Da Tangentopoli sono passati 28 anni, ma oggi il Paese non ha ancora le Mani pulite

Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2020

Da Tangentopoli sono passati 28 anni, ma oggi il Paese non ha ancora le Mani pulite

di Marco Brando – Giornalista e scrittore

Mani pulite, 28 anni dopo: il 17 febbraio 1992 fu arrestato a Milano il craxiano Mario Chiesa, “con le mani nella marmellata”. Ero lì, durante quel primo giorno “ufficiale” e anche prima. Come cronista giudiziario e poi inviato dell’Unità, tra il 1988 e il 1998. Nel 1992 io ero tra i più “anziani” di un manipolo di giornalisti intorno ai 30 anni; ci eravamo trovati di colpo a raccontare una storia che ha cambiato il Paese senza che gli editori (imprenditori, finanzieri, partiti o boiardi di partiti, per lo più immersi nella marmellata fino al collo) potessero controllare ciò che usciva da quel vaso di Pandora, aperto dai magistrati e soprattutto dalla crisi irreversibile di un ceto politico/affaristico.

C’erano giornalisti equilibrati, altri convinti di essere pubblici ministeri, altri collusi col potere calante o con quello nascente. C’era un furbo e sveglio magistrato, Antonio Di Pietro. Era rustico e ruspante come la campagna molisana da cui veniva e con strane e non proprio limpide frequentazioni (che poi gli furono contestate in un processo bresciano, da cui uscì assolto – per lo meno sul fronte giudiziario; molto meno, secondo me, sul fronte morale). I suoi capi alla fine del 1991 gli avevano sbolognato un’inchiesta che gli altri pm, un po’ spocchiosi, consideravano una rogna: la storiella nata dalle rivelazioni di una moglie tradita a proposito di mazzette incassate da Chiesa, un medio-piccolo burocrate di partito vicino a Bettino Craxi.

Di Pietro – ex poliziotto che sapeva già usare l’informatica, capace di creare una squadra e abituato ai metodi ruvidi da “vecchio” commissario di Polizia – risalì lungo un vortice di tangenti sempre più grande e si infilò nelle crepe, già evidenti, della partitocrazia. La Procura gli affiancò altri magistrati, anche se lui avrebbe voluto fare da solo; in teoria doveva rispondere di quello che faceva a un anziano procuratore aggiunto molto per bene, Gerardo D’Ambrosio, ma il sostegno di un’opinione pubblica assatanata lo sottrasse a fin troppi vincoli e gli procurò fin troppi fan (anche tra quei magistrati che prima lo guardavano con spocchia e pure tra coloro che qualche tempo dopo lo avrebbero attaccato, come missini, berlusconiani e leghisti).

L’inchiesta montò come un panettone in overdose da lievito, finché pure Di Pietro scivolò un po’ sul suo passato, per poi lasciare la toga e dedicarsi a una non travolgente scalata della politica. Intanto i vecchi partiti, corrosi dalla corruzione, tramontavano; pochi riuscirono a barcamenarsi tra una falla e l’altra, altri – più o meno artefatti – nacquero. Intorno, proliferavano plotoni di avvocati, faccendieri, millantatori, personaggi per bene o per male. E giravano tanti interessi.

Quasi trent’anni dopo, abbiamo un Paese con le mani sempre piuttosto sporche e ancor meno certezze. Cose che, purtroppo, capitano. Restano per me il ricordo della più grande esperienza professionale della mia vita e la consapevolezza di essermi sempre comportato in buona fede, senza tradire il mio mestiere e la mia coscienza. Poi gli errori si fanno e si subiscono. L’importante è non illudersi mai di essere, o di essere stati, perfetti.

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