sensibilità” politiche presenti nel Paese; recupero del ruolo dei partiti di massa (un punto questo sul quale dovremmo tornare sviluppando un ragionamento specifico): ecco gli elementi principali di una proposta politica abbastanza compiuta che una sinistra coerente potrebbe portare avanti nel quadro di un discorso di “unità democratica” e di difesa della legalità repubblicana.

Franco Astengo

(Tratto da Aprile online)

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