Da Panorama. it. Roma, nuova capitale delle mafie”. E’ già un passo in avanti che questo Prefetto finalmente lo abbia ammesso. FINALMENTE, perché finora egli aveva definito la Capitale “la città più sicura d’Europa”. Stupefacente che questi Prefetti, fatta qualche rara eccezione come Mosca e Frattasi e qualche altro, neghino la realtà. Poi, messi alle strette dagli avvenimenti, sono costretti a fare repentinamente delle inversioni che non rafforzano di certo l’immagine di queste istituzioni. La Prefettura di Roma, che già in verità appariva da qualche tempo un organismo “sotto osservazione” per la presenza costante del sottosegretario agli interni Mantovano alle riunioni del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, non ha fatto una bella figura a sostenere in sostanza e fino ad ieri che… non c’è mafia nella Capitale, per cambiare idea in 24 ore ed ammettere il contrario. Con un governo centrale serio, un Prefetto del genere sarebbe stato rimosso in 24 ore e mandato a casa. Possibile che nessuno dei tanti parlamentari del Lazio del PD e dell’IDV che vanno menando vanto di essere contro le mafie abbia colto l’esigenza di dare un segnale forte al Paese con la richiesta di rimozione di un Prefetto della Capitale cjhe ha fatto fare allo Stato una figura così meschina? Oggi Zingaretti a Roma crea la Consulta antimafie dopo la fiaccolata al Pantheon. Bene così, ma se non si sciolgono i nodi reali, che sono l’assenza di una volontà della politica e delle istituzioni di combattere seriamente le mafie interne, le collusioni, le disfunzioni e quant’altro del genere, tutto finisce… a tarallucci e vino, dando l’impressione, peraltro, che queste cose si fanno solamente per fini meramente ed esclusivamente di propaganda politica

Per quanto già da tempo non fosse più un segreto per nessuno, fa comunque effetto leggere nero su bianco che Roma, non meno di Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Bari e praticamente tutto il Sud e le appendici settentrionali scoperte negli ultimi anni, è in mano ai clan mafiosi. Così c’è scritto nella relazione consegnata ieri dal prefetto della Capitale Giuseppe Pecoraro alla commissione antimafia presieduta da Beppe Pisanu.

Niente bombe e pistole, la mafia in versione romana è quella che uccide l’economia legale immettendo nel tessuto imprenditoriale cittadino fiumi di denaro sporco attraverso il controllo di bar, ristoranti, palestre, stabilimenti balneari, appalti e rifiuti.
Diventata “snodo essenziale di affari leciti e illeciti”, a Roma le organizzazioni criminali “acquistano, anche a prezzi fuori mercato, immobili, società e attività commerciali nelle quali impiegano capitali illecitamente acquisiti”.

E’ infatti ormai accertato che l’ndrangheta investe i suoi capitali in attività commerciali al centro di Roma, soprattutto bar, ristoranti, palestre, stabilimenti balneari utilizzati come ripulitori di soldi sporchi, ma anche nell’edilizia e nel ciclo dei rifiuti. Qualche tempo fa, per esempio, fu posto sotto sequestro il famosissimo “Cafè de Paris” di via Veneto. Gli investigatori procedettero dopo aver scoperto che era stato acquistato, attraverso prestanome, dal boss di Cosoleto, vicino Reggio Calabria, Vincenzo Alvaro che lo aveva pagato 250mila euro contro un valore effettivo di 55mila. Oltre agli Alvaro e ai Palamara, proiettati soprattutto sul settore della ristorazione, fanno affari a Roma e sul litorale i Santapaola, attivissimi nel campo dell’edilizia e del turismo.

La mafia è saldamente inserita nel tessuto imprenditoriale attraverso, spiega Pecoraro, “soggetti, magari di basso profilo criminale per gli investigatori, ma non di trascurabile spessore per le rispettive organizzazioni”. La camorra, invece, alleatasi negli ultimi tempi con i clan della mafia cinese, fa affari soprattutto con la merce contraffatta.

Come rientrano allora in questo quadro i 28 morti ammazzati dall’inizio dell’anno, il triplo di quelli napoletani? Risposta: si tratterebbe delle vittime di scontri tra bande minori in contrasto per la leadership del mercato della droga. Una sorta di effetto collaterale di una malattia molto più grave. Negli ultimi tempi, infatti, si sarebbe rotta quella sorta di “pax criminale” che faceva stare tutti tranquilli. Non ci sono capi, nessun clan ha ancora preso il sopravvento. C’è anzi un vuoto che, secondo gli esperti, incoraggerebbe una nuova generazione di criminali violenti, meno riflessivi, a servirsi della forza delle armi.

Da non trascurare è infine la piaga dell’usura che fa affari per 20 miliardi l’anno e tiene “sotto strozzo” almeno 28mila commercianti romani costretti a chiudere la propria attività, la media è questa, dopo appena tre anni e mezzo. L’ultimo inquietante caso è quello di due imprenditori romani di 58 e 38 anni sequestrati per una settimana all’interno della villetta di uno dei due all’Infernetto, quartiere di Ostia, e seviziati con lame di coltello e sigarette spente sulla pelle da una banda al soldo di uno dei più potenti usurai del litorale laziale. Un incubo iniziato il 21 settembre e terminato martedì notte quando le due vittime sono riuscite a liberarsi e a dare l’allarme. I loro aguzzini volevano la restituzione di un prestito di 50mila euro fatto al più anziano dei due uomini che non riusciva più a sostenere la rata di 5mila euro al mese pretesa dagli usurai.

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