Da “Repubblica” di aprile 2012,Un articolo di Attilio Bolzoni,uno dei più bravi e preparati giornalisti italiani,dell’aprile 2012 ma sempre attuale:

 

La Torre, dalla Chiesa, Falcone, Borsellino
Quattro uomini soli uccisi dalla mafia

Gli omicidi del segretario del Pci siciliano e del generale nell’82; quelli dei due giudici nel ’92. Oggi, venti o trenta anni dopo, ci sono ancora molti misteri sulla loro uccisione. Però sappiamo perché li volevano morti 

di ATTILIO BOLZONI

Lo leggo dopo

 

QUELLA MATTINA sono anch’io là, con il taccuino in mano e il cuore in gola. Saluto Giovanni Falcone, saluto Rocco Chinnici, non ho il coraggio di guardare Paolo Borsellino che è con le spalle al muro e si sta accendendo un’altra sigaretta con il mozzicone che ha già fra le dita. 

Mi avvicino al commissario Cassarà e gli chiedo: “Ninni, cosa sta succedendo?”. Mi risponde, l’amico poliziotto: “Siamo cadaveri che camminano”. Un fotografo aspetta che loro – Falcone e Cassarà, Chinnici e Borsellino – siano per un attimo vicini. Poi scatta. Una foto di Palermo. Una foto che dopo trent’anni mi mette sempre i brividi. Sono morti, uno dopo l’altro sono morti tutti e quattro. Ammazzati.

Tutti vivi me li ricordo, tutti ancora vivi intorno a quell’uomo incastrato dentro la berlina scura e con la gamba destra che penzola dal finestrino. Sono lì, in una strada che è un budello in mezzo alla città delle caserme, vie che portano i nomi dei generali della Grande guerra, brigate e reggimenti acquartierati dietro il sontuoso  parlamento dell’isola, Palazzo dei Normanni, cupole arabe e lussureggianti palme.

Chi è l’ultimo cadavere di una Sicilia tragica? È Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista italiano, deputato alla Camera per tre legislature, figlio di contadini, sindacalista, capopopolo negli infuocati anni del separatismo e dell’occupazione delle terre. 

È Pio La Torre, nato a Palermo alla vigilia del Natale del 1927 e morto a Palermo alla vigilia del Primo maggio del 1982. L’agguato non ha firma. Forse è un omicidio di stampo mafioso. Forse è un omicidio politico. Chissà, potrebbe anche avere una matrice internazionale. Magari  –  come qualcuno mormora  –  si dovrebbe esplorare la “pista interna”. Indagare dentro il suo partito. Nella sua grande famiglia. Cercare gli assassini fra i suoi compagni. Supposizioni. Prove di depistaggio in una Palermo che oramai si è abituata ai morti e ai funerali di Stato, cadaveri eccellenti e cerimonie solenni. Il 30 aprile 1982, trent’anni fa.

Uccidono l’uomo che prima di tutti gli altri intuisce che la mafia siciliana non è un problema di ordine pubblico ma “questione nazionale”, il parlamentare che vuole una legge che segnerà per sempre la nostra storia: essere mafioso è reato. Chiede di strappare i patrimoni ai boss, tutti lo prendono per un visionario. 

Dicono che è ossessionato da mafia e mafiosi, anche nel suo partito ha fama di “rompicoglioni”. Al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini propone di inviare a Palermo come prefetto il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il carabiniere che ha sconfitto il terrorismo. Non fa in tempo a vederlo sbarcare, l’ammazzano prima.

Pio La Torre aveva conosciuto dalla Chiesa nel 1949 a Corleone, lui segretario della Camera del lavoro dopo la scomparsa del sindacalista Placido Rizzotto e il capitano volontario nel Cfbr, il Comando forze repressione banditismo. Il loro primo incontro avviene nel cuore della Sicilia. Quindici anni dopo si ritroveranno uno di fronte all’altro in commissione parlamentare antimafia, uno deputato e l’altro comandante dei carabinieri della Sicilia occidentale. Il terzo incontro non ci sarà mai. 

Destini che s’incrociano in un’isola che non è ricca ma sfrenatamente ricca, superba, inespugnabile. Il giorno dell’uccisione di Pio La Torre in Sicilia arriva il generale. “Perché hanno ucciso La Torre?”, gli chiedono i giornalisti. “Per tutta una vita”, risponde lui. 

È il cinquantottesimo prefetto di Palermo dall’Unità d’Italia. L’hanno mandato giù “per combattere la mafia”. Informa il capo del governo che non avrà riguardi per la “famiglia politica più inquinata del luogo”. È la Dc di Salvo Lima e di Giulio Andreotti. Non gli concedono i poteri promessi, solo contro tutti Carlo Alberto dalla Chiesa resisterà per centoventi giorni. Il 3 settembre 1982 tocca anche a lui. E alla sua giovane moglie Emmanuela. 

Omicidio premeditato, annunciato, dichiarato. Omicidio fortemente voluto per chiudere un conto con un generale diventato troppo ingombrante. Una leggenda per i suoi carabinieri, una minaccia permanente per un’Italia che sopravvive fra patti e ricatti. Dicono che a farlo fuori è stata la Cupola. Come per Pio La Torre. Un alibi perfetto per seppellire e dimenticare un generale fatto a pezzi dallo Stato. 

Nei giorni precedenti al 3 settembre le sabbie mobili siciliane se lo sono divorato Carlo Alberto dalla Chiesa. Le prime pagine del giornale L’Ora, sono fotocopie con numeri al posto dei titoli: 81…84…87… Gli omicidi a Palermo dall’inizio dell’anno. L’11 agosto sono già 93, il 14 sono 95. A fine mese l’inchiostro rosso si spande sulla foto dell’ultima vittima. Il titolo che va in stampa dice 100. 

“L’operazione da noi chiamata Carlo Alberto l’abbiamo quasi conclusa, dico: quasi conclusa”, è la telefonata che arriva dopo una “sparatina” a Villabate. Una rivendicazione così a Palermo non l’hanno fatta mai. Sembra un proclama terroristico. Una dichiarazione di guerra, in stile militare. Sono a Casteldaccia quando arriva quella telefonata. Mi arrampico su una stradina che sale fino alla caserma dei carabinieri. Lì c’è già il capitano Tito Baldo Honorati, il comandante del nucleo operativo di Palermo.

È davanti a un’utilitaria impolverata, la parte posteriore dell’auto è “abbassata”, schiacciata verso l’asfalto. Ormai si riconoscono anche da lontano le macchine con un grosso peso nel bagagliaio. Significa che lì dentro c’è un uomo. Il capitano apre. È un “incaprettato”, mani e piedi legati con una corda che gli passa intorno al collo. Quando i muscoli delle gambe cedono, la vittima finisce per strangolarsi. 

“È un altro regalo per il nostro generale”, dice l’ufficiale mentre via radio gli arriva la notizia che è stato ritrovato un cadavere sulla piazza di Trabia. Ed è già morto anche lui – l’agguato a colpi di kalashnikov in via Isidoro Carini, una settimana dopo – Carlo Alberto dalla Chiesa, carabiniere figlio di carabiniere, nato a Saluzzo, provincia di Cuneo, Piemonte. Dall’altro capo dell’Italia.

Palermo è laboratorio criminale e terra di sperimentazione politica, è porto franco, capitale mondiale del narcotraffico, regno di latitanti in combutta con questori e prefetti, onorevoli mafiosi e mafiosi onorevoli. Il giudice Falcone indaga sui “delitti politici” siciliani, indaga sulla morte di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa. Scopre tutto e niente. Sospetti. Trame. Mandanti sempre invisibili. Palermo è dentro una guerra permanente. Poi, l’atto finale. Nel 1992. 

Il 23 maggio, vent’anni fa. Alle 17, 56 minuti e 48 secondi gli strumenti dell’Istituto di Geofisica e di Vulcanologia di monte Erice registrano “un piccolo evento sismico con epicentro fra i comuni di Isola delle Femmine e Capaci”. Non è un terremoto. È una carica di cinquecento chili di tritolo che fa saltare in aria Giovanni Falcone. È il magistrato più amato e più odiato del Paese. Da vivo è solo. Da morto è esaltato e osannato, il più delle volte dagli stessi nemici che ne hanno voluto le sconfitte. 

Sepolto in una piccola stanza dietro una porta blindata, in mezzo ai codici e alla sua collezione di papere di terracotta, è il primo italiano che mette veramente paura alla mafia. Prigioniero nella sua Palermo, è l’uomo che cambia Palermo. Porta i boss alla sbarra con il maxi processo. Vengono condannati in massa. Detestato, denigrato, guardato con sospetto dai suoi stessi colleghi in toga, temuto e adulato dalla politica, resiste fra i tormenti schivando attentati e tranelli governativi. 

Prima tremano per la forza delle sue idee, poi si impossessano della sua eredità. È celebrato come eroe nazionale solo quando è nella tomba. Mario Pirani lo descrive come l’Aureliano Buendìa di Cent’anni di solitudine, che ha combattuto trentadue battaglie e le ha perse tutte. Giuseppe D’Avanzo ricorda “l’umiliante sottrazione di cadavere” compiuta dopo la strage di Capaci. Chi l’ha violentemente intralciato in vita, lo invoca in morte. Ha cinquantatré anni e cinque giorni quando vede per l’ultima volta la sua Sicilia. 

Al suo funerale c’è una folla straripante nella basilica di San Domenico, il Pantheon di Palermo. Una pioggia violenta lava la città. Sono quasi le due del pomeriggio, la piazza adesso è deserta. C’è solo un uomo, inzuppato, che avanza guardando nel vuoto. È Paolo Borsellino, l’amico e l’erede di Giovanni Falcone. Altri due uomini con lo stesso destino. 

Nascono alla Kalsa a distanza di pochi mesi uno dall’altro, da ragazzini si rincorrono fra i vicoli, si ritrovano trentacinque anni dopo in un bunker di tribunale. Se ne vanno insieme, nella stessa estate. Cinquantasette giorni di dolore. Per il fratello perso e per uno Stato che tratta. Paolo Borsellino si sente abbandonato, mandato allo sbaraglio da gente di Roma che nell’ombra sta negoziando la resa. Sono in molti a tremare per i suoi segreti. Sa che è già arrivato l’esplosivo anche per lui. Si getta nel vuoto il procuratore di Palermo, assassinato da un’autobomba e dal cinismo di un’Italia canaglia che l’ha visto morire senza fare nulla. Tradito e venduto. 

Il 19 luglio del 1992 salta in aria. Come Falcone. L’agenda rossa che ha sempre con sé non si troverà mai. Dicono che è stata ancora la Cupola. È sempre e solo la Cupola che ha deciso la sorte di tutti loro. Così ci hanno raccontato. Così ci hanno portato sempre lontano dalla verità. Depistando. Inventandosi falsi pentiti. Scaricando tutto addosso a Totò Riina e ai suoi corleonesi. Prima usati e poi sacrificati, sepolti per sempre nei bracci speciali. 

Trent’anni dopo, non sappiamo ancora chi ha voluto morti Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa. Vent’anni dopo, non sappiamo ancora chi ha voluto morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sappiamo solo che erano quattro italiani che facevano paura al potere.

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