Draghi difende Durigon, ma tace sui rapporti con il professionista vicino ai clan

Draghi difende Durigon, ma tace sui rapporti con il professionista vicino ai clan

NELLO TROCCHIA

12 maggio 2021

Draghi ha risposto ai deputati che chiedevano le dimissioni del sottosegretario Durigon, reo di aver pronunciato questa frase: «Quello che indaga della guardia di finanza… il generale… lo abbiamo messo noi»

  • Il presidente del Consiglio Mario Draghi, durante il question time alla Camera dei deputati, ha risposto a un’interrogazione parlamentare del gruppo Alternativa c’è sul caso relativo al sottosegretario leghista Claudio Durigon.
  • «La stessa procura di Milano, in data 29 aprile, ha confermato piena fiducia ai militari della Guardia di finanza evidenziandone la professionalità, il rigore e la tempestività negli accertamenti loro delegati», dice Draghi.
  • Il presidente del Consiglio ha taciuto su quanto rivelato da Domani, in merito ai rapporti tra Durigon e un professionista vicino ai clan di Latina, fatti non oggetto di interrogazione.

Il presidente del Consiglio Mario Draghi, durante il question time alla Camera dei deputati, ha risposto a un’interrogazione parlamentare del gruppo Alternativa c’è sul caso relativo al sottosegretario leghista Claudio Durigon. Draghi ha risposto ai deputati che chiedevano le dimissioni del sottosegretario Durigon.

 

L’esponente leghista aveva confidato a un soggetto: «Quello che indaga della guardia di finanza… il generale… lo abbiamo messo noi». Una frase, registrata e pubblicata in un’inchiesta di Fanpage, che aveva scatenato reazioni e polemiche. «Le esternazioni dell’onorevole Durigon riguardo a un millantato «controllo» delle indagini e dei processi portati avanti dalla guardia di finanza rispetto al suo partito gettano, ad avviso degli interroganti, un’ombra sull’imparzialità e sull’incorruttibilità dell’immagine di tale Corpo dello Stato», scrivono i quindici deputati interroganti nell’interrogazione.

Il presidente del Consiglio Draghi affronta il caso evidenziando che le indagini a cui si fa riferimento sono state condotte dai finanzieri sotto la direzione della procura di Milano. «In altre parole gli agenti di polizia giudiziaria possono riferire solo al magistrato titolare dell’indagine.  I reparti della guardia di finanza che hanno svolto le suddette attività investigative sono comandati da ufficiali con il grado di colonnello. Nessun ufficiale generale ha svolto ruoli direttivi nelle investigazioni oggetto dell’interrogazione», dice Draghi.

Non solo. I generali non rivestono qualifiche di polizia giudiziaria e non possono intervenire nelle indagini. Draghi ha ribadito l’autonomia dei reparti che rispondono solo alla magistratura. «La stessa procura di Milano, in data 29 aprile, ha confermato piena fiducia ai militari della Guardia di finanza evidenziandone la professionalità, il rigore e la tempestività negli accertamenti loro delegati», ha concluso Draghi.

«In quale paese civile un sottosegretario, un rappresentante di governo potrebbe dire di controllare un generale della guardia di finanza per delle indagini che coinvolgono il proprio stesso partito, in quale paese un sottosegretario rimarrebbe al proprio posto nonostante tutto questo?», replicano gli interroganti che parlano di omertà del governo e di Draghi. La storia sulle parole in libertà di Durigon sembra finita con la presa di posizione del presidente del Consiglio che, però, ha taciuto su quanto rivelato da Domani.

Nel caso della nostra inchiesta i fatti sono documentati e riguardano il rapporto tra il sottosegretario, come attestano i messaggi pubblicati, e un professionista già in contatti con uomini di vertice di un clan e oggi ai domiciliari per sequestro di persona. Nessuna interrogazione, nessuna risposta.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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