Durigon e quelle relazioni pericolose che imbarazzano la Lega

La Repubblica

Durigon e quelle relazioni pericolose che imbarazzano la Lega

di Clemente Pistilli

Non solo Mussolini. Ci sono anche i legami con persone finite sotto inchiesta. Ecco perché Salvini pensa di indurre alle dimissioni il sottosegretario che intende intitolare al fratello del Duce il parco di Latina

25 AGOSTO 2021

Anche la dote migliore a volte non basta per tenere in piedi un rapporto. Soprattutto quando gli imbarazzi diventano tanti e i rischi ancor di più. Dai rapporti con imprenditori arrestati dall’Antimafia alla sparata sugli investigatori impegnati nella caccia ai 49 milioni di euro oggetto della maxi truffa compiuta dal Carroccio, fino alla dichiarazione di voler intitolare nuovamente il parco pubblico di Latina a Mussolini e cancellare così i nomi dei giudici Falcone e Borsellino, di difficoltà in otto mesi il sottosegretario Claudio Durigon alla Lega ne ha create parecchie. E dopo aver provato a blindarlo per venti giorni ora anche Matteo Salvini sembra pronto a scaricare il suo colonnello nel Lazio, quello che prima gli ha portato appunto in dote il sindacato Ugl, di cui il padre di Quota 100 è stato vicesegretario, e poi una montagna di rogne. Dopo oltre venti anni di impegno nel sindacato di destra, il pontino Durigon si è avvicinato alla politica ai tempi in cui Renata Polverini era governatrice del Lazio, ma il salto vero, quello che lo ha proiettato direttamente sul piano nazionale senza dover compiere lunghe tappe intermedie, lo ha fatto nel 2018, quando si è candidato ed è stato eletto alla Camera sotto le insegne della Lega. Nel governo gialloverde è stato nominato sottosegretario al lavoro e ha messo a punto Quota 100, una misura bandiera del partito di Salvini, che ha iniziato ad andare sempre più spesso a Latina e soprattutto a Sabaudia, in una lussuosa villa sulle dune presa in affitto, in cui a fare gli onori di casa e ad ospitare lo stato maggiore del partito è sempre Durigon. Il potere del sottosegretario è andato sempre più crescendo, ottenendo nuovamente un ruolo nel sottogoverno con l’esecutivo di Mario Draghi, questa volta al Ministero dell’economia e finanze, e diventando coordinatore regionale della Lega nel Lazio, oltre che commissario del partito a Roma.

Qualcosa però si è inceppato nel dicembre scorso. Due mesi e mezzo prima la Direzione distrettuale antimafia di Roma, in un’inchiesta denominata “Dirty Glass”,  aveva arrestato undici persone e ricostruito un sistema criminale creato tra Roma e Latina da imprenditori senza scrupoli, faccendieri, malviventi comuni, mafiosi, e pubblici ufficiali, compresi oscuri agenti dei servizi segreti, con al vertice l’imprenditore pontino Luciano Iannotta. A dicembre Repubblica ha rivelato che la Dda, in quell’inchiesta, ha iniziato a indagare anche sui rapporti tra Iannotta e il sottosegretario. Nell’inchiesta, in cui sono stati ipotizzati reati fiscali, tributari, fallimentari, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, intestazioni fittizie di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accessi abusivi a sistemi informatici, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale, turbativa d’asta, sequestro di persona e detenzione e porto di armi da fuoco, uno degli arrestati, Natan Altomare, un fisioterapista da anni impegnato in politica, ha fatto il nome dell’esponente della Lega. Ci sono anche diverse chat tra lui e Durigon. E c’è il particolare che, proprio durante la campagna elettorale 2018, Iannotta avrebbe messo a disposizione del sottosegretario un appartamento in centro a Latina e allo stesso Durigon sarebbero poi state pagate due feste elettorali da Altomare.

Nella Lega a Latina è inoltre impegnato Andrea Fanti, un fedelissimo del sottosegretario, lo stesso però che per il pentito Agostino Riccardo aveva ingaggiato il clan rom Di Silvio per comprare voti con cui essere eletto in consiglio comunale e lo stesso legato all’imprenditore Simone Di Marcantonio, ritenuto dagli inquirenti un prestanome di Sergio Gangemi, quest’ultimo esponente di una famiglia calabrese da tempo oggetto di accertamenti dell’Antimafia e già condannato per un’estorsione con metodo mafioso compiuta sul litorale romano a colpi di kalashnikov. Durigon, che non è indagato, si è difeso, sostenendo di non avere nulla da temere. Ad aprile, però, è arrivata anche l’inchiesta di Fanpage, che ripercorre tali vicende e in cui, ripreso da una telecamera nascosta e parlando dei 49 milioni di euro, Durigon dice: “Quello che fa le indagini, il generale della Guardia di finanza, lo abbiamo messo noi”. Un terremoto. Dal quale il sottosegretario però si è salvato.

Si arriva così al 4 agosto quando, a una manifestazione elettorale al lido di Latina, in cui i cittadini vengono invitati a firmare per il referendum sulla giustizia, prima di dare la parola a Matteo Salvini sale sul palco Durigon e dice che per lui, in caso di vittoria del candidato sindaco del centrodestra a Latina nelle elezioni ad ottobre, una priorità è intitolare di nuovo il parco cittadino ad Arnaldo Mussolini, cancellando dunque da quel parco i nomi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un messaggio diretto alla destra dura e pura, a chi nel capoluogo pontino da movimenti come Forza Nuova è passato alla Lega. Quando Repubblica dà la notizia immediatamente arrivano dure prese di posizione dal Pd, dal Movimento 5 Stelle e da Leu. Poi la stessa destra si divide e anche nella Lega c’è chi invoca le dimissioni di Durigon. Per Salvini inizia così diventare difficile salvare nuovamente il sottosegretario. A Latina tra l’altro il partito è in difficoltà. Da tempo le inchieste dell’antimafia hanno ipotizzato che i clan rom abbiano acquistato voti, quando era candidato a sindaco, anche per l’attuale capogruppo della Lega alla Regione Lazio, Angelo Tripodi, sono emersi rapporti e intercettazioni particolari tra l’imprenditore arrestato nelle inchieste sui Di Silvio, Raffaele Del Prete, e il deputato leghista Francesco Zicchieri e un mese fa è stato indagato per scambio elettorale politico-mafioso l’eurodeputato Matteo Adinolfi. Particolari che rendono più difficile blindare chi ha messo i camerati prima di due icone antimafia che per lottare contro i clan hanno sacrificato la loro vita. E a pesare infine potrebbe anche essere il particolare che proprio Gangemi ha iniziato a collaborare con la giustizia e le sue dichiarazioni potrebbero portare altre difficoltà.

Archivi