Discarica di Montello: mezzo secolo di fatti e misfatti tra veleni e camorra

Affari indicibili compiuti da malavitosi e imprenditori spregiudicati. Alcuni fatti di nascosto, tenuti segreti per lunghi anni, e altri addirittura autorizzati dalle istituzioni. Veleni buttati a fiumi nel sottosuolo, danneggiando l’ambiente e la salute dei cittadini. Montagne di denaro legato all’ecobusiness, per cui più volte è stato avanzato anche il sospetto che siano alla base di un omicidio, quello del parroco del posto. Mafie e coperture politiche. Pochissime voci pronte a denunciare e a raccontare quello che i più hanno preferito restasse sotto silenzio. Ancor più rare le indagini e in larghissima parte finite con archiviazioni. Questo e molto altro ancora sono da decenni Borgo Montello e la discarica con cui viene ormai associato il nome di quel lembo di agro pontino, la quarta più grande d’Italia. Una realtà inquietante che, nell’ultimo mezzo secolo, ha visto i più scegliere di voltare le spalle e far finta di non vedere e non sapere. Un buco nero. A mettere in fila le tessere sparse di un puzzle oscuro, cercando di scrivere una storia completa della monnezza che ha devastato quell’area e a portare anche alcuni elementi nuovi per meglio comprendere quanto accaduto, è stata la commissione parlamentare contro le ecomafie. Un organismo presieduto dall’onorevole Alessandro Bratti, che solo di recente ha ceduto il testimone alla collega Chiara Braga. L’ennesimo documento-choc su Montello, forse il più completo sinora redatto, che come troppe volte è accaduto in passato è stato sostanzialmente ignorato dalle cronache e su cui nessuno ha aperto un serio dibattito. Nonostante nella relazione sul ciclo dei rifiuti di Roma Capitale e i fenomeni illeciti nel territorio del Lazio, approvata dalla commissione parlamentare d’inchiesta il 20 dicembre scorso, l’unica chiara e pesante traccia di mafie nell’ecobusiness della regione sia stata trovata proprio a Borgo Montello.

Gli affari legati alla monnezza nella zona sono iniziati attorno al 1971 e sono andati avanti fino ad oggi, con la discarica ferma, almeno al momento, essendo esauriti gli spazi sinora autorizzati per smaltire rifiuti, dopo che lì sono finiti, secondo le stime fatte, oltre sei milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani.Un sito attualmente gestito da due società, la Indeco, del gruppo Green Holding di Milano, destinataria di un recente sequestro con l’accusa di aver abbancato più rifiuti di quelli per cui era autorizzata, e la Ecoambiente, le cui quote sono parte della Latina Ambiente – società mista composta dal Comune di Latina e dal gruppo Colucci, fallita e sostituita dalla giunta di Damiano Coletta con la ABC – e parte delle società di Manlio Cerroni, a lungo monopolista di tale business nella capitale, tanto da essere definito l’ottavo re di Roma, e che la Dda ritiene aver dettato legge nel Lazio grazie a numerose complicità anche all’interno delle istituzioni. “La storia della discarica – scrivono i commissari – è complessa e, per molti aspetti, ancora nebulosa”. Vi “aleggia da anni il sospetto di un utilizzo illecito per lo sversamento di rifiuti industriali pericolosi, sotto forma di fusti o di fanghi”. “Lo stesso collaboratore di giustizia Carmine Schiavone – proseguono – ha parlato di collegamenti tra il clan dei Casalesi e la discarica di Latina, indicando – nel 1996 a sommarie informazioni e poi, poco prima della sua morte, in interviste a diverse testate giornalistiche – nomi e circostanze riconducibili a sversamenti illeciti di rifiuti nell’area della discarica”.

ISTITUZIONI ASSENTI

I commissari, indagando sulla discarica pontina, hanno appurato che sulla presenza di rifiuti industriali, aspetto di grande importanza anche ai fini della bonifica, non vi sono stati nel tempo “approfondimenti istituzionali”. Insomma nessuno se ne è curato più di tanto. Ancor più chiaramente: “La Regione Lazio, interpellata sul punto, non ha fornito elementi conoscitivi, evidenziando una lacuna istruttoria”. La dirigente regionale Flaminia Tosini, interpellata sul punto, ha risposto: “Sulla questione dell’interramento di rifiuti industriali a Borgo Montello non ne so nulla”. La stessa Regione che sta valutando se autorizzare ampliamenti della discarica chiesti da Indeco ed Ecoambiente. Ma “dalle indagini e acquisizioni della Commissione” è emerso che in quell’area “sono stati stoccati – extra ordinem e, in alcuni casi, illegalmente – rifiuti speciali pericolosi, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90”. “Questo elemento conoscitivo – specificano i commissari – che ha visto un importante sforzo investigativo da parte della commissione, conferma quanto da sempre sostenuto dalla popolazione locale, allarmata da voci, confidenze e notizie giornalistiche”. La conferma alle denunce di quanti venivano indicati come mitomani, cacciatori di scoop fasulli, malati di protagonismo. I tanti non so della Regione e dell’Arpa Lazio, per la Commissione, sono gravi considerando che, se può essere giustificabile sul versante dei presunti sversamenti illeciti, quelli compiuti dalla malavita organizzata, “meno comprensibile è la mancata analisi della documentazione autorizzativa della stessa Regione Lazio. Tra il 1990 e il 1993 fu infatti la stessa Regione ad autorizzare – con un provvedimento decisamente atipico, come vedremo – lo stoccaggio di rifiuti speciali anche pericolosi all’interno di un invaso del sito di Borgo Montello. Quell’atto, tra l’altro, diede origine ad un lungo contenzioso amministrativo e a un processo penale connotato da una condanna in primo grado dell’allora responsabile della gestione Adriano Musso”.

I VELENI

La Commissione presieduta dall’onorevole Braga specifica anche le zone dove sarebbero sepolti i veleni. Una sarebbe la cosiddetta 2 B, come emerso nel processo di primo grado nei confronti di Adriano Musso, amministratore della società Ecotecna, che gestiva l’invaso. E a peggiorare le cose viene messo nero su bianco su un atto parlamentare quanto più volte inchieste giornalistiche avevano evidenziato: l’inquietante carico inquinante è finito nel sottosuolo con l’avallo delle istituzioni. “Si tratta – si legge nella relazione – di un caso particolarmente significativo e grave, anche dal punto di vista ambientale. La zona dello sversamento, infatti, era già stata definita all’epoca come non idonea dal punto di vista geologico per la realizzazione di una discarica per rifiuti pericolosi (secondo la normativa dell’epoca, il decreto del Presidente della Repubblica n. 915 del 1982). La Regione Lazio, attraverso una semplice ordinanza, permise lo stoccaggio dei rifiuti industriali, indicando il sito come “temporaneo”. Non vi è agli atti – viene evidenziato – nessun elemento che possa indicare il successivo trasporto di quei rifiuti in altro luogo”. Veleni dunque ancora presenti nel sottosuolo. “Anzi – si legge sempre nella relazione – le motivazioni della citata sentenza indicano il contrario”. Ma poi la successiva sentenza di appello ha revocato l’ordine di bonifica e ripristino dei luoghi che i giudici di primo grado avevano imposto. “Nessun elemento – scrivono i commissari – che possa far immaginare un successivo intervento di bonifica è stato presentato alla commissione o ritrovato nella copiosa documentazione acquisita. Si deve, dunque, dedurre che quei rifiuti pericolosi di origine industriale siano ancora interrati nel primo strato dell’invaso “2B” (area gestita attualmente dalla società Indeco), poi ricoperta negli anni da altre discariche per rifiuti solidi urbani. Questo elemento – sottolineano – dovrebbe essere accuratamente analizzato per capire quale impatto sulle matrici ambientali vi possa essere, considerando anche il tempo trascorso e la già grave situazione della sottostante falda acquifera”. Una bomba per l’ambiente e per la salute, che non si sa quali danni ha fatto e quanti potrà farne in futuro. La Commissione sostiene quindi che vi sono “tanti elementi concordanti tra di loro, che portano a ritenere altamente probabile, se non sicura, la presenza di rifiuti industriali anche nella zona della discarica a cavallo tra gli invasi S3-S1”, un’area attualmente gestita da Ecoambiente. Una vicenda su cui nel 2013 ha indagato la squadra mobile di Latina e per cui diversi testimoni sono stati sentiti direttamente dalla Commissione parlamentare contro le ecomafie: “Uno dei testimoni ascoltati a sommarie informazioni dalla Commissione ha lavorato per lungo periodo all’interno della discarica (tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90) e, dunque, è stato protagonista diretto dei fatti narrati. Questo stesso testimone lavora ancora oggi nel settore dei rifiuti speciali ed è in possesso delle certificazioni necessarie per operare nel campo. Ha, dunque, il necessario know-how per poter fornire informazioni precise. Secondo la sua testimonianza durante il periodo di gestione della discarica da parte della società Pro.Chi arrivavano in media 300-400 fusti al mese. Si può, dunque, facilmente stimare in diverse migliaia i fusti di rifiuti industriali probabilmente interrati in quell’area”. I commissari specificano poi che “l’area indicata dai testimoni si trova all’interno della zona utilizzata fin dal 2000 dalla Ecoambiente per lo smaltimento di rifiuti solidi urbani. Nel 1998 la società aveva presentato un progetto di messa in sicurezza che escludeva la presenza di rifiuti pericolosi, realizzando un sistema di barramento idraulico con un polder. Tale soluzione, però, è stata ritenuta non idonea da due perizie disposte dalla procura e dal gup del tribunale di Latina, che hanno deciso di rinviare a giudizio gli amministratori della società, oggi imputati per avvelenamento delle acque”. Un processo quest’ultimo ancora in corso.

LA CACCIA AL CIMITERO DEI RIFIUTI

All’inizio degli anni ‘90 il comune di Latina affidò all’Enea uno studio finalizzato alla “Individuazione dei siti idonei ad ospitare gli impianti di smaltimento dei rifiuti”. Lo stesso ente nel 1995 chiese poi un secondo studio al gruppo di lavoro Enea, Unichim, Centro comune di ricerca (CCR) di Ispra, per la caratterizzazione e bonifica del sito di Borgo Montello, già in uso fin dai primi anni ’70. Si tratta del primo monitoraggio di un qualche rilievo effettuato sull’area e volto alla bonifica dei siti S1, S2 e S3. Studi che rientravano in un piano generale di analisi dello stato della discarica di Borgo Montello. Lo studio, concluso nel 1998, si scontrò con alcune difficoltà per la ricostruzione storica degli abbancamenti dei rifiuti all’interno dei tre siti. Si legge nel report del giugno 1998: “L’ultima società (Ecomont) che ha gestito in ordine di tempo le discariche S1 S2 e S3 ha dichiarato fallimento e quindi non è stato possibile rintracciare la documentazione necessaria per ricostruire con esattezza la memoria storica relativa alla gestione della discarica”. Ancora: “Non risulta che negli anni di coltivazione delle discariche ora dismesse siano stati fatti esposti o denunce in grado di evidenziare lo smaltimento di sostanze pericolose all’interno dell’area, in settori non autorizzati a ricevere tale tipologia di rifiuti”. Ma non è così. Nel 1996 erano già state raccolte le dichiarazioni-choc di Schiavone e nella prima metà degli anni ’90 era stato indagato e poi condannato Adriano Musso, presidente del CdA della Ecotecna dal 1990 al 1996, accusato di aver sversato a Montello rifiuti anche pericolosi; una vicenda per cui in appello scattò la prescrizione. Lo studio commissionato dal Comune si concentrò sul sito S0, attivo tra il 1971 e il 1986, e attraverso un rilievo geomagnetico vennero individuate tre anomalie poste a poca distanza dal fiume Astura, corrispondenti a masse metalliche. Solo negli 2000 verranno effettuati degli scavi per studiare l’origine delle anomalie, che fecero concludere le istituzioni per l’inesistenza di interramenti di rifiuti tossici. Un secondo studio sullo stato dei siti S1, S2 ed S3 è del 1998 ed è il “Progetto per la bonifica degli invasi S1, S2 e S3 in località Borgo Montello”, commissionato dalla società Ecoambiente e firmato dal professor Gian Mario Baruchello, finalizzato alla proposta di bonifica dell’area per la successiva utilizzazione degli invasi come impianto di discarica per rifiuti solidi urbani. A pagina 45 del documento si legge: “Prendendo atto di quanto affermato nello studio Enea in merito alla tipologia dei rifiuti abbancati, in relazione alla data di entrata in funzione degli invasi, successiva all’emanazione del DPR 915/82, si può ipotizzare con una certa sicurezza che ci si trovi in presenza di rifiuti urbani o a questi assimilati, nonché di rifiuti smaltibili in discarica di prima categoria come i fanghi prodotti da impianti di depurazione di liquami civili”. Dunque in quel periodo nessun approfondimento sull’eventuale presenza di rifiuti pericolosi di origine industriale in S1, S2 ed S3. E nessun accertamento sull’S4 gestito da Indeco e il B2. Nessuna verifica in tal senso anche negli studi portati avanti a partire dal 2000 dall’Arpa e dall’Ispra. Il responsabile rifiuti e bonifiche dell’Arpa sezione di Latina, Dino Chiarucci, sentito a sommarie informazioni dalla squadra mobile di Latina l’11 novembre 2013, ha dichiarato: “Il meccanismo dell’inquinamento è derivante da rifiuti solidi perché parto dall’assunto che questa discarica è stata adibita a rifiuti solidi urbani”. Dunque chi ha indagato non si è posto neppure il dubbio che oltre alla comune monnezza a Montello potesse essere finito dell’altro, nonostante il dibattito sul tema in corso ormai da lunghissimo tempo. Attività criticate anche dal perito nominato dal gup nel procedimento che ha portato al processo di tre manager di Ecoambiente, per inquinamento della falda acquifera. Nella perizia stilata Tommaso Munari stigmatizza la “fragilità dei controlli pubblici realizzati nell’area interessata dal polder realizzato all’inizio degli anni 2000, unica opera di intervento ambientale rilevante – almeno dal punto di vista economico – nei quarant’anni di funzionamento ininterrotto della discarica di Borgo Montello”. “Anche in relazione alla singolarità della quantità/qualità del percolato – scrive – non appare che gli enti di controllo abbiano posto la necessaria attenzione al monitoraggio del livello della falda all’interno ed all’esterno del diaframma in relazione alle fluttuazioni della stessa o, molto più semplicemente, alla verifica dell’esistenza di un emungimento delle acque sotterranei dai pozzi spia, nominalmente di monitoraggio, realizzati all’interno della “barriera impermeabile”, circostanza invece pacificamente emersa durante le attività di campo svolte dallo scrivente, e che avrebbe dovuto essere riscontrata anche dai controllori, osservando lo stabile posizionamento di una pompa fissa, in ogni pozzo spia interno, destinata all’emungimento delle acque sotterranee”. La perizia auspica quindi “l’effettiva realizzazione delle opere funzionali”, “le verifiche previste dagli atti autorizzativi” e lo “svolgimento di attività di monitoraggio efficaci, e non solo formali”.

I TENTACOLI DEI CASALESI

A fare affari interrando carichi di veleni a Montello, come in molte zone della Campania, sarebbero stati i Casalesi. Se ne discute da tempo e lo ha denunciato più volte, prima di morire, il pentito Carmine Schiavone, all’epoca cassiere del clan di Casal di Principe. La camorra casertana nell’agro pontino avrebbe però fatto anche di più. Non si sarebbe limitata ad accumulare un po’ di denaro con un cimitero improvvisato di inquinanti, ma avrebbe adottato una precisa strategia di lungo periodo, acquistando terreni attorno alla discarica che al momento giusto sono stati venduti alla Indeco. Un business portato avanti insediando nel borgo, a partire dal 1988-89, un loro uomo, con la scusa di gestire una masseria, Michele Coppola, detto ‘o Zannuto.Un’operazione ricostruita dalla Commissione presieduta dall’onorevole Braga. Coppola, nel dicembre del 1995, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Spartacus”, il procedimento che ha acceso un faro sul clan dei Casalesi e fatto conoscere agli italiani fatti e misfatti dell’organizzazione criminale. “Sentenze successive, relative ad altri procedimenti – specificano i commissari relativamente a Coppola – passate in giudicato, hanno dimostrato la sua appartenenza al clan”. Di più: “Nel corso dell’inchiesta condotta da questa Commissione sul sito di Borgo Montello sono emersi dettagli significativi rispetto ai contatti stretti tra Coppola e lavoratori della discarica (uno dei testimoni ha raccontato di essere andato a Casal di Principe, dove avrebbe incontrato anche Carmine Schiavone, prima dell’inizio della sua collaborazione, quando, dunque, era pienamente operativo all’interno del clan, in posizione apicale), alcune testimonianze de relato hanno poi indicato punti di contatto tra Coppola ed esponenti politici e delle forze di polizia locali, che destano preoccupazione”. “Dalle informazioni contenute negli archivi della polizia giudiziaria – si legge nella relazione – Coppola ha detenuto fin dagli anni ’80 una importante quantità di armi, anche automatiche. Circostanza che conferma quanto riferito da testimoni locali, che hanno parlato di numerose armi detenute e mostrate dal Coppola”. Già nel 1996 e nel 1997, ascoltato dagli investigatori impegnati nell’inchiesta “Spartacus” e poi dalla Commissione contro le ecomafie, Carmine Schiavone parlò anche del business legato a Montello: “Dopo la guerra del 1988 contro i Bardellino, arrivammo noi [ovvero la famiglia Schiavone]. Io e mio cugino avevamo comprato un’azienda, che mi sono fatto sequestrare perché era “sporca”, proprio nella zona di Latina”. Ancora: “Proprio a Latina il mio gruppo ha realizzato un investimento di notevole entità in un’azienda agricola a Borgo Montello, ora non so se sottoposta a sequestro, costata alle casse del clan circa tre miliardi, comprensivi dei lavori fatti nei vigneti e nelle altre colture. L’azienda agricola acquistata qui a Borgo Montello, di cui ho già parlato, era intestata a mio cugino Antonio Schiavone fu Giovanni, persona incensurata ed alla quale mi rivolsi io per chiedere di intestarsi il bene che comunque consideravo mio e di mio cugino Sandokan. So che dopo il mio pentimento il gruppo ha minacciato Antonio Schiavone che fu costretto a cedere la proprietà alla società dei Coppola, denominata Enogea. Tali Coppola, cognati di Walter Schiavone, fratello di Sandokan, erano in realtà i fattori. In effetti il fattore era Michele Coppola, da me e da Sandokan sistemato qui a Latina in quanto si era sposato e non aveva una casa. Lo piazzammo lì e gli passavamo anche tre milioni al mese dalla cassa del clan poiché l’azienda non rendeva ancora. Antonio Coppola, fratello di Michele, era rimasto a Casale, dove aveva un’impresa e, fino a quando non ho deciso di collaborare, non si occupava dell’azienda di Latina”. Una proprietà posta a fianco di quella dove dal 1972 venivano ammassati i primi rifiuti. Sempre Schiavone: “Mi diceva Salzillo, ai tempi in cui faceva ancora parte del nostro gruppo, che lui operava con la discarica di Borgo Montello. Da tale struttura lui prendeva una percentuale sui rifiuti smaltiti lecitamente ed in tale struttura lui faceva occultare bidoni di rifiuti tossico o nocivi per ognuno dei quali mi diceva di prendere 500 mila lire”.

L’OMICIDIO DI DON BOSCHIN

L’uccisione del parroco di Borgo Montello, don Cesare Boschin, è una vicenda su cui non è mai stata fatta luce. Dubbi tanti, a partire da quelli su un delitto compiuto per far tacere il parroco sugli affari della discarica che aveva scoperto, ma nessuna certezza. Nessun responsabile. L’anziano parroco venne ucciso nella canonica tra il 29 e il 30 marzo 1995 e il corpo senza vita venne scoperto attorno alle 9 del mattino dalla perpetua, Franca Rosato. Una morte per soffocamento che si ipotizzò fosse stato il triste epilogo di una rapina. A indagare furono subito i carabinieri di Borgo Podgora e del Norm di Latina, ma senza ottenere grandi risultati e il sostituto procuratore Barbara Callari già il 21 ottobre 1995 chiese l’archiviazione dell’inchiesta, disposta il successivo 22 dicembre dal gip. Un omicidio archiviato incredibilmente in appena nove mesi senza trovare un responsabile. Inutili anche le indagini compiute l’anno successivo dalla squadra mobile di Latina. Le indagini, su richiesta prima dei Carabinieri e poi della Mobile, vennero riaperte il 1 marzo 1996 e il 2 maggio vennero indagati un sacerdote di nazionalità colombiana e un cittadino di nazionalità polacca. L’8 luglio l’inchiesta passò nelle mani del sostituto procuratore Pietro Allotta, che chiese di nuovo l’archiviazione il 2 novembre 1999, disposta dal gip il 9 gennaio 2001. Nel 1995 i carabinieri seguirono la pista del delitto derivato da un tentativo di rapina o da contrasti economici, per presunti prestiti effettuati dal parroco. Vennero ascoltati a sommarie informazioni diversi abitanti della zona, alcuni tossicodipendenti o qualche soggetto noto per reati minori. Non venne iscritto nessuno nel registro degli indagati e, specificano i commissari, “particolarmente attivo in questa fase era il maresciallo della stazione carabinieri di Borgo Pogdora, Antonio Menchella”. Nella seconda fase delle indagini, a partire dal febbraio 1996, gli investigatori si concentrarono invece su un cittadino polacco senza fissa dimora, che aveva abbandonato la zona di Latina il 30 marzo 1995, nelle prime ore della mattina, e su un sacerdote colombiano, legato a don Boschin da stretti rapporti, pare anche di natura economica, in quanto si ipotizzò avesse ricevuto un prestito dall’anziano parroco, ritenuto inizialmente legato ad una famiglia di narcotrafficanti di Medellin, “ipotesi – si legge nella relazione – poi caduta a seguito di specifica ricerca informativa, che diede risultato negativo”. I commissari evidenziano quindi che, “per quanto riguarda il movente è da notare che nulla di valore venne sottratto al parroco: al polso aveva un orologio, nel portafogli circa 600mila lire e altri oggetti (anche preziosi) nella canonica. L’ipotesi, dunque, di un omicidio come conseguenza di una rapina sembra non avere nessun fondamento negli elementi oggettivi desumibili dagli atti delle indagini; dai quali non emergono particolari approfondimenti rispetto ad altre ipotesi investigative”. Ucciso dunque per farlo tacere sull’ecobusiness? “Rispetto al possibile legame dell’omicidio Boschin con la discarica di Borgo Montello nel fascicolo sono reperibili pochi elementi. Il principale riguarda la deposizione di un agricoltore residente nella zona, ex seminarista, vicino a don Cesare Boschin, Claudio Gatto, che dichiarò agli investigatori: “Ricordo infatti che una volta, circa sei-sette anni fa, don Cesare, nel narrarmi di persone dirigenti della discarica che si erano resi disponibili alla riparazione del tetto della chiesa, probabilmente per accattivarsi la sua simpatia in considerazione che la discarica non era e non è ben vista dagli abitanti del luogo e da don Cesare in particolare, questi rispose che “con i soldi miei la chiesa posso rifarla dalla prima pietra”. Ascoltato dal sostituto procuratore Callari il 29 aprile 1995, Gatto disse: “Confermo quanto dichiarato ai CC; voglio precisare che la figura di don Cesare – che negli ultimi due anni effettivamente si era ritirato quasi completamente a vita privata – conservava comunque una grande importanza nel borgo; ciò in quanto da una parte costituiva la memoria vivente della popolazione del borgo e dall’altra negli anni passati aveva di fatto partecipato alla vita del luogo; intendo riferirmi in particolare alle vicende che hanno riguardato la discarica negli anni passati ed attualmente la realizzazione dell’inceneritore. In proposito posso aggiungere che negli anni passati don Cesare aveva manifestato chiaramente la sua opposizione alla realizzazione della discarica in ciò sostenendo quel comitato di cittadini che io con altri del borgo avevamo fondato; in particolare mi riferisco al comitato per la tutela ambientale del quale io faccio parte così come Solazzi Loreto, Menegatti Rolando, Favoriti Vittorio – attuale presidente della circoscrizione – Gomiero Valerio, Paolo Bortoletto e svariati altri”. Sempre i commissari sottolineano però che “queste dichiarazioni non vennero approfondite nel corso delle indagini”. La Commissione sostiene così che “l’inchiesta appare per alcuni aspetti lacunosa. Nel fascicolo non sono presenti attività tecniche o analisi di tabulati telefonici (ad esempio una analisi del traffico telefonico di don Cesare Boschin avrebbe potuto fornire indicazioni importanti) e le indicazioni, anche se parziali, fornite da alcuni testimoni su una eventuale pista investigativa riconducibile ai traffici illeciti di rifiuti non venne seguita fino in fondo. A distanza di oltre due decenni dai fatti appare oggi difficile riuscire a ricostruire gli eventi. La figura di don Cesare Boschin, in ogni caso, è nel tempo divenuta una icona della lotta alla criminalità mafiosa. Dunque sarebbe in ogni caso auspicabile riconsiderare quelle indagini, chiuse dall’autorità giudiziaria, per tentare di ricostruire almeno il contesto, ascoltando anche i tanti collaboratori di giustizia che hanno già illustrato fatti relativi al sud del Lazio”. E un particolare che forse è sfuggito alla Commissione è che da tempo l’inchiesta è stata riaperta ed è condotta, con grande riserbo, dal sostituto procuratore Simona Gentile.

LA PIAGA S0

I primi rifiuti a Borgo Montello sono stati interrati nel cosiddetto sito S0, senza alcuna protezione, lo stesso in cui vennero poi cercati i rifiuti tossici senza trovarne traccia, nell’ambito di una discussa operazione portata avanti dalla Regione Lazio. A descrivere il disastro di quel sito, davanti alla Commissione, è stato il manager di Ecoambiente, Stefano Gori: “La discarica di Borgo Montello nasce orientativamente – non si ha certezza matematica – nel 1971, quando alcuni privati cominciano a sversare nell’area, quella che oggi è la discarica di Borgo Montello, dei rifiuti. Da quel momento nasce il sito, che viene identificato oggi ed è purtroppo conosciuto da tutti come S0 […] Questo sito a ridosso del fiume Astura veniva usato bellamente per ricevere rifiuti dall’alto. Era un dirupo: entravano i camion in retromarcia e sversavano rifiuti verso il fiume, questo all’inizio degli anni Settanta, senza nessun tipo di protezione, né superficiale né di altro tipo. Questo andò avanti fino a 1986, anno di chiusura del sito S0. Questa S0 è stata gestita da privati, ma negli ultimi anni, come vi ha anche detto nell’audizione del 13 ottobre scorso il rappresentante dell’ARPA, direttamente dal Comune di Latina. Nel 1986, questo sito chiude. Perché sottolineo queste date? Ecoambiente diventa operativa all’interno del sito di Borgo Montello nel 2000 e viene costituita nel 1998 a seguito di una sorta di disastro ambientale che si verifica nel 1997, quando il gestore dell’allora sito di Borgo Montello fallisce (fallimento Ecomont, ben conosciuto) e di fatto abbandona l’area. Di questo ci si accorge forse un po’ in ritardo e dopo qualche settimana, anche dopo qualche mese, si aprono i cancelli con le cesoie, si rompono proprio le catene – lì era chiuso – e si trova la situazione che vedete nelle carte che vi abbiamo distribuito, nell’ultimo foglio. L’ultimo foglio che vedete sono le foto, le immagini del sito di Borgo Montello in quella data, nel 1997: invasi S1, S2, S3. Le vasche sono completamente piene di percolato, che non veniva emunto da mesi, perché tra l’altro l’ENEL aveva staccato la corrente, quindi le pompe non funzionavano più. Il percolato tracimava sui terreni circostanti e all’interno del fiume Astura. Nel 1997, trovata questa situazione, interviene immediatamente la regione Lazio con 1,5 miliardi di vecchie lire per emungere immediatamente il percolato che stava tracimando. Si fanno altri interventi nel frattempo, ma si capisce immediatamente che c’è una situazione veramente di disastro e si calcola che l’intervento supera i 10 miliardi delle vecchie lire. Non essendoci più riferimenti perché la Ecomont era fallita, la cosa andava in capo al Comune di Latina, l’ente territoriale di riferimento. In quel momento, il Comune era sull’orlo del dissesto finanziario per altre vicende. Su iniziativa del Comune nasce Ecoambiente. Tramite la propria controllata, che faceva il servizio di raccolta dei rifiuti, facendo una joint venture con un privato che si occupava di gestione di discariche, costituisce la Ecoambiente. La mission di Ecoambiente – adesso veniamo a noi – è questa: bonificate queste S1, S2, S3 […] continuare a gestire l’area; negli spazi che si trovano a seguito della bonifica, continuare a gestire ulteriori volumetrie, ma facendosi carico dei 10 miliardi di vecchie lire per rimettere in sicurezza l’area. I 10 miliardi sono diventati poi quasi 12 a carico di Ecoambiente. È stato fatto un intervento di messa in sicurezza particolarmente importante. Questa è la mission di Ecoambiente, che porta avanti dal 1998 a oggi. Ci tengo a dire che Ecoambiente oltretutto ha smaltito in quel sito 12.000, forse qualcosa di più, metri cubi di percolato. C’era, infatti, percolato da mesi e mesi che si accumulava. Da quel momento, Ecoambiente è diventata soggetto interessato dell’area, ma non responsabile, perché tutto quello che era avvenuto prima, cioè lo spargimento di percolato, la S0 senza impermeabilizzazione, erano tutti accadimenti avvenuti addirittura prima della nascita di Ecoambiente”.

LA FALDA AVVELENATA

Per l’avvelenamento della falda acquifera, un processo è ancora in corso a carico di alcuni manager di Ecoambiente. Il 15 dicembre 2014 il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina ha rinviato a giudizio Bruno Landi, che poi verrà arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Cerronopoli” e che viene indicato dall’Antimafia di Roma come il braccio destro di Manlio Cerroni, Vincenzo Rondoni e Nicola Colucci. Per gli inquirenti i tre sarebbero responsabili di non aver controllato la sicurezza dei tristemente noti invasi S0, S1, S2 ed S3, di non aver eseguito in quei siti adeguati interventi di impermeabilizzazione, causando così più volte fenomeni di fuoriuscita del percolato e inquinando così la falda acquifera. Una forma di inquinamento che continua ad essere monitorata, per cui sono state attivate attività di bonifica e che, dagli ultimi controlli, starebbe rientrando.

LA RECENTE INDAGINE DELLA MOBILE

Sui veleni di Montello di recente, nel 2013, è tornata a indagare la squadra mobile di Latina. Un’inchiesta però finita ugualmente con l’archiviazione l’anno dopo. In una prima informativa gli investigatori hanno sostenuto: “Questa Squadra Mobile ha avviato specifiche attività info-investigative da cui è scaturito che in una specifica porzione dell’area, ove insiste la discarica di Borgo Montello, che questo ufficio è in grado di raggiungere seguendo indicazioni precise, gestita attualmente dalle società Ecoambiente srl, per quanto attiene agli invasi denominati S0, S1,S2 e S3, ed Indeco srl, per l’area contrassegnata dalle sigle S4, S5, S6 e B2, sono stati interrati, tra il 1987 ed il 1990, rifiuti altamente pericolosi, tali da inquinare le falde acquifere”. Accertamento che ipotizza anche delle chiare responsabilità: “L’interramento dei fusti contenti rifiuti pericolosi sarebbe avvenuto utilizzando la ditta di […], specializzata nel movimento terra. Il […] sarebbe stato ingaggiato, ricevendo per la sua opera ed il suo “silenzio” una cifra oscillante tra 60 ed 80 milioni del vecchio conio, da tale Proietto Andrea”. Andrea Proietto è stato uno dei due soci della società Pro.Chi., responsabile della gestione della discarica di Borgo Montello dall’inizio degli anni ’80 fino al 1988/1989. Ma sia Proietto che altri non sono stati indagati e l’inchiesta è stata appunto archiviata. “L’indagine condotta dalla squadra mobile di Latina – si legge nella relazione della Commissione ecomafia – ha ricostruito puntualmente una fase cruciale per la discarica di Borgo Montello, utilizzata all’inizio degli anni ’90 anche per lo stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi e – come vedremo – pericolosi. Le originarie informazioni raccolte dagli investigatori provenivano dal fascicolo d’indagine aperto nel 1992 dalla procura di Latina. Dai documenti allegati all’informativa citata è possibile ricostruire la storia del sito denominato “B2” – gestito dalla società Ecotecna – e della serie di autorizzazioni, concesse tra il 1990 e il 1991, in regime di emergenza (attraverso ordinanze del presidente della Giunta regionale), che hanno consentito lo smaltimento in discarica di rifiuti speciali, anche pericolosi. E’ bene sottolineare fin da subito che gli atti autorizzativi (le ordinanze firmate da Bruno Landi, che prima di diventare manager della Ecoambiente è stato presidente della Regione Lazio e poi dal suo successore Rodolfo Gigli ndr) si riferivano ad un “temporaneo” stoccaggio, come vedremo in dettaglio, la cui esigenza derivava da una presunta emergenza. Orbene, quei rifiuti sversati nel bacino B2 sono rimasti lì; terminata la fase di utilizzo del sito come discarica di seconda categoria B, la stessa società Ecotecna ha chiesto ed ottenuto un’autorizzazione per la realizzazione di un sito per rifiuti solidi urbani a copertura dell’invaso. Oggi l’area è dunque stratificata, con alla base l’antico sito di conferimento di rifiuti speciali, anche pericolosi”. Un cimitero di veleni autorizzato dalla Regione Lazio e mai bonificato. “Tra il 1991 e il 1993 – sostengono i commissari – si crea dunque un intreccio complesso tra ordinanze della Regione Lazio, decisioni contrastanti dei giudici amministrativi e cambi societari dei proprietari della discarica (la Guastella, che aveva concesso in affitto il ramo d’azienda alla Ecotecna, società riferibile all’epoca al gruppo Acqua dei fratelli Pisante e alla statunitense Bfi)”. La Mobile ha evidenziato: “In seguito all’adozione di detti provvedimenti da parte dei Presidenti della Giunta Regionale del Lazio (P.G.R.L.) pro tempore, il Comune di Latina ha impugnato le citate ordinanze al Tribunale Amministrativo Regionale, ottenendone l’annullamento. Ma la società gestore, e proprietaria dei terreni, della discarica, ovvero la Guastella Impianti, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato chiedendo la sospensiva della sentenza. Il supremo consesso di Giustizia Amministrativa ha concesso una proroga all’esercizio dell’impianto per rifiuti speciali, successivamente prorogato di un altro anno fino al 31.12.1992”. Cosa è finito nell’arco di due anni nel sottosuolo? Indagini sono state già compiute dalla Procura di Latina nel 1992, dopo un’informativa di reato della polizia provinciale. Ed ecco cosa scrivono i giudici nella sentenza Musso: “Nei sopralluoghi compiuti nel 1992 (dal marzo al settembre), il consulente aveva verificato che, nella predetta discarica, vi erano anche fanghi di depurazione provenienti dalla produzione di composti farmaceutici e chimici, residui di verniciatura ed altri materiali ricompresi nella categoria dei rifiuti tossico-nocivi […] Secondo il consulente, le caratteristiche di permeabilità, capacità di ritenzione e assorbimento del terreno in questione non erano tali da preservare le acque superficiali e di falda, condizione per lo smaltimento di rifiuti tossico-nocivi”. Una bomba ambientale nota dunque già ben 26 anni fa. Ed ecco i veleni individuati nel 1992 dai consulenti della magistratura: “Fango di depurazione reflui nella produzione di sapone e detergenti sintetici. Produttore Colgate Palmolive di Anzio; Fango inorganico da impianto di depurazione dei reflui nella produzione e prima trasformazione dei metalli non ferrosi. Produttore Tubettificio europeo Spa di Anzio; Scorie metalliche sottoposte a lavaggio. Produttore Consortium di Ferentino; Materiale eternit proveniente dalla demolizione di tettoie raccolte presso lo stabilimento IRBI di Pomezia; Fango originato da impianto di depurazione per rifiuti organici servizi igienici, residui di fermentazione terreni produzione antibiotici. Provenienza IRFI di Ferentino; Fango da depurazione in processo di materie prime per la produzione di saponi e detergenti, indicato come “tripolifosfato di sodio su pallets”. Società Gezia navigazione spa, Anzio Padiglione; Fango di depurazione biologica prodotto in Cantina Produttori Frascati a Vermicino (Roma); “Polvere” ottenuta in impianto di depurazione delle acque reflue di processo di zincatura, fango secco trattato con fitopressa. Stabilimento Pisanti srl di Pomezia; Fango da depurazione, definito di natura organica, originato dalla depurazione delle acque reflue, processo con detergenti e saponi liquidi. Impianto Novembal di Sezze; Morchie di cabina di verniciatura. Società Devoto Claudio di Cisterna di Latina; Fango da depurazione di acque provenienti dal depuratore Consorzio per il nucleo di industrializzazione di Rieti – Cittadella; Scarti di pulizia, materiale disomogeneo di carta, plastica, vetro, polistirolo. Sigma Tau, Pomezia; Fanghi biologici stabilizzati, palabili. Impianto di depurazione a fanghi attivi per le acque dei servizi, cucine e “altro”. Biosint, Sermoneta; Terriccio e sansa proveniente dalla pulizia dei luoghi di stoccaggio della Pasqualini spa, Cisterna di Latina; Fango industriale da cartiera. Cartiera di Subiaco; Fango filtro-pressato ottenuto nella depurazione dei reflui dalla produzione bibite. Terme di Recoaro, Castrocielo (Frosinone); Polietilene, carta, plastica sporca, pittura a fase acrilica indurita derivanti da ex imballi. Rover colori e vernici, Aprilia; Fango di natura prevalentemente organica da depurazione acque reflue da lavorazione dell’orzo. Orzo Saplo, Pomezia; Eternit obsoleto, disomogeneo, da demolizione tettoie. Ditta di produzione farmaceutici di Roma (nome non comprensibile sulla copia della perizia); Fango originato da produzione alimentare. Ica foods, Pomezia; e Fango proveniente dalla depurazione di acque reflue miste. Klopman, Frosinone. In un’altra informativa, del 12 settembre 2013, la Mobile poi sostiene di aver acquisito notizie da una fonte confidenziale: “Nell’ambito della normale attività info-investigativa i verbalizzanti apprendevano riservatamente che negli anni pregressi e più esattamente a far data dall’anno 1987 al 1993 presso la discarica comunale di Borgo Montello (LT) denominata Latina Ambiente erano stati interrati numerosi fusti in metallo di cui però non sapeva indicarne il colore, contenenti materiali altamente inquinanti e nocivi per la salute pubblica, provenienti da aziende chimiche del nord d’Italia e trasportati con dei furgoni e camioncini i quali, per evitare possibili controlli da parte delle forze dell’ordine effettuavano percorsi diversi rispetto alle arterie ordinarie”. Ancora: “Nel corso del colloquio investigativo l’informatore dichiarava che uno dei due operai che si era adoperato all’interramento dei fusti in parola utilizzando delle pale meccaniche ed effettuato nelle ore notturne e lontani da sguardi indiscreti risultava essere tale […], frazione di Borgo Montello (LT) ubicata nelle immediate vicinanze della discarica. Per la sua prestazione e soprattutto per il “silenzio” avrebbe ottenuto lauti guadagni da parte di tale Proietto Andrea, titolare della società per la raccolta di rifiuti. I compensi stipulati verbalmente tra le parti, stimati attorno ai 60-80.000 milioni delle vecchie lire erano stati solo in parte erogati da parte dal Proietto Andrea. Con il passare del tempo, la circostanza relativa all’incompleto compenso stimato attorno ai 20.000 euro, faceva scaturire rabbia e rancore da parte del citato […], che finanche alla presenza di più persone lamentava l’insolvenza del Proietto Andrea. Nelle sedute intrattenute con le fonti, […], precisava che i percolati vigenti nei fusti oramai logorati dal tempo e che già all’epoca apparivano in ebollizione, stavano indubbiamente inquinando le falde acquifere sottostanti del circondario dei borghi limitrofi alla discarica [B.go Montello; B.go Le Ferriere; B.go Bainsizza e B.go Santa Maria] e che se non si fosse intervenuti con una immediata bonifica del sottosuolo si sarebbero verificati numerosi decessi, per carcinomi di ogni genere”. Tramite altre fonti, compiendo un sopralluogo nella discarica, la Mobile ha quindi individuato il luogo dove sarebbero stati interrati i veleni, che corrisponderebbe all’area compresa tra gli invasi S3 ed S1. Sempre per la squadra mobile, gli interramenti di rifiuti compiuti dalla malavita organizzata sarebbero avvenuti tra il 1988 e il 1994. “Si tratta di un momento storico chiave per la discarica – si legge nella relazione della Commissione contro le ecomafie – interessata da complessi passaggi di proprietà sia delle società che dei terreni. La parte più antica della discarica di Borgo Montello (corrispondente agli invasi S0, S1, S2 e S3) era stata inizialmente gestita dalla società Pro.Chi, riferibile alle famiglie Proietto e Chini. Successivamente, tra il 1988 e il 1989, la Pro.Chi ha venduto il terreno e l’attività alla società Guastella srl, riconducibile all’imprenditore Biagio Maruca”. Nel 1990 la Guastella si fonde poi con una seconda società, la Soregin srl, cambiando denominazione in Ecomont srl, fallita il 7 agosto 2013, che ha come soci Biagio Maruca, domiciliato a Roma, Sergio Trincia, domiciliato sempre a Roma, e Gabriella Maruca, che tra il 1991 e il 1994 gli investigatori appurano aver lavorato per Indeco, e come amministratore delegato Riccardo Maruca. Tra il 1994 e il 1996 terreni e attività vengono poi ceduti dalla Ecomont a società immobiliari che fanno capo a Giovanni De Pierro, imprenditore a cui di recente sono stati confiscati numerosi beni, tra cui quelli a Montello, nell’ambito di un procedimento per riciclaggio, e al gruppo Indeco.

LE TESTIMONIANZE CHOC

Cercando di far luce su quanto accaduto nella discarica pontina, a indagare è stata la stessa commissione parlamentare contro le ecomafie. Particolarmente significative le testimonianze raccolte da quattro testimoni, indicati nella relazione con le prime quattro lettere dell’alfabeto, a loro tutela. Il testimone A è un abitante della zona che, nel corso degli anni, ha raccolto le testimonianze di alcuni ex dipendenti e fornitori dei gestori della discarica di Borgo Montello (anni ’80 e anni ’90). E’ stato ascoltato a sommarie informazioni il 7 giugno 2016. Il teste ha riferito “che Carmine Schiavone, nel corso di una trasmissione dell’emittente “Lazio Tv”, ha riferito sulla presenza nell’area di Borgo Montello di Michele Coppola, alias “O Zannuto”; di essere stato più volte minacciato verbalmente dalla moglie di Michele Coppola; che alcuni abitanti della zona gli avevano riferito di aver visto il baule dell’automobile del Coppola “pieno di armi”; che alla fine degli anni ’90 Coppola “fece sversare numerosi autocarri con fanghi in una scarpata attigua all’azienda sequestrata allo stesso Coppola, sulla curva della strada prima dei poderi di Salvalaggio”; di essere a conoscenza, rispetto a questi fatti, di un esposto anonimo al Corpo forestale di Cisterna di Latina; di aver ascoltato, circa quattro anni prima, il teste D, riferire di interramenti di “fusti tossici”, “puntando il dito sulla predetta mappa (nel punto) dove io ho indicato una X”; di aver ricevuto conferma di tale indicazione dal teste C; di avere ricevuto alcune confidenze dal teste B. In particolare: i fusti indicati nella zona compresa tra gli invasi S1 e S3, in realtà, erano stati “sversati negli anni ’90 da autocarri di cui lui vedeva e firmava le bolle di ingresso nella discarica e mi riferiva che in realtà erano contenitori di plastica di forma cubica”; B “faceva dei viaggi fino a Treviso dove cambiavano le bolle e tornavano con lo stesso materiale per poi sversarlo a Borgo Montello o in altri posti”; B aveva rapporti “particolari” con Michele Coppola tanto da essere stato invitato a Casal di Principe; B ha riferito di cene a casa di Michele Coppola con persone che lui (Coppola) chiamava i “4 zii più importanti di Casal di Principe”, includendo tale Carmine, identificato nel collaboratore di giustizia Carmine Schiavone; in alcune occasioni avrebbero partecipato a tale cena un maresciallo dei carabinieri di Latina e un esponente politico locale. Al verbale di sommarie informazioni è allegata la mappa con l’indicazione del punto interessato dall’interramento dei fusti. Comparando la mappa fornita dal teste A con la mappa allegata all’informativa della squadra mobile di Latina si nota la coincidenza dei due punti, che distano uno dall’altro pochi metri, ambedue a cavallo tra l’invaso S3 e l’invaso S1. Da accertamenti effettuati sulle banche dati in uso alla polizia giudiziaria il teste non risulta avere precedenti giudiziari. Non risulta, inoltre, avere mai ricevuto querele per i reati di diffamazione o calunnia”. Il testimone B è stato sentito a sommarie informazioni l’8 giugno 2016 e ha riferito: “Premetto che […] ho lavorato come agricoltore presso il fondo di Chini Umberto, sito in Borgo Montello con azienda agricola in via Monfalcone 25 […]. In quegli anni in una zona avvallata del podere, verso il canale Astura, venivano sversati rifiuti urbani, provenienti perlopiù da Anzio, Nettuno, Latina e Velletri. Quando il Chini e il Proietto hanno capito che il terreno dava più denaro con i rifiuti che con la vigna, negli anni ‘80 Proietto ha liquidato Chini acquistando il podere trasformando la zona in una discarica molto più grande dove conferivano molti più rifiuti […]. Alla fine degli anni ‘80 tale Maruca Biagio acquista l’intera area liquidando Proietto con 12 miliardi delle vecchie lire. Io rimango a lavorare come sempre e vengo definito da Proietto uomo di fiducia”; Proietto all’epoca era molto amico con il senatore Calvi Maurizio. Questi veniva spesso a trovarlo e la gente diceva che grazie a questa amicizia la discarica otteneva le autorizzazioni e in cambio tutti votavano Calvi. L’autista di Calvi era uno dei dipendenti della discarica, tale Fraulin Sergio. L’autovettura di Calvi era intestata a Proietto e di fatto Fraulin era pagato da Proietto”; “Sempre alla fine degli anni ‘80 ho avuto modo di conoscere Michele Coppola, personaggio molto potente che girava spesso con armi e macchine di grossa cilindrata […] Io ogni tanto andavo con lui e ricordo un particolare curioso che quando doveva entrare in casa sua tirava fuori la pistola e controllava se dentro casa vi fosse qualcuno. Io ero presente per testimoniare eventualmente l’uso di legittima difesa nel caso in cui avesse sparato a qualcuno, cosa mai avvenuta fortunatamente, Una volta mi ha portato a casa sua a Casal di Principe. Ricordo che è arrivato al paese, ricordo bellissime case e mi ha presentato i suoi parenti che chiamava tutti “zii”. Ho anche conosciuto Carmine Schiavone, che poi ho riconosciuto sui giornali quando hanno dato la notizia della sua morte. Ricordo che Schiavone vedendomi ha chiesto a Coppola chi ero io e Coppola l’ha tranquillizzato dicendo che ero un amico. Abbiamo pranzato in famiglia e poi siamo tornati con la sua Mercedes”; “Ricordo che il maresciallo Menchella andava a controllare a casa sua [di Michele Coppola] le armi che deteneva. I viaggi che facevamo a Treviso erano per andare a conferire i fanghi, andavamo fino a Treviso perché pagavamo meno. I viaggi a Piombino, invece, erano legati al fatto che andavamo a ritirare i rifiuti urbani sull’isola d’Elba. Passavamo da Frosinone, ci cambiavano la bolla e poi portavamo i rifiuti a Viterbo”. Rispetto ad altri punti riferiti de relato dal teste A, il teste B non ha invece confermato: “Non so di cene elettorali organizzate da Coppola Michele, “della vicenda di don Cesare Boschin non so nulla, della costruzione della casa del maresciallo Menchella e dei favori fatti con viaggi di materiali diretti alla sua proprietà non so dire nulla, non so di fusti interrati nella discarica”. Anche per il teste B non risultano precedenti penali o querele per i reati di diffamazione o calunnia, ma quest’ultimo si è alla fine rifiutato di firmare il verbale di sommarie informazioni rese, “mostrando – viene sottolineato nella relazione – alla fine dell’interrogatorio un evidente stato di agitazione e paura”. Il teste C è stato ascoltato il 12 luglio 2016. Ha riferito “di conoscere Andrea Proietto (già gestore della discarica) “da sempre”; iniziò a lavorare per questo imprenditore all’età di 23, 24 anni, occupandosi come carrozziere dei mezzi della società Global. Riferisce di essere stato assunto “in epoca elettorale” e che gli venne chiesto il voto a favore del partito di riferimento del Proietto (non indica il nome della lista); conosceva molto bene i custodi della discarica, tra i quali il teste “B”, che aveva anche la responsabilità di movimentare la terra all’interno dell’invaso; quando Proietto ha venduto la gestione a Maruca, il teste “C” ha proseguito il suo rapporto di lavoro con la società “Global service”, insieme ad altri dipendenti. Nel 1995 torna a lavorare per la famiglia Proietto, in località “Tre cancelli” a Nettuno; di avere conosciuto Michele Coppola; di avere accompagnato una volta Michele Coppola al “commissariato di Cisterna di Latina, perché preoccupato [il Coppola] dell’inquinamento della discarica”. “In quella sede – ha riferito C – Coppola mi chiese di riferire al funzionario di Polizia se avevo visto o se sapevo che all’interno della discarica i mezzi conferivano oltre che i rifiuti urbani anche i fusti. Io dissi la verità confermando di aver visto con i miei occhi la presenza dei fusti che venivano buttati in mezzo all’invaso della discarica”; ricorda che queste dichiarazioni “non vennero prese a verbale dal funzionario o almeno non ricordo di aver firmato alcun verbale”. Il teste ha quindi confermato quanto dichiarato all’epoca – fa risalire la sua testimonianza ai primi anni ’90 – aggiungendo: “In quel periodo tutti quello che abitavano o lavoravano in zona sapevano che i mezzi entravano in discarica e scaricavano dei fusti (bidoni da 200 litri in lamiera e altri fusti in plastica) in mezzo ai rifiuti e che questi fusti venivano mescolati e interrati con i mezzi della discarica. Questa operazione all’interno della discarica la faceva soprattutto [omissis] in quanto aveva accesso alle ruspe e faceva lavori di spargimento di rifiuti per riempire gli invasi S3 e S1. In pratica i fusti venivano buttati in mezzo ai rifiuti normali e con le ruspe venivano compattati in mezzo agli altri rifiuti. Le voci dell’epoca dicevano che venivano dal nord Italia, Grosseto, Perugia, Rieti ed erano fusti normalmente utilizzati per raccogliere rifiuti industriali e non di certo rifiuti domestici”. Il teste ha specificato di occuparsi ancora oggi di raccolta rifiuti e di avere “il patentino per rifiuti speciali” e di essere quindi in grado di “capire la differenza tra tipi di rifiuti”. Ha specificato che fino a quando la discarica è stata gestita da Andrea Proietto [il 1989] il flusso di rifiuti industriali gettati negli invasi (con le modalità descritte e quindi non rispettando nessuna norma o buona pratica per lo stoccaggio di rifiuti speciali e pericolosi) raggiungeva la quantità di 300-400 fusti al mese. Il teste C ha dichiarato di “temere di perdere il posto di lavoro” qualora la sua identità fosse rivelata. Nel corso dell’esame il teste ha indicato su una mappa tratta da Google maps il punto dello sversamento”. Il teste D era già stato indicato nell’informativa della squadra mobile di Latina dell’ottobre 2013 come coinvolto nello sversamento illecito di rifiuti pericolosi negli invasi della discarica. Secondo le fonti confidenziali degli investigatori, D avrebbe incassato ottanta milioni di lire negli passati per il suo supporto. Secondo quanto ricostruito nella citata informativa, il teste avrebbe effettivamente lavorato nel movimento terra all’interno della discarica di Borgo Montello per diversi anni. D era stato chiamato in causa dal teste A, come persona informata rispetto al punto di interramento dei fusti. Interrogato il 12 luglio 2016 su questo specifico punto, D ha sostenuto di non sapere assolutamente nulla sul punto e di aver riferito alcune cose al teste A in tono scherzoso e solo come mera ipotesi: “ricordo un episodio dove in effetti ci siamo ritrovati io [omissis] e altre persone, e in modo scherzoso io dissi che se c’erano dei fusti nella discarica questi dovevano stare nell’invaso realizzato successivamente a S0. Ma questa mia affermazione non era basata su alcuna mia conoscenza diretta o indiretta di conferimenti di fusti all’interno della discarica. Per me quelle erano solo voci come quella che la morte del prete era dovuta alla discarica”. Secondo i commissari, essendo stato il teste A già stato ascoltato a sommarie informazioni negli anni scorsi della squadra mobile di Latina e avendo riferito sostanzialmente gli stessi fatti, “è altamente probabile che abbia riferito fedelmente quanto ascoltato dagli altri testimoni”. Per quanto riguarda le testimonianze di B, C e D, che riferiscono su fatti dei quali sono stati testimoni diretti, l’attività di riscontro si è basata invece sull’analisi dei dati contenuti nella banche dati in uso alla polizia giudiziaria, sulla storia lavorativa dei testimoni, e sull’incrocio con quanto già accertato dalla magistratura di Latina in procedimenti penali, i cui atti sono stati acquisiti dalla commissione. Quanto riportato dai testi su Michele Coppola, secondo la Commissione, trova quindi “diretto riscontro in atti giudiziari e nelle banche dati”. Coppola è stato condannato in via definitiva per estorsione aggravata dal metodo mafioso, con sentenza emessa il 10 maggio 2012 dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e “dalle banche dati in uso alle forze di polizia risulta il possesso di numerose armi da fuoco”. Un altro testimone, sentito a sommarie informazioni dalla squadra mobile di Latina il 30 ottobre 2013, ha poi riferito di esplicite minacce provenienti dal Coppola dirette ad evitare denunce sulla discarica: “Ricordo un’altra circostanza che ho vissuto in prima persona in quel periodo. Un pomeriggio si fermò fuori dalla mia abitazione e azienda agricola sita in [omissis] un bilico. L’autista venne da me per chiedere l’indirizzo della società Indeco, dove appunto era diretto. Aggiunse che si era perso in quanto non conosceva le strade nonché che era partito da Bologna. Trascorsi alcuni minuti dalla sosta, l’aria divenne irrespirabile a causa del fetore emanato dal carico del camion che si allontanò quasi subito. Preciso che 10 minuti dopo si presentarono da me i vicini e confinanti infuriati additandomi quale responsabile del male odore diffusosi nella zona. Credevano che fosse causato dalla mia azienda agricola tant’è che fui costretto a far fare un sopralluogo per scongiurare possibili conseguenze. Incuriosito presi la mia autovettura e raggiunsi la discarica; il camion o bilico era già presente all’interno e rimase là per almeno tre giorni. Non ho potuto constatare cosa trasportasse il bilico né ho appreso successivamente la natura delle cose trasportate. […] In questa occasione non mi rivolsi ai Carabinieri di Borgo Pogdora per segnalare il fatto, a causa di una precedente denuncia presentata dal comitato a Carabinieri appena citati ricevetti una visita di Michele Coppola […]. In quel caso mi fece capire che per il futuro sarebbe stato meglio evitare denunce in merito alla discarica”. Viene quindi specificato che “sulla presenza dei fusti altri testimoni – ascoltati a sommarie informazioni dalla squadra mobile di Latina – hanno confermato il racconto del teste C, con particolare riferimento a quanto da lui già denunciato alla Polizia di Stato negli anni passati. Il teste A aveva riferito di aver ascoltato, circa quattro anni fa, il teste D riferire di interramenti di “fusti tossici”, “puntando il dito sulla predetta mappa (nel punto) dove io ho indicato una X”; come già riferito, sentito a sommarie informazioni, il teste D ha smentito queste affermazioni. In realtà le circostanze riportate dal primo teste sono pienamente confermate da un terzo testimone, sentito a sommarie informazioni dalla squadra mobile di Latina il 31 ottobre 2013. Questo terzo teste (la cui testimonianza è contenuta negli atti giudiziari della Procura di Latina acquisiti dalla Commissione) ha aggiunto ulteriori considerazioni sul ruolo di D: “Ho dedotto che i fusti in argomento fossero stati interrati da D, in quanto nei primi anni ’90 lavorava in subappalto presso la discarica di Borgo Montello”. Il teste B ha confermato solo parzialmente quanto riferito – de relato – dal teste A. Va però evidenziato lo stato di evidente timore del teste, che vive attualmente in un contesto degradato e senza nessuna sicurezza personale. In ogni caso B ha confermato alcuni punti essenziali, quali gli stretti rapporti con Michele Coppola (che, dunque, si interessava di quanto avveniva nella discarica, stringendo relazioni con l’uomo di fiducia del gestore Proietto), tanto da portare il teste B a Casal di Principe, facendogli conoscere i vertici del clan dei Casalesi (ad esempio Carmine Schiavone, all’epoca non ancora collaboratore di giustizia e considerato il “cassiere” del gruppo criminale)”.

LA POLITICA

Una sezione della relazione viene dedicata dalla Commissione ecomafie alle coperture politiche di cui avrebbero goduto i gestori della discarica, insistendo particolarmente sulla figura del senatore Maurizio Calvi. Le indagini del 2013 della Mobile hanno del resto sviluppato informative della Digos risalenti al 1994, che approfondivano il ruolo dell’ex senatore Maurizio Calvi, già componente e vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari tra il 1988 e il 1994. L’indagine della Digos di Latina era iniziata dopo la presentazione di una interrogazione parlamentare dell’onorevole Giulio Maceratini, del Movimento sociale italiano, il 17 febbraio 1993. Ecco l’atto presentato da Maceratini: “Per sapere – premesso: che si sono fatte sempre più insistenti le voci di diffuse illegalità in ordine alla discarica di Borgo Montello e appare sempre più torbido ed allarmante il retroscena sull’intera vicenda; che, giova premettere, tale discarica era gestita in precedenza da una certa società Prochi e tale società risultava in stretti rapporti con un parlamentare socialista della provincia di Latina tanto che alla detta società Prochi risultava intestata una vettura Citroen Pallas rubata all’anzidetto parlamentare così come alla stessa società Prochi risultava intestato il telefono cellulare utilizzato dal detto parlamentare e ugualmente della società Prochi era l’autista della vettura, tale Fraulin, di cui si serviva lo stesso parlamentare; che la detta discarica di Borgo Montello è poi finita nelle mani della società Acqua, facente capo ai fratelli Pisante e attualmente clamorosamente inquisita dalla magistratura milanese; che ulteriore motivo di sospetto deriva dalla ordinanza regionale n. 1 del 5 gennaio 1993 con la quale la giunta regionale del Lazio ha stabilito essere Borgo Montello impianto di stoccaggio di rifiuti tossici e nocivi provenienti da tutta l’Italia; che addirittura si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali il presidente della regione Lazio Pasetto avrebbe parlato di “manomissioni” della delibera, posto che l’ultimo capoverso della delibera stessa, quello cioè che consente lo stoccaggio a Borgo Montello di rifiuti tossici provenienti da tutta l’Italia, sarebbe stato inserito a sua insaputa nella delibera in questione; che è dunque evidente che l’intera vicenda merita dei chiarimenti e approfondimenti adeguati per giungere alla necessaria trasparenza sui passaggi di mano avvenuti fra le società che hanno gestito e gestiscono la discarica e per conoscere altresì quale sia la reale volontà della regione Lazio ed il reale stato delle cose che, riguardando il delicato problema della conservazione dei rifiuti tossici, suscita grave allarme nella popolazione pontina -: quale sia il ruolo svolto dalla società Prochi nella discarica di Borgo Montello e chi sia il parlamentare socialista che ha avuto rapporti con la società Prochi e a quale titolo; chi siano gli attuali soci della società Acqua che gestisce attualmente la discarica di Borgo Montello, posto che il 40 per cento delle azioni sembra essere intestato ai fratelli Pisante e non si conoscono i titolari della residua parte del capitale sociale; come sia potuto accadere la manomissione, se di questo si è trattato, della delibera regionale 5 gennaio 1993 e cosa intenda fare il Governo perché la reale volontà della regione Lazio sia fatta prevalere e, in ogni caso, se non si ritenga di intervenire adeguatamente perché le procedure di stoccaggio dei rifiuti tossici vengano effettuate nel rispetto di criteri di uniformità e di equità rispetto all’intero territorio nazionale”. Un’interrogazione a cui dopo cinque mesi ne seguì una seconda analoga, ma alle quali a distanza di 25 anni in Parlamento non è mai stata data risposta, risultando ancora “in corso” di trattazione. Il 3 febbraio 1994 la Digos di Latina inviò una informativa alla Procura, all’attenzione del sostituto procuratore Barbara Callari, specificando che la Pro.Chi., aveva operato nell’invaso fino al 18 aprile 1990, che l’amministratore unico della società era Andrea Proietto, titolare di varie attività imprenditoriali, che tra queste vi era la Fideco srl, avente come domicilio fiscale via Augusto D’Andrea 3, Nettuno (Roma), che l’utenza cellulare della citata società corrispondeva al numero xxxx, intestata alla stessa Fideco; questo numero “è stato in uso per un lungo periodo che va dal periodo preelettorale (elezioni politiche ’92) al periodo postelettorale, presumibilmente dal febbraio ’92 al maggio-giugno ’92, al segretario particolare del senatore Calvi, tale Giorgi Piercarlo”, che “in tale periodo da quell’utenza sono partite telefonate a varie agenzie pubblicitarie che hanno prodotto servizi di campagna elettorale per il Senatore citato”; che le bollette telefoniche dell’utenza cellulare vennero pagate dalla Fideco di Proietto; che l’utenza fissa xxxx “risulta intestata a tale società FAB srl, avente come sede la stessa della Fideco e come oggetto attività analoga a quella della citata Pro.Chi. E che vede come amministratore unico il figlio del Proietto Andrea e cioè Proietto Stefano, nato a Tunisi il 23 luglio 1961”; “è opportuno precisare che un’altra utenza telefonica (xxxx) comunemente usata come indirizzo telefonico della segreteria politica del senatore Calvi è un realtà intestata alla FAB srl già citata”; “l’ubicazione di tale impianto Sip è sito all’interno della segreteria politica del senatore Calvi e cioè in via Cairoli 13 o 16 (vecchia e nuova numerazione). Tuttora tale utenza viene utilizzata per lo svolgimento di affari riguardanti l’operato politico del senatore citato, che l’indirizzo utilizzato come segreteria politica dell’allora vicepresidente della commissione antimafia era stato acquistato da Andrea Proietto; che l’utenza Enel dell’immobile citato – di proprietà di Andrea Proietto e utilizzato come sede della segreteria politica del senatore Calvi – era pagata dalla società Roma Cine TV srl, con sede in via Panama 11, Roma. Da fonti aperte la società era all’epoca socio di riferimento dell’emittente televisiva GBR, i cui uffici era situati allo stesso indirizzo di Via Panama 11; anche l’utenza telefonica xxx era intestata alla società Roma Cine TV e attestata in un ufficio all’interno 4, primo piano dell’immobile di Latina; Piercarlo Giorgi, segretario del senatore Calvi, aveva utilizzato come “appendice della segreteria politica del senatore in argomento anche quell’immobile, attualmente sede dell’emittente televisiva Gbr”; secondo la DIGOS l’utenza telefonica xxx era utilizzata per l’attività politica del senatore Calvi; Sergio Fraulin, già dipendente della Pro.Chi., e dipendente della citata FAB srl al momento della redazione dell’informativa della Digos, era stato in passato autista a tempo pieno del senatore Maurizio Calvi; il già citato Piercarlo Giorgi, “notoriamente conosciuto a tutti i livelli come segretario del senatore Calvi”, risultava a sua volta dipendente della Ecologica Tirrena, avente sede ad Anzio; rappresentante legale della società era Stefano Proietto, figlio di Andrea Proietto; l’autovettura Citroen CX Pallas, utilizzata secondo l’interrogazione dell’onorevole Giulio Maceratini dal senatore Maurizio Calvi e oggetto di un furto avvenuto a Latina il 11 aprile 1989, era intestata alla citata Ecologica Tirrena; in un’intervista rilasciata il 19 febbraio 1993 in risposta all’interrogazione citata, il senatore Maurizio Calvi sosteneva rispetto all’automobile Citroen: “Quell’auto non l’ho mai avuta in possesso, mi è stata prestata in maniera contingente”. Annota la Digos che sull’automobile poi rubata vi era installato un telefono radiomobile (utenza xxx) intestato al senatore e che quindi fosse poco credibile la versione del prestito contingente e momentaneo”. Tra gli atti acquisiti dalla commissione non vi è traccia di successive indagini o di deleghe specifiche da parte della autorità giudiziaria. L’informativa della squadra mobile di Latina del gennaio 2013, dopo aver riassunto quanto era emerso nel corso delle indagini del 1994, ha quindi evidenziato: “Da quanto descritto sono emersi univoci elementi informativi circa contiguità, non meglio specificate, se non per ciò che riguarda rapporti di lavoro di collaboratori del senatore Calvi (Giorgi e Fraulin) con società riconducibili alla famiglia Proietto. E’ plausibile ritenere che i predetti collaboratori fossero remunerati dalle società riconducibili ai Proietto. Altro particolare che rileva è il fatto che i Proietto nel periodo in cui hanno gestito la discarica avessero chiesto, ed ottenuto un ampliamento della stessa, da 5 a 42 ettari, da parte del presidente della regione Lazio. Il Presidente pro tempore è stato identificato in Santarelli Giulio, anch’egli esponente del partito socialista come il senatore Calvi”. I commissari aggiungono infine che “il citato Giulio Santarelli aveva preceduto nella guida della regione Lazio Bruno Landi, politico dello stesso partito. Fu lo stesso Landi ad autorizzare, come abbiamo visto, l’utilizzo dell’invaso ex 2B di Borgo Montello per accogliere i rifiuti pericolosi; durante il suo mandato la Pro.Chi. della famiglia Proietto ha poi visto ampliare il volume d’affari, fino alla cessione delle quote alla famiglia Maruca. Bruno Landi alla fine degli anni ’90 entrerà nel management del gruppo Cerroni, fino ad arrivare alla nomina di amministratore delegato della Ecoambiente S.r.l., uno dei due attuali gestori”.

LE CONCLUSIONI

Al termine della relazione i commissari specificano che “l’esame di illeciti nel Basso Lazio da parte della Commissione lega situazioni “storiche” di presenza della criminalità ambientale all’attualità di una situazione nella quale è tipicamente ipotizzabile l’offerta, da parte di realtà criminali, di “servizi” ambientali illeciti, operativamente contigui ai settori dell’edilizia o del movimento terra: un contesto in cui il rischio di infiltrazioni, o meglio di una presenza di realtà criminali attente alle opportunità offerte dal ciclo dei rifiuti, impone la massima attenzione di tutti i soggetti pubblici”. Una relazione che mostra con cruda evidenza come da tempo molti siano a conoscenza della piaga di Montello ma nessuno ha cercato impegnarsi per trovare soluzioni e di dare almeno risposte a fatti gravissimi avvenuti all’ombra della discarica. Una fetta di terra pontina abbandonata

01/01/2017

di Clemente Pistilli

Fonte:http://www.h24notizie.com

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