Don Ciotti e Libera chiedono la riapertura delle indagini sull’assassinio di Don Cesare Boschin. Per noi è assassinio di camorra e mettiamo sotto processo chi avrebbe dovuto all’epoca indagare e non ha indagato

Martedì 3 novembre, alle ore 17,30 il fondatore di Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie) Don Luigi Ciotti sarà a Borgo Montello, nella sala parrocchiale, per incontrare la comunità locale e per un breve ricordo di Don Cesare Boschin, il parroco assassinato nella canonica della parrocchia nel 1995.

Don Luigi Ciotti ha parlato agli stati generali dell’Antimafia, lo scorso 23 ottobre a Roma, della vicenda di Don Boschin e più in generale della situazione del basso Lazio,alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, alla presenza del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e delle massime autorità politiche regionali e nazionali. Alle ore 18,00 Don Luigi sarà ospite del campo Rom di Al Karama a Borgo Montello per la festa dei bambini. Alle ore 19,00 il presidente nazionale di LIBERA sarà a Terracina per incontrare i giovani presso la sala riunione della cattedrale. Seguirà un incontro con gli operatori economici.

Don Cesare e la quinta mafia: le ipotesi di “Libera”. Il problema è che don Cesare sapeva tutto. Arrivato a Borgo Montello, frazione di Latina, negli anni cinquanta dal Veneto, era un prete di quelli che scambiano la strada per la chiesa e nella strada trovano le omelie più giuste per la domenica. Per questo, perché glielo diceva la strada, don Cesare Boschin pochi giorni prima del 30 marzo 1995 era andato a trovare il capitano dei carabinieri. E avevano parlato a lungo delle cose strane che stavano accadendo intorno e accanto alla discarica: carichi notturni, via vai di camion, cattivi odori. Troppo tardi. O troppo presto. Perché la mattina del 30 marzo 1995 don Cesare, 81 anni, fu trovato nel suo letto in canonica massacrato di botte, incaprettato, il cerotto sulla bocca. Un assassinio di violenza inaudita liquidato lì per lì come una rapina di balordi, forse polacchi. Poi soffiò la calunnia, «una vendetta maturata in ambienti gay»:  fa così la mafia quando vuol confondere le idee e depistare. Di quella storia, infatti, per anni non si è saputo più nulla a parte qualche temerario locale come Elvio Di Cesare, presidente dell’associazione Caponnetto-Lazio, che ha continuato a cercare e scavare. Oggi la morte di don Cesare Boschin diventa un capitolo della complessa vicenda delle infiltrazioni di mafia nel sud del Lazio. Don Ciotti e Libera chiedono la riapertura dell’inchiesta collegandola «a una vendetta da parte delle ecomafie». Scrivono i pmdella Dda di Roma Diana De Martino e Francesco Curcio, titolari delle inchieste Damasco 1 e 2 che hanno portato in carcere mezza amministrazione comunale di Fondi con l’accusa di essere collusa con gli interessi delle ‘ndrine calabresi e dei clan di camorra attivi nell’Agro Pontino: «Nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto (Latina ndr.) rubricando la massa dei fatti oggetto di indagine – in realtà di stampo mafioso – in fatti di criminalità comune». Quattordici anni dopo il dossier di don Cesare torna nell’agenda della cronaca. L’associazione «Articolo 21» – ospite della giornata della legalità organizzata ieri dal Pd nella piazza di Fondi, comune infiltrato che il governo non vuole sciogliere – ha ricordato come già nel 1996 Carmine Schiavone, cassiere dei cartelli casalesi, avesse spiegato gli interessi dei clan di camorra e delle ‘ndrine calabresi sul basso Lazio, droga, rifiuti, appalti, la politica. Schiavone raccontò la spartizione degli affari città per città. A Fondi c’erano i Tripodo, delle nota famiglia di ‘ndrangheta: «Si occupavano di stupefacenti, noi gli davamo dai 15 ai 30 kg al mese di cocaina». I fratelli Tripodo sono i protagonisti delle inchieste Damasco e la chiave per capire la capacità di infiltrazione della mafia nel territorio dell’Agro Pontino. E si torna a don Cesare, alle ecomafie e al movente del suo assassinio. Don Cesare sapeva che in quei mesi del ’95 nella discarica di Borgo Montello arrivavano di notte camion carichi di fusti di rifiuti. Glielo dicevano le persone che incontrava per strada. Glielo dicevano le mamme i cui figli guadagnavano «500 mila lire a viaggio». Da dove? Allora navigavano lungo le coste italiane navi zeppe di rifiuti tossici. Non le voleva nessuno, per un po’ furono ormeggiate a Livorno. Solo anni dopo furono trovate bolle che testimoniavano che quei camion si muovevano lungo la tratta Livorno-BorgoMontello-Caserta. Solo oggi la Regione Lazio ha dato ordine di verificare cosa c’è sotto «S-zero», la parte dismessa della discarica di Borgo Montello. L’Arpa ha sentenziato in questi giorni: ci sono fusti tossici, a centinaia. Quelli di cui parlava don Cesare con il capitano dei carabinieri pochi giorni prima di morire

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