Denuncia il boss usuraio quattordici anni senza giustizia

Il Mattino, Mercoledì 5 Luglio 2017

Denuncia il boss usuraio quattordici anni senza giustizia

di Antonio Manzo

Attenzione, in questa storia di un processo che è finito in prescrizione, dopo dieci lunghi anni, non c’entra il conflitto tra magistratura e politica. E la storia, apparentemente della periferia italiana, non sarebbe mai entrata nello scontro tra politica e magistratura perché riguardava solo un commerciante distrutto dagli strozzini. Perchè è una storia di giustizia negata ad un commerciante che ebbe il coraggio, nel 2003, di denunciare gli strozzini che imponevano interessi che si aggiravano intorno al cinquecento per cento.

È una storia incredibile che ha il suo capitolo più sconvolgente in una circostanza: per la sostituzione di un componente del collegio di giudici in Corte di appello, giudice astenutosi a causa della sua incompatibilità, la Corte ha impiegato quasi 3 anni. La vittima si chiama Antonio Spinelli, per la giustizia era la parte lesa «Spinelli Antonio», per la storia giudiziaria italiana solo un povero illuso che ha dovuto subìre le minacce di un boss usuraio della camorra, i sorrisi beffardi e intimidatori dei condannati in primo grado, tra cui anche un avvocato, e la finta commiserazione di una terra florida ma anche omertosa come il Vallo di Diano.

Quando comincia la storia? È l’aprile 2003 quando Antonio Spinelli, accompagnato dal suo avvocato Erminio Cioffi, decide di denunciare il clan degli usurai del Vallo di Diano, capeggiato dal boss della camorra Felice Balsamo. Trovò a Sala Consilina un pm, Carmine Oliveri, che lo ascoltò fino al punto da scoprire quella che lui stesso avrebbe definito una «banca nera» nell’economia del Vallo di Diano. Trovò ancora, Antonio Spinelli, un ufficiale dei carabinieri, il capitano Giuseppe Costa allora comandante della compagnia di Sala Consilina (oggi comanda il reparto carabinieri servizi magistratura al palazzo di giustizia di Napoli), il maresciallo Daniele Perrucci (oggi luogotenente e comandante del reparto operativo dei carabinieri della compagnia di Eboli). Il lavoro è lungo, l’inchiesta difficile ma in galera finiscono un avvocato, pregiudicati e faccendieri tutti accomunati dall’accusa di usura, strozzinaggio. Disse in quei giorni Antonio Spinelli: «Lo Stato, quando vuole ci sa fare». Tranne dover poi amaramente registrare che quando lo Stato «non vuole fare» prende a schiaffi anche chi ha avuto il coraggio civile di denunciare. 

Il tempo della Giustizia non conosce i calendari. Allora vale la pena sfogliare l’agenda di questo processo finito nel cestino. Siamo nell’ottobre del 2008 e il giudice dell’udienza preliminare presso il tribunale di Sala Consilina dispone il rinvio a giudizio di Massimo Puglia, avvocato, Felice Balsamo, il boss usuraio legato alla camorra (per lui negli anni sarebbe scattata anche la confisca dei beni), Michele Russo, Franco Paladino, Vincenzo Petrizzo, Francesco Castella, Giovanni Cioffi, Antonio Garofalo, Michele Saviello, Francesco Mario Bruno e Francesco Cioffi, tutti imputati dei reati di usura estorsione ed altro. Prima udienza nel febbraio 2009, presidente del tribunale Luciano Santoro.

Bastano due anni e nel luglio 2010 il Tribunale emette sentenza di condanna nei confronti di Vincenzo Petrizzo per anni 2 mesi 2 di reclusione e 5000,00 di multa; Massimo Puglia per reati di usura e associazione con condanna in anni 2 e mesi 8 di reclusione ed Euro 9000,00 di multa; Michele Russo mesi 10 di reclusione ed euro 2200,00 di multa. Il solo Massimo Puglia condannato al risarcimento dei danni nei confronti della sola parte civile Spinelli Antonio con provvisionale di euro 5000,00. Scatta l’appello, a seguito delle impugnazioni da parte degli imputati e del pm. Prima udienza aprile 2013, il 28 giugno scorso c’è la sentenza di intervenuta prescrizione. Sono state celebrate undici udienze e solo per la sostituzione di un componente del Collegio, astenutosi a causa della sua incompatibilità, la Corte ha impiegato quasi 3 anni, così come solo nel 2015 è stato rilevato l’omessa notifica al difensore di Puglia, per cui ne veniva disposta la rinotifica.

L’agenda del processo finisce pochi giorni fa. Nel frattempo la prescrizione cancella tutto anche quella la prima sentenza di assoluzione «perchè il fatto non sussiste» di cui beneficiò Felice Balsamo, già coinvolto in traffici di droga oltre che indagato per usura. Il patrimonio immobiliare di Felice Balsamo affiliato al clan Maiale, fu «acquisito», nel 2013, definitivamente dallo Stato, appartamenti comprati tra Roma, Salerno e Sala Consilina, e diverse auto sportive riconducibili al camorrista nato a Padula ma residente a Sala Consilina. Balsamo aveva intestato le auto sportive e i quattro appartamenti ai figli e alla convivente. L’escamotage non servì. Per l’Antimafia, la ricchezza di Balsamo derivava anche da usura ed estorsioni, ma nel processo di Sala fu assolto con formula piena.

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