Dossier MOF (dal giornale CartaQui)

 

MERCATO NERO

 

 

Affari, criminalità [e politica] a Fondi, dove uno dei più grandi ingrossi ortofrutticoli d’Italia diventa epicentro di traffici. E la Regione preferisce far finta di nulla e continuare a elargire milioni di euro

 

 

Non è semplice raccontare di Mof, il Marcato ortofrutticolo di colo di Fondi [Latina], uno dei più grandi mercati all’ingrosso d’Italia, dove infiltrazioni mafioso, mala gestione e malgoverno locale e regionale stanno determinando la crisi di un polo produttivo vitale per tutta l’area. Ci aiuta la storia di Luigi, ex operaio Mof, che oltre vent’ anni fa ha avuto il torto, insieme ad altri compagni di lavoro, di iscriversi alla Cgil: «Prima sono stato licenziato io e, poco dopo, la stessa sorte è toccata agli altri quattro che avevano mantenuto la tessera sindacale» racconta Luigi con le labbra e la voce che gli tremano ancora oggi per la rabbia e la commozione. «Per più di quindici anni, dopo il licenziamento, ho dovuto fare lavori saltuari e mal pagati, anche perché è difficile trovare solidarietà se si ha il marchio di quello troppo rigoroso». Intanto mette su famiglia, nascono i figli e finalmente, poco tempo fa, trova un posto stabile, dove però continua a essere «un problema», perché proprio non riesce a sopportare che le regole e le leggi non siano rispettate.

“La sua storia non è una eccezione né roba di altri tempi a proposito del Mof, che continua a rimanere un sistema di «scatole cinesi» con subappalti a società e cooperative collegate, come ad esempio la Best Service [vedi box}, che fungono di fatto da inter-mediari di manodopera, una forma neppure troppo camuffata di caporalato: si prendono lavoratori precari con mansioni del tutto simili a quelle svolte dai dipendenti del Mof ma sui quali è possibile lucrare e che possono essere licenziati in qualsiasi momento. Un giochetto denunciato già nel 1997 dalla Cgil e che ciclicamente torna sui giornali locali. Come è accaduto di nuovo un paio di anni fa: «II Mof versava in media 26 mila lire alle aziende cooperative per ogni dipendente ma al dipendente arrivavano appena 6-7 mila lire. Sotto nomi diversi, le stesse persone erano sia nel Mof che nelle aziende dei servizi, facendo sparire miliardi della Regione attraverso un meccanismo occulto».

Questo per quanto riguarda i lavoratori più o meno «ufficiali». Non si hanno invece dati sul numero e sulle condizioni degli irregolari utilizzati all’interno del Mof, compresi i migranti.

Mof spa è una società mista, a maggioranza pubblica con quote della Regione [principale azionista], Provincia di Latina, comune di Fondi e camera di commercio. Il consiglio di amministrazione, composto da cinque membri [tre di parte pubblica e due privati], in effetti ne ha quattro: un rappresentante della Regione, con il ruolo di presidente, uno del comune di Fondi, non nominato da anni, e uno della camera di commercio; i privati ne hanno due, di cui uno è l’amministratore delegato. Giuseppe La Rocca, già esponente della Già [Confederazione italiana agricoltori] e in quota Ds, è stato presidente della Mof spa per la giunta Storace ed è stato immediatamente riconfermato dalla nuova giunta Marrazzo. Ma il vero «uomo forte» è Enzo Addessi, amministratore delegato.

Una ben strana proprietà pubblica, quella del Mof, che non si misura con la gravita della situazione e non solo non chiede conto ai precedenti dirigenti di quanto accaduto negli ultimi anni, ma anzi ne riconferma la fiducia. Così, la Regione continua a destinare milioni di euro a un’impresa finita da tempo nei fascicoli giudiziali e all’attenzione di diverse procure per infiltrazioni criminali e per gravi comportamenti antisindacali [è degli inizi di questo mese di marzo l’ultima grande operazione di polizia e magistratura sul Mof conclusa con lo smantellamento del clan D’Alterio, che deteneva il controllo assoluto del trasporto merci in entrata e in uscita dal mercato, intrecciato al traffico di droga]. Il comune di Fondi [centro destra, feudo di Forza Italia], da parte sua, non nomina il proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione della Mof spa e nega ogni infiltrazione criminale e irregolarità nella gestione. Tanto da difendere la «serrata» decisa dai grossisti a salvaguardia del loro buon nome addirittura con una seduta straordinaria, lo scorso 15 marzo, del consiglio comunale. Che si è limitato a condannare i media locali, colpevoli del « rilevantissimo danno alla credibilità d’immagine inferto al Centro agroalimentare all’ingrosso di Fondi, alla dignità e all’indubbia moralità di centinaia di operatori…».

«Più che una seduta del consiglio comunale – dice Luigi Di Biasio, consigliere comunale della lista d’opposizione “Un’altra Fondi” [Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani] – è stata l’apertura delle campagna elettorale di Forza Italia, soprattutto nell’intervento del presidente della Provincia di Latina nonché sindaco, sotto inchiesta, del comune di Sperlonga, Armando Cusani». Di Biasio non risparmia neppure il centro sinistra, a cominciare dall’assessore regionale alle piccole e medie imprese e al commercio, De Angelis [Ds], ora candidato al senato, intervenuto in quel consiglio straordinario per rivendicare il merito dei milioni di euro stanziati di recente «ma che – dice Di Biasio – non sembra voler chiedere conto agli amministratori dello sperpero del capitale della società anche per evitare il riconoscimento dei diritti dei lavoratori».

Descrive con chiarezza la situazione Bivio De Cesare, segretario regionale dell’associazione perla lotta contro le illegalità e le mafie “Caponnetto”: «L’attacco sistematico alla stampa e, più in generale, a tutti coloro che come noi osano denunciare la presenza mafiosa sul territorio pontino – chiarisce De Cesare -è il prodotto di una preoccupante subcultura dell’an-tidemocrazia. Le forze politiche locali, salvo rare eccezioni, debbono farsi perdonare molte colpe per il modo spregiudicato con cui usano il potere e per la loro disattenzione ai temi dell’illegalità e del contrasto alla criminalità. A Fondi – conclude De Cesare – ci sono presenze inquietanti che proprio in questo periodo stanno tentando di ampliare la loro potenza».

 

Anna Pacilli

 

La mafia e l’omertà

 

 

II sostituto procuratore antimafia Luigi De Ficchy, a proposito della criminalità organizzata nel Lazio, ha più volte ripetuto: «Troppo spesso sento da una parte sopravvalutare un singolo episodio e dall’altra minimizzare il fenomeno nel suo complesso. Questo comportamento viene tenuto a volte da persone che sono interessate ad affermare che nel territorio di loro competenza va tutto bene…». Le attività privilegiate dalla criminalità sono quelle «economico-fin anziane come riciclaggio, bancarotta, truffe, estorsione e usura. Queste attività -continua De Ficchy – rappresentano a volte la base per il controllo di attività commerciali e imprenditoriali. Da qui la criminalità è arrivata al controllo di settori e attività merceologiche, in particolar modo in alcuni quartieri della capitale e in alcune città del Lazio, prevalentemente nel sud pontino… Nel Lazio, purtroppo, siamo in ritardo rispetto alla possibilità della prevenzione, ma possiamo ancora cercare di contrastare un radicamento ulteriore delle organizzazioni criminali».

Per farlo, però, occorre che almeno si riconosca che la mafia esiste, come stanno documentando quotidianamente i media locali. Nella pianura pontina, sostiene l’associazione contro la mafia Libera «la situazione è sicuramente aggravata dal clima omertoso che si va instaurando in vasti strati della popolazione che tende a ‘convivere’ con le mafie. Gli esempi non mancano di referenti mafiosi in alcuni settori della politica e del mondo degli affari».

 

 

4 CENTESIMI A MAZZO

 

 

Nella provincia di Latina i migranti clandestini, cioè la manodopera fantasma impiegata nelle produzioni agricole e in serra, «vivono una condizione di quasi medievale riproposizione di servitù della gleba -ha scritto Antonio Turri, coordinatore locale dell’associazione Libera – legata a una vita che si svolge tutta all’interno dell’azienda agricola dove questi lavoratori privi di permessi di soggiorno conducono un’esistenza segregata, senza diritti e senza accettabili condizioni di vita. Spesso queste aziende sono condotte da prestanomi di boss della camorra o della mafia che, come è ben noto da anni, investono i loro capitali su questo territorio». Le aree più infiltrate dalla camorra, sostiene Libera, sono Minturno, Formia, Gaeta, Cisterna, Terracina, Santi Cosma e Damiano, Castelforte e Fondi. Qui, pregiudicati del casertano e del napoletano cercano di inserirsi nelle attività agricole, immobiliari ed edilizie. E per il sindacato la criminalità organizzata mira proprio al controllo sull’intera filiera agricola, fin dai campi. Dove vige il supersfruttamento anche dei lavoratori «regolari»: gli italiani percepiscono fino al 30 per cento in meno del salario dovuto, mentre un nordafricano guadagna 4 centesimi per ogni mazzetto di carote raccolto.

 

 

LE ASSUNZIONI DI BEST SERVICE

 

 

Nel novembre 1996 la Best Service, una cooperativa legata al consorzio Agrofondi e appaltatri-ce di servizi per conto della Mof spa, licanzia otto operai ma successivamente ne assume di nuovi. I vertici della Mof spa trascinano per anni la vertenza [sia verso i vecchi che i nuovi assunti] con costi milionari pur di non riconoscere i diritti degli operai né le sentenze che hanno ordinato la riassunzione dei licenziati perché lavoravano nell’ambito della Mof spa, svolgendo le stesse mansioni dei dipendenti. I legali hanno dimostrato che la Best Service aveva il solo ruolo di mediazione di manodopera. La legge italiana vieta «all’imprenditore di affidare in appalto o in altre forme l’esecuzione di mere prestazioni di lavoro, mediante impiego di manodopera assunta e retribuita dall’appaltatore o dall’intermediario» cosa che, hanno sostenuto gli operai, accade invece al Mof con la Best Service, mediante un meccanismo a cascata che dall’Euromof va all’Agrofondi fino alla stessa Best Service.

 

 

I trucchi su Mof e Imof

 

 

L’AREA DEL MERCATO ALL’INGROSSO DI FONDI è divisa in due parti: una parte di 20 ettari con 116 concessionari di stand, di cui 10 grandi strutture cooperative [il Mof vero e proprio] e la restante con oltre 200 magazzini privati di vaste dimensioni. La Mof spa è la società che gestisce il mercato, da in concessione gli stand, decide assunzioni e contratti, ecc. con un capitale sociale iniziale di appena 500 mila euro, detenuto al 49 per cento dai privati e al 51 per cento dal pubblico. La Imof spa è la società che ha gestito l’ampliamento del Mof da 11 a 20 ettari e ne è proprietaria [è cioè proprietaria del solo ampliamento, la vecchia struttura rimane di proprietà della Regione]. Nella Imof spa la Regione detiene il 65 per cento del capitale sociale, che vale 15 milioni di euro, cui se ne aggiungeranno altri 15,6 dopo la recente approvazione di un piano economico finanziario a copertura di ulteriori investimenti immobiliari. I privati, cioè il consorzio Euromof [controllato al 98 per cento dal consorzio di imprese e cooperative Agrofondi che operano all’interno del mercato], detengono il 7 per cento per un valore reale di 1,6 milioni di euro [ci sono poi altri soci di Imof, che qui trascuriamo] . I privati si sono impegnati a coprire 15 milioni di mutuo da rimborsare, ma molti ritengono che di soldi veri ne tireranno fuori ben pochi.

Potrebbe però succedere, in un prossimo futuro, che con poche azioni e pochi soldi i privati diventino padroni del 64 per cento del capitale della società, mentre la Regione si attesterebbe al 23. Un piano «aiutato» da una leggina della giunta Storace, la 8 del 2002 : «I centri agroalimentari di interesse nazionale di Roma e Fondi, realizzati con le provvidenze della 41/86, possono essere gestiti… anche da soggetti diversi con la prevalente partecipazione di soggetti privati». Un escamotage per aggirare la legge nazionale? Qualcuno di buona volontà potrebbe calcolare quanto la Regione perderebbe dei suoi investimenti e quanto guadagnerebbero i privati.

La domanda che da anni molti si pongono è : perché mai l’amministratore delegato della Mof spa e della Imof spa devono essere espressi dai privati? Perché i soci pubblici di riferimento non hanno ritenuto di modificare gli statuti delle due società? Perché, infine, a ricoprire le due cariche è da una decina d’anni la stessa persona, cioè Enzo Addessi? Addessi ha creato Agrofondi, che è entrato a far parte del consorzio Euromof, assumendone il controllo, e ne è diventato amministratore unico; in quanto tale è stato espresso dai privati ai vertici delle due società Mof e Imof. Se le cose dovessero andare male per il mercato, i privati, con un investimento ridotto, entrerebbero in possesso di un patrimonio enorme non da oggi considerato pronto «per speculazioni immobiliari quando, di questo passo, del mercato ortofrutticolo non rimarrà niente altro che un ricordo», dichiarava nel 2004 il presidente dell’Ascon-Confcommercio.

 

 

I SOLDI DI SOCIETÀ CARTIERE

 

 

C’è un sistema, raccontano esponenti locali dei Ds, escogitato da operatori del Mof per incamerare soldi illegalmente, usando società di comodo, le cosiddette «società cartiere». Funzionerebbe così: si prende una società srl con bilanci regolari, con un prestanome come amministratore, la si assicura per poter opera re in Spagna, dove si lavora con fideiussioni, e si cominciano ad acquistare prodotti ortofrutticoli rivenduti poi sottocosto in Italia. Il gioco non dura più di 2-3 mesi perché i prodotti non vengono pagati, accumulando enormi guadagni, mentre i fornitori spagnoli sono poi risarciti dalle assicurazioni. La srl usata viene lasciata morire e si passa a un’altra. Un sistema, di fatto, aiutato dalla legge sulla depenalizzazione del falso in bilancio voluta da Berlusconi.

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