Due camorre e un nuovo patto di sangue

Il Mattino, Mercoledì 18 Maggio 2016

Due camorre e un nuovo patto di sangue

di Isaia Sales

Ciò che rende eccezionale il caso criminale campano è il fatto che convivano al suo interno fenomeni diversi dal punto di vista geopolitico, dei metodi adottati e delle classi sociali di riferimento. La camorra di Napoli città e quella del suo immediato hinterland si somigliano abbastanza, mentre hanno caratteristiche del tutto diverse i clan che si sono ramificati ad appena 25 chilometri di distanza, cioè quelli dei Casalesi o quelli delle zone al di là del Vesuvio. Più camorra-massa la prima, più camorra-impresa quella casertana, nolana, vesuviana o dell’agro nocerino-sarnese. Più effervescente, frammentata e gangsteristica la prima, più solida e radicata la seconda.

Meno dipendente dal rapporto con il ceto politico e amministrativo la prima, più relazionata permanentemente ad esso la seconda. Ed è proprio per queste caratteristiche che i capi camorra di provincia hanno lasciato indubbiamente un segno più duraturo, da Nuvoletta di Marano a Bardellino di San Cipriano d’Aversa, da Cutolo di Ottaviano ad Alfieri di Saviano, da Zagaria di Casapesenna a Fabbrocino di San Gennaro Vesuviano, da Bidognetti di Casal di Principe ai Moccia di Afragola, da La Torre di Mondragone a Galasso di Poggiomarino, come ricorda Gigi Di Fiore nella riedizione del suo importante libro «La camorra e le sue storie». Una caratteristica duale che già la commissione antimafia della XIII legislatura, quella presieduta da Luciano Violante (che fece nel 1990 una prima relazione organica sul fenomeno dopo anni di sottovalutazione) aveva messo in luce con questa lucida analisi: «Le articolazioni camorristiche hanno caratteri tutt’altro che omogenei: accanto a strutture che hanno mutuato rituali e caratteri dei mafiosi siciliani, vi sono organizzazioni locali che paiono mutuare più che i caratteri dell’associazione mafiosa quelle delle classiche bande criminali, tipiche delle periferie delle città europee». Indubbiamente l’ambiente sociale ed economico in cui si sviluppa la camorra di provincia ne influenza le caratteristiche facendola avvicinare alla mafia siciliana. Infatti è in questo ambiente economico, fatto di attività agricole destinate al mercato e alla trasformazione industriale, che se ne forgia il carattere commerciale e imprenditoriale, mentre quella della città di Napoli risentirà nel suo tratto predatorio e parassitario dell’influenza del ceto sociale da dove si origina, cioè il sottoproletariato urbano. Violenti-predatori i clan della camorra urbana, violenti-mediatori i clan della camorra provinciale.

Certo, questa distinzione non sempre si ritrova con tale nettezza in tutte le fasi storiche, ma è indubbio che le due camorre hanno dei connotati assolutamente non coincidenti.Ed è anche per questi motivi che la repressione contro i clan dei Casalesi era sembrata più incisiva, più duratura di effetti nel tempo, perché quando colpisci una èlite criminale la possibilità di una rapida riproposizione del fenomeno ha bisogno di più tempo per realizzarsi con la stessa pericolosità di prima: nell’organizzazione di tipo piramidale, basata sulla leadership di capi, è più difficile ricostruire le trame criminali. Nel modello orizzontale della camorra napoletana, basata sulla disponibilità di massa di manodopera criminale, se colpisci i capi non assesti di per sé un colpo risolutivo all’organizzazione, la quale si rigenera continuamente proprio per la fluidità degli apparati di comando e per la bassa soglia di accesso alle élite.Insomma, mentre nella mafia siciliana degli anni ottanta e novanta del Novecento si contrappone in genere la tradizione dei Corleonesi a quella urbana, la prima fatta di violenza cieca contro gli avversari e le istituzioni, la seconda fatta di regole finalizzate a governare senza conflitti insuperabili al proprio interno e con le istituzioni, in Campania avviene il contrario. In linea di massima è la camorra di provincia (escludendo Cutolo) che tenterà di comporre i conflitti, di stabilire rapporti di collaborazione con i politici e le istituzioni, di inserirsi stabilmente nel campo degli affari legali, a partire dall’edilizia e della grande distribuzione commerciale, di estendere la propria egemonia anche fuori dal proprio ambiente di riferimento, cercando cioè di ritagliarsi uno spazio dentro gli organi dello Stato, dentro la società, le istituzioni, dentro la politica con l strategia della mediazione dei conflitti.

Quella della città di Napoli, al contrario, sarà anarchica, conflittuale, fisiologicamente contrapposta allo Stato e alle istituzioni e, al suo interno, espressione di una violenza senza regolazione. Indubbiamente anche la camorra napoletana sarà a suo modo imprenditrice, ma riverserà la sua imprenditorialità in gran parte sul mercato illegale e dentro «l’economia del vizio». Per la sua tradizione di mediazione sugli scambi di merci, la camorra di provincia invece avvertirà di più la necessità della moderazione della violenza negli scontri interni ed esterni (anche se sarà spietata contri i nemici irriducibili). Partendo, invece, dalla sia tradizione storica di estorsione e di specializzazione sui mercati illegali, la camorra di città ne esaspererà tutte le caratteristiche violente fino a fare della mancanza di regole una regola.

Qualcosa oggi sembra riavvicinare le due forme e i due diversi metodi criminali: l’odio verso i magistrati che li hanno messi a tappeto e la voglia di reagire emotivamente alla perdita di ruolo e alla riduzione degli affari per alcuni clan. Il susseguirsi di notizie su attentati a quei magistrati che con discrezione e lavoro investigativo intenso li hanno messi dentro (e sequestrato i loro immensi capitali) dimostra che non si è più lucidi quando si è con le spalle al muro e quando si vede compromessa quell’ascesa sociale per via violenta su cui tanto si era investito. Possono essere colpi di coda di clan in disarmo, oppure un radicale cambiamento di strategie rispetto al passato. In entrambi i casi sono segnali che vanno attentamente decifrati, sia nel caso che la camorra-massa stia per afferrarsi agli attentati come estremo tentativo di tutelare i propri ingenti affari attorno alla droga, sia nel casoche la camorra-impresa senta il bisogno di mandare un messaggio deflagrante alle istituzioni e alla società per ripartire e uscire dal lungo silenzio a cui è stata costretta dalla repressione. Dopo il disastro dei rifiuti nella Terra dei fuochi una parte consistente della popolazione che prima non reagiva ora non ne riconosce più la funzione mediatrice. Non era già successo con Setola di aggrapparsi alla violenza cieca per tentare di riprendere fiato in attesa di tempi migliori o di una possibile scarcerazione di alcuni dei capi?

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