Don Palmese: «Antimafia più debole, gente sfiduciata».

CARO DON PALMESE,IL DISCORSO SULLE MAFIE E’ TUTTO POLITICO  E SE L’ANTIMAFIA  SOCIALE NON INTERROMPE   OGNI RAPPORTO CON LA POLITICA E LE ISTITUZIONI MALATE E CORROTTE E CONTINUA  DA UNA PARTE A FARE  SEMPLICE RETORICA .SE NON AFFARI, E DALL’ALTRA AD ANDARE A BRACCETTO CON ESSE,LA GENTE PERDE LA FIDUCIA ANCHE NEI SUOI CONFRONTI.l’ANTIMAFIA SOCIALE DEVE COMINCIARE A FARE ,COME  SOSTENIAMO  NOI DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO, INDAGINE,DENUNCIA E PROPOSTA ,AIUTANDO LA MAGISTRATURA INQUIRENTE E VEDRAI CHE  ALCUNI  RIPRENDERANNO LA FIDUCIA IN  NOI  E TUTTO SARA’ A QUEL PUNTO PIU’ FACILE.

Il Mattino, Martedì 24 Gennaio 2017

Don Palmese: «Antimafia più debole, gente sfiduciata»

di Daniela De Crescenzo

«Il Questore dice di non trovare alcuna collaborazione da parte dei cittadini e questo va contro le regole di un Paese civile dove le persone, se hanno visto o sentito qualcosa di utile alle indagini, dovrebbero essere pronti a riferire. Il problema è che in questi territori lo Stato viene ancora visto solo in funzione repressiva pertanto se non si alimenta una cultura di empatia tra lo Stato e i suoi cittadini gli sguardi saranno sempre più in cagnesco. Papa Francesco – parlando di coloro che cercano un contatto con la Chiesa – ha insistito sull’importanza della simpatia dei pastori e della comunità. Per fidarsi non dobbiamo scomodare i massimi sistemi. La fiducia che nasce grazie alla simpatia tra i vari soggetti ha alle spalle una empatia che spesso le istituzioni non sanno mostrare perché bloccate dalla burocrazia o di una mancanza di formazione da parte degli operatori preposti a far da ponte tra la strada e i palazzi dello Stato. Bisogna creare, invece, una situazione di simpatia che poi diventa empatia e porta a fidarsi del poliziotto o di qualunque rappresentante dello Stato. È necessario un dialogo continuo con tutte le istituzioni, bisogna che il cittadino veda anche il poliziotto, l’insegnante, il medico di base e persino il giornalista –visti in questi giorni come un elemento di discredito- come una persona che sta dalla sua parte. Solo in questo caso potrà fidarsi»: Don Tonino Palmese, vicario episcopale per la Carità e la Pastorale sociale è anche uno degli uomini di Libera. Nella sua lunga esperienza ha rappresentato i familiari delle vittime della criminalità organizzata, ma ha anche conosciuto tanti giovani criminali con una vita bruciata. È l’uomo giusto per spiegare quella che il questore Guido Marino ha chiamato «reticenza».

Il Questore sostiene che i napoletani spesso non collaborano con le forze dell’ordine. È vero?
«A volte si. Ma bisogna saper distinguere. Nei nostri territori a volte anche a noi sacerdoti arrivano notizie che ostentano millantate verità che spesso non sono altro che chiacchiericci privi di fondamento. Riferirli a volte può essere perfino pericoloso e fuorviante. Per quello che riguarda il delitto di Genny Cesarano alla Sanità perfino io avevo sentito dire da persone del territorio che tutti sapevano che gli assassini venivano da fuori, ma questa non era certamente una notizia, era solo un sentito dire. E lo ripeto: a volte diffondere il chiacchiericcio è rischioso, potrebbe anche servire a depistare».

La gente tace perché ha paura?
«Certo perché gli assetti dei clan sono in evoluzione e questo aumenta il senso di insicurezza. Paradossalmente la gente ha meno timori quando conosce la geopolitica della camorra. Le persone sono meno impaurite quando sanno chi comanda e quindi da chi devono difendersi. Lo so che ciò che dico è grave ma resta un elemento utile per capire di che stiamo parlando».

Alla Sanità un ragazzo è stato allontanato dal pub dove lavorava dopo aver parlato con i giornalisti e alla Duchesca un commerciante rischia di chiudere per lo stesso motivo. Sconfitte che convincono gli altri a tacere?
«Se questi fatti avvengono è anche perché oggi il movimento antimafia come quello antiracket stanno vivendo un momento di “stanchezza” e allo stesso tempo di una indebolita riconoscibilità: le lotte degli anni passati, nell’immaginario collettivo sembrano non aver prodotto gli attesi molti risultati. Molta gente è stanca di rimettersi in gioco per mandare avanti un qualcosa che vede come inutile. Penso all’esperienza della battaglia contro il terrorismo: allora era chiaro a tutti quanto quei criminali mettessero a rischio le nostre esistenze ed era chiaro che lo Stato aveva deciso di battersi fino in fondo. A differenza di allora, oggi viviamo in un contesto sociale e politico in cui non tutti avvertono come sia destabilizzante la presenza della criminalità organizzata. Attenzione, non dico che gli strumenti adottati contro il terrorismo debbano essere impiegati anche contro le mafie, ma l’impegno del Paese dovrebbe comunque essere chiaro e determinato. Bisognerebbe fare grandi investimenti su tutto quello che anche sul piano culturale può determinare una reazione contro i criminali».

Molti però hanno paura di esporsi.
«La lezione che abbiamo avuto dall’antiracket sembra scemata: bisognerebbe che ci fosse una folla di persone pronte a scendere in campo. Bisogna far si che non ci siano individui isolati che collaborano, ma dovrebbe esserci una comunità, quella della legalità, che si batte contro la comunità di chi vuole schiacciarla».

Il riconoscimento di vittima innocente molte volte tarda e le famiglie ne soffrono. Perché accade?
«Ci troviamo davanti a una grande contraddizione. l’Europa ci ha già richiamato perché l’Italia non risarcisce il danno a tutte le vittime della criminalità, ma solo a quelle della criminalità organizzata e questo crea situazioni difficilissime. Basti pensate che ci sono familiari delle vittime alle quali dobbiamo fornire (attraverso la Caritas o la fondazione Polis) il pacco dei viveri o i soldi per l’iscrizione a scuola dei figli. E non solo: alcuni familiari delle vittime della camorra che vengono riconosciute come tali dallo Stato, insieme alla fondazione Polis, destinano ogni anno una quota per le borse di studio alle vittime della criminalità comune. E comunque ottenere il riconoscimento di vittima delle mafie è difficilissimo: bisogna verificare che non ci siano parenti invischiati con i clan fino al settimo grado. Qualche anno fa, quando un ministro si accorse dell’esagerata attenzione che lo Stato rivolge alle vittime anziché ai carnefici, tentò di verificare il proprio albero genealogico senza riuscirci. Disse: è un assurdo. Il ministro è passato, la legge è ancora intatta nella sua ingiustizia e frustrazione che determina tra i familiari. C’è il rischio che qualcuno possa dire: “beato te che sei stato colpito dalla camorra, otterrai almeno un aiuto, mentre chi viene ucciso dalla criminalità comune non è per nulla considerato”. È il colmo, bisogna avere “fortuna” anche quando si viene ammazzati».

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