Dalla Chiesa, alibi di Stato

Sono trascorsi 29 anni dall’eccidio di via Carini.
«Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse.

Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo».

Parola di prefetto, anzi parola di generale dei carabinieri, vista la sua lunga militanza nell’Arma: non aveva certo fatto giri di parole, Carlo Alberto dalla Chiesa nell’ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca, a meno di un mese della strage di via Carini, quando il 3 settembre del 1982 un commando formato dai killer più pericolosi di Cosa Nostra lo aveva bloccato proditoriamente e ucciso senza pietà.

Insieme a lui, quella sera di fine estate, persero la vita anche la giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, seduta al suo fianco e il funzionario della Prefettura di Palermo, Domenico Russo, che seguiva la piccola utilitaria con a bordo i due coniugi. A distanza di 29 anni da quella strage, per chi volesse trovare le vere ragioni dell’uccisione del prefetto di Palermo è quanto mai istruttiva la lettura di quell’ultima dichiarazione pubblica, peraltro preceduta da altre prese di posizioni quanto mai nette e chiare. Basti pensare all’altra intervista rilasciata ad un altro maestro del giornalismo come Enzo Biagi.

Siamo certi che sarà sicuramente stato doloroso e non poco, per un uomo delle istituzioni repubblicane quale era Carlo Alberto dalla Chiesa, dover prendere atto, con il trascorrere inesorabile dei giorni e delle settimane, come le promesse della politica si andassero sempre più rivelando vane e utili solo a convincerlo a buttarsi a capofitto nell’avventura palermitana, con il peso della sua esperienza e della sua volontà. Quale alibi migliore per uno Stato che balbettava di fronte alla minaccia mafiosa, nel corso di quegli anni, in cui la mattanza disposta dai corleonesi di Riina e Provenzano era nel suo pieno svolgimento, che chiedere a chi aveva vinto la battaglia contro il terrorismo di spendere tutte le sue energie per debellare le mafie? Quale alibi migliore, di fronte ad un eventuale insuccesso, che scaricare tutte le colpe su chi, invece, aveva dimostrato di non accettare la promozione a prefetto di Palermo come se fosse l’anticamera di una meritata pensione, ma piuttosto l’ultima delle guerre da vincere in nome e per conto della Repubblica?

Non chiedeva poteri speciali, non voleva investiture epocali, tali da stravolgere l’assetto istituzionale, piuttosto cercava di avere quegli strumenti indispensabili per colpire le mafie nel loro immenso patrimonio e nel loro preteso onore. La chiarezza invocata dal prefetto riguarda le ragioni della mancata concessione di quanto pure era stato ventilato potesse essere concesso, per convincerlo ad assumere l’incarico: vale a dire il coordinamento effettivo della strategia repressiva dello Stato nei riguardi dell’organizzazione mafiosa.
Eppure si disse allora – ma ancora oggi c’è chi lo sostiene, seppure sommessamente e non certo in pubblico – che, in virtù della richiesta avanzata, l’ex generale fosse in preda ad una sorta di delirio d’onnipotenza, credendo di essere l’unico baluardo credibile all’avanzata delle cosche.

Fedele come era alla Costituzione e conscio dei propri mezzi, crediamo piuttosto che al prefetto di Palermo non sfuggisse l’importanza dei segni in terra di mafia: quanto lui chiedeva era una manifesta presa di distanza da ogni forma di commistione tra mafia e politica. E riteneva che il primo passo in questa direzione fosse una chiara attribuzione di competenze alla sua figura, per evitare ogni sorta di delegittimazione. Delegittimazione che, in realtà, prese corpo fin da subito localmente e poi anche nazionalmente. Alle polemiche stizzite dei politici siciliani, non ultimi quanti ricoprivano cariche istituzionali di primo piano – dalla regione al comune, tutti in quota Democrazia Cristiana – si aggiunse anche la sponda offerta dal leader nazionale Giulio Andreotti, che nella sua rubrica su “L’Europeo” commentò così la nomina a prefetto di Carlo Alberto dalla Chiesa: «Ora il generale è nominato prefetto di Palermo con una chiara indicazione di volontà ‘anti-mafia’. Molto bene, ma poiché l’allarme criminale viene dalla Calabria e dalla Campania, può venire il sospetto di una sfasatura di tempi e di luoghi. Comunque, buon lavoro».

A riprova del rapporto burrascoso con il Divo Giulio, il generale ricorda nel suo diario: «Ieri anche l’on. Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.[…] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno […] lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione e circostanze». Alla fine delle schermaglie romane e delle estenuanti riunioni, resta il fatto che dalla Chiesa fu costretto ad accelerare i tempi della sua partenza, visto il tragico agguato che costò la vita a Pio La Torre e a Rosario Di Salvo. Nell’ansia di regolare i conti con i nemici esterni, la mafia si accanì violentemente contro l’inventore delle norme che avrebbero poi causato tanti danni alle cosche: dall’articolo 416 bis del codice penale che punisce l’associazione mafiosa alle misure di prevenzione patrimoniale.

Mancarono così i tempi di una investitura sostanziale, dopo la rapida nomina formale alla guida della prefettura di Palermo. Mancarono i tempi per definire forme e strumenti che avrebbero fatto comodo a dalla Chiesa per impostare seriamente la lotta alle famiglie mafiose. Non per questo, l’ex ufficiale dei carabinieri si perse d’animo, anzi dimostrò una volontà d’azione e una capacità di lettura del fenomeno mafioso che ancora oggi sono esemplari. È sua l’intuizione che ormai le mafie non fossero più attive soltanto nel territorio isolano – il “pascolo” indicato a Bocca – ma anzi avessero mosso alla conquista di territori insospettabili: «La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere». Da qui l’avvio di indagini chieste alla Guardia di Finanza per capire i percorsi delle ricchezze mafiose.

E sempre da quell’intervista si ricavano ulteriori stimoli e riflessioni: dal policentrismo mafioso al segreto bancario, per finire ai diritti che diventano favori all’interno del sistema mafioso. C’è tanta di quella materia utile per la studio della criminalità organizzata, frutto dell’esperienza di chi, fin dai primi anni trascorsi in Sicilia da giovane ufficiale dell’Arma, aveva imparato a misurare il nemico che aveva di fronte, senza cedimenti o mitizzazioni.
Chiarezza: è questo il messaggio lanciato da dalla Chiesa arrivò dove doveva arrivare ma lo Stato non seppe o non volle rispondere per tempo. Eppure il generale era stato, per l’appunto, chiaro, molto chiaro: «Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura , anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato». Il problema era che forse allo Stato non interessava vincere…

Lorenzo Frigerio

(Tratto da Antimafia Duemila)

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