Da “Corriere Caserta”.Gli interessi della camorra e delle mafie nel Basso Lazio.Latina “provincia di Casale”.

Non solo il clan di Sessa, ma anche i La Torre, Anna Mazza la cosiddetta “vedova nera” della camorra e, addirittura esponenti della Ndrangheta e della Mafia hanno invaso il Basso Lazio…
“Latina era provincia di Casale”. Lo ripeteva sempre e da anni Carmine Schiavone, ex cassiere del clan dei Casalesi, scomparso all’inizio di quest’anno e che, dopo aver deciso di collaborare con la giustizia, ha contribuito notevolmente alle indagini con cui sono stati assestati colpi pesantissimi alla camorra casertana. E da anni il territorio compreso tra Aprilia e il Garigliano è diventato terra di mafia, con presenze inquietanti e ingombranti, ma soprattutto grandi affari. Diversi i monitoraggi effettuati nel tempo dagli investigatori e dai rappresentanti dell’associazionismo, dati quasi mai aggiornati e sempre estremamente scarni rispetto alla realtà. 

I clan, oltre che per la vicinanza con la Campania, hanno iniziato a mettere radici in terra pontina con i soggiorni obbligati. Tempi lontani. Ormai i problemi sono ben diversi e non si può più parlare di tentativi di infiltrazione, bensì di presenze radicate e di affari ben strutturati, a cui collabora un’ampia zona grigia, che va dai professionisti ai politici. Tanto che tale particolare viene specificato anche in una recente relazione della stessa Divisione investigativa antimafia. Senza contare che non c’è indagine delle diverse Direzioni distrettuali che non finisca per portare ad arresti o sequestri in provincia, facendo emergere residenze e affari ignote ai più. Mafie interessate all’edilizia, alle strutture turistiche, ai ristoranti, alle rivendite di auto, ai rifiuti, agli appalti pubblici e in generale a riciclare denaro.

Ad Aprilia il simbolo della presenza delle mafie è rimasto Frank “Tre dita”Coppola, braccio desto di Lucky Luciano, stabilitosi in zona. Di recente, stando alle indagini compiute dalla Guardia di finanza, i veri affari li avrebbero però fatti i Gangemi, ai quali è stato sequestrato un patrimonio di 33 milioni di euro, con il narcotraffico avrebbe gestito un grande business Nino Montenero e a cercare di controllare militarmente il territorio, dal litorale romano a Cisterna, sarebbe stata l’associazione mafiosa, legata ai Casalesi, costituita da Maria Rosaria Schiavone, nipote del boss Sandokan, e il marito Pasquale Noviello, mentre sembra calato l’astro degli Alvaro.

A Latina, tra gli altri, hanno trovato casa gli Zaza di Napoli, operano nel traffico di droga i Baldascini, più volte inquadrati dagli inquirenti come referenti dei Casalesi, e a Borgo Montello si è stabilito Michele Coppola, l’uomo che sarebbe stato inviato in zona dal clan casertano, spesso tirato in ballo sul mistero, sempre rimasto tale, dei fusti tossici che, come dichiara lo stesso Carmine Schiavone, sarebbero stati seppelliti nella discarica di via Monfalcone, a due passi dalla masseria di Coppola. Notevoli poi gli affari delle famiglie nomadi Ciarelli e Di Silvio, anche se mai sono state accusate di mafia, incassando soltanto condanne per associazione a delinquere semplice, che negli anni novanta avrebbero resistito al tentativo degli stessi Casalesi di imporre loro il pizzo e si sarebbero poi specializzati nell’usura e nelle estorsioni.

Su Sabaudia poi, diversi gli investimenti dei clan e della grande criminalità, dai Nuvoletta ai Mallardo, per arrivare alla Banda della Magliana, oltre alla presenza di Salvatore Di Maio, legato ai Cava di Avellino, assolto dall’accusa di mafia, ma privato di un “tesoro” di società e immobili considerato frutto di attività criminali.

Sui Lepini diversi invece gli interessi e gli interessati al narcotraffico, un mercato che si muove sull’asse Frosinone-Latina, ma che porta poi diretto all’estero e che ha visto imporsi uomini come il narcotrafficante Pietro Canori, di Priverno.

Da Terracina in giù a puntare sul mattone sono stati soprattutto i Mallardo e a cercare di inserirsi nel tessuto economico della città di Giove sono stati i Licciardi.

A Fondi le mafie si erano inserite negli appalti comunali con i Tripodo, nei servizi funebri con Aldo Trani e al Mof sempre con i Tripodo e poi con i Casalesi, legati in un’inedita alleanza a Cosa Nostra, per monopolizzare i trasporti di ortofrutta, coinvolgendo persino il fratello di Totò Riina. Radicati inoltre soggetti legati alla cosca calabrese Bellocco-Pesce e ai Rinzivillo, famiglia di Gela.

A Formia, però, si registra il maggior “affollamento” di famiglie legate ai clan. Si tratta della città dove, esplosa la guerra interna ai Casalesi, si rifugiarono i Bardellino, dove i fratelli Dell’Aquila avrebbero portato avanti gli affari dei Mallardo, dove molti sono legati agli Iovine e agli Schiavone, dove hanno messo radici i Del Vecchio, Anna Mazza, la cosiddetta vedova nera della camorra, Katia Bidognetti, primogenita del boss Francesco Cicciotto ‘e mezzanotte, i Roberti, i Vastarella e i Giuliano, quest’ultimi uniti da legami familiari tra loro e con gli Esposito.

E, per concludere, nel sud pontino presenti anche gli esponenti dei “Muzzoni” di Sessa Aurunca, i mondragonesi La Torre, gli Alfieri e i Nuvoletta.

Cosa Nostra, camorra e ‘ndrangheta tutti uniti nel tentativo di fare affari in provincia di Latina e tutti d’accordo nel fare meno rumore possibile, quello che attira l’attenzione della magistratura e rovina il business.

LE MAFIE PONTINE. –  Sono tante le province in cui si sono stabilite famiglie mafiose o dove i clan si sono insinuati nel tessuto economico. Numerose anche quelle dove sono stati sequestrati decine di patrimoni sospetti. A Latina sicuramente il fenomeno è più vasto che in altre realtà, ma in tema di criminalità organizzata a rendere tanto particolare quanto difficile il contesto sono le associazioni mafiose nate è cresciute direttamente sul territorio. Non più semplici propaggini di Cosa Nostra, camorra e ‘ndrangheta fuori dalle regioni d’origine, ma mafie tutte pontine. 

La prima sentenza per mafia nel Lazio è stata quella emessa nel 2009 dal Tribunale di Latina al termine del processo Anni ’90, ormai definitiva, stabilendo che a Castelforte era stata costituita un’associazione per delinquere di stampo mafioso, legata ai Casalesi ma dotata di una sua indipendenza, con l’imprenditore Orlandino Riccardi come mente ed Ettore Mendico come braccio. Quello il gruppo responsabile di una lunghissima serie di estorsioni e attentati che colpirono la provincia, da Latina a Minturno. Un clan particolarmente vicino al boss casertano Michele Zagaria, che nello stesso processo è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Giovanni Santonicola, ucciso a Spigno Saturnia per vendicare gli omicidi di Alberto Beneduce e Armando Miraglia, caduti sotto i colpi del clan La Torre di Mondragone.

Sempre il Tribunale di Latina ha poi emesso la sentenza, ormai definitiva, per mafia a Fondi, stabilendo che i fratelli Carmelo e Venanzio Tripodo, figli del capobastone don Mico, erano riusciti a infiltrarsi negli appalti comunali e a dettare legge al Mof, oltre che, con Aldo Trani, a inquinare il settore delle pompe funebri. Uno spaccato ricostruito nel corso del processo denominato “Damasco 2”, in parte alla base anche della commissione d’accesso inviata dal prefetto Bruno Frattasi a Fondi, nel 2009, e della richiesta, fatta per ben due volte, dall’allora ministro Roberto Maroni di sciogliere il consiglio comunale per mafia, provvedimento schivato dagli amministratori rassegnando anticipatamente le dimissioni.

Condanne per mafia, confermate anche in appello, infine nel processo “Sfinge”, relativo agli affari nel nord pontino e sul litorale romano compiuti da Maria Rosaria Schiavone e dal marito Pasquale Noviello, costituendo un’associazione mafiosa legata ai Casalesi e intenzionata a controllare attività economiche della zona, tanto da arrivare a compiere nel 2008 un attentato a colpi di kalashnikov sull’Appia. Dopo arriveranno i processi “Appia” a Velletri e quello ai Fasciani e ai Triassi a Roma.

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