Gabriele Ciulla 28 Novembre 2025
Appalti e bandi di gara fittizi presso il comune di Strongoli. Chiesto il rinvio a giudizio per 11 indagati
Allarme infiltrazione mafiosa in Calabria, ancora una volta emergerebbe come un lampo a ciel sereno lo stretto legame simbiotico tra appalti pubblici e cosche mafiose. Sono stati chiesti 11 rinvii a giudizio dalla dda della Procura della Repubblica di Catanzaro.
L’udienza preliminare è stata fissata per il 22 gennaio 2026 davanti al gup Giada Maria Lamanna.
Secondo le indagini sono emersi distinti fatti, secondo cui diverse persone sia in concorso esterno che sotto il fregio della cosca del Giglio di stampo ‘ndranghetistico, non solo si sarebbero accaparrati appalti pubblici con imprese macchiate di malavita, ma avrebbero condizionato i processi di attribuzione e concessione degli stessi. Nello specifico nella raccolta, nel trasporto e nello smaltimento dei rifiuti urbani. La gestione dell’isola ecologica, dello spazzamento delle strade e i servizi complementari sul territorio del comune di Strongoli.
Alcuni componenti del comune sembrerebbero, secondo gli inquirenti, collusi con la cosca, concedendo di fatto gare di appalti fittizie e già predestinate.
Era tutto già concordato: personale da impiegare, opzioni e modalità, sempre secondo i magistrati.
Le persone coinvolte nell’inchiesta sono: Francesco Costantino (34 anni, assessore in carica), l’ex sindaco Sergio Bruno, l’ex funzionario Luigi Salvatore Beninca, gli imprenditori Salvatore Benincasa, Mario Martino e Alfonso Della Corte, e i professionisti Pasquale Barbuto, Mariolina Pastore, Tommaso Gallo, Vincenzo Lucente e Ferdinando Greco. Per tutti vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva ovviamente.
Gli indagati saranno assistiti dagli avvocati Giovanni Ettore Sipoli, Mario Nigro, Domenico Sirianni, Giuseppe Barbuto, Frisia Benincasa, Salvatore Iannone, Teresa Iacometta, Pietro Capoano, Giuseppe Pitaro e Vittorio Ranieri.
Ancora una volta emerge un quadro dell’Italia costituito a puzzle, fatto di pezzi marci e pezzi camuffati in perbenismo. Da Nord a Sud, ogni spazio istituzionale, affaristico – imprenditoriale sembra essere toccato ed inquinato dalle mafie. I dati sono preoccupanti: Numero di appalti “bloccati, segnalati” per sospetta infiltrazione mafiosa. Nel 2023, le prefetture italiane hanno emesso 2.007 “interdittive antimafia” su imprese coinvolte in appalti pubblici — un aumento del 34% rispetto al 2022 (1.495). Queste interdittive sono provvedimenti di prevenzione: servono a sospendere o rendere inaccessibili a imprese sospettate di mafia i rapporti con la pubblica amministrazione. In uno studio accademico sul periodo 2012-2017, analizzando 68.063 appalti pubblici comunali (public work contracts), sono stati identificati 687 come “mafiosi/infiltrati” — cioè circa l’1,0 % del campione.
Numero di amministrazioni pubbliche sciolte per infiltrazione mafiosa (cioè che coinvolgevano “istituzioni locali”)
Dal 1991 al 19 aprile 2025 sono stati emessi 401 decreti di scioglimento di Comuni per infiltrazioni mafiose.
Secondo l’ultima rilevazione (dato 30 settembre 2023), i decreti di scioglimento erano 383, riguardanti 280 Comuni e 6 Aziende sanitarie provinciali. Alcuni comuni sono stati sciolti più volte (56 due volte, 19 tre volte, 1 quattro volte).
Il fenomeno riguarda prevalentemente le regioni del Sud, ma non è limitato a queste: dal 1991 ad oggi 11 regioni italiane sono risultate coinvolte.
Per affrontare il problema in modo efficace serve una risposta strutturale che superi la logica degli interventi puntuali. La soluzione più solida consiste nella creazione di un Registro Unico Nazionale Antimafia: un archivio digitale centralizzato e pubblico in cui confluiscano, in tempo reale, tutte le interdittive, gli appalti pubblici, i subappalti, i legami societari e gli scioglimenti degli enti locali. Un sistema capace non solo di raccogliere dati, ma di incrociarli automaticamente, evidenziando anomalie e rischi prima ancora che si trasformino in infiltrazioni conclamate.
Accanto a questo, è indispensabile rendere totalmente trasparente il ciclo degli appalti: pubblicazione dei partecipanti, delle offerte, delle aggiudicazioni, dei subappalti e dei flussi economici. La tecnologia digital-first, già sperimentata in diversi Paesi del nord Europa, permetterebbe di tracciare ogni passaggio e ridurre drasticamente gli spazi nei quali la criminalità organizzata può inserirsi. Infine, ma non meno importante, è necessario proteggere gli amministratori e i funzionari pubblici che lavorano in contesti difficili. La sicurezza personale e professionale, unita a percorsi di formazione obbligatoria e a una rotazione regolare negli uffici più esposti, può trasformare gli enti locali nel primo baluardo contro le pressioni criminali, invece che nella loro principale vulnerabilità.
L’Italia ha già molti strumenti per combattere la mafia; ciò che manca è un sistema che li colleghi e li renda davvero efficaci. Solo integrando i dati, aumentando la trasparenza e sostenendo gli amministratori onesti sarà possibile misurare con precisione la reale estensione delle infiltrazioni e limitarle in modo definitivo. Le mafie prosperano dove lo Stato è frammentato: unirne le competenze significa ridurre lo spazio d’azione della criminalità organizzata e rafforzare la democrazia.
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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/229-ndrangheta/107104-dda-catanzaro-cosca-ndranghetista-giglio-con-le-mani-negli-appalti-pubblici.html