Da CasertaCE. Chi muove e lava i milioni dei clan? Chi garantisce i tesori della camorra ? Nelle indagini contro la camorra non figura l’alta finanza!

MAFIE & (TANTI) QUATTRINI. Nelle indagini anti-camorra non compare l’alta finanza (che sta emergendo con COSA NOSTRA). MA CHI GARANTISCE IL TESORETTO DEI BOSS? Chi muove e lava i MILIONI DEL CLAN?

La camorra si è inserita in affari enormi: infrastrutture, commercio alimentare, gioco d’azzardo, droga, rifiuti. Parte di questo denaro…

 

Nella foto Schiavone, Bidognetti, Messina Denaro, Zagaria e Iovine

Nella foto Schiavone, Bidognetti, Messina Denaro, Zagaria e Iovine


L’indignazione perbenista (soprattutto quella social) spesso colpisce chi non ha idea di quanto accaduto nei secoli passati, ma di imprenditori che versano quattrini nelle casse di potenti è piena la storia. Cambiano le modalità, la carature dei personaggi, i ruoli, gli estremi della legalità, eppure la sceneggiatura (in sostanza) è sempre la stessa: ci sono uomini  che maneggiano denaro, tanto denaro, per professione, e lo mettono a disposizione del potente che ne fa richiesta: lo fanno per connivenza, sudditanza, timore, perché parte della loro ricchezza è dovuta proprio all’inestricabile legame col notabile di turno.

600 anni fa c’era Francesco Coppola (1420-1487), imprenditore napoletano, il quale, insieme al banco Strozzi, all’occorrenza rimpinguava le tasche di re Ferrante.

Coppola, Strozzi e Ferrante (imprenditoria, alta finanza e potere politico) avevano creato un giro d’affari  imponente, un business che si estendeva dalla riscossione dei dazi alla produzione industriale di lana.

Nella stessa regione, in Campania, 6 secoli dopo, dai racconti di pentiti illustri emerge il medesimo disegno medievale, logicamente traslato in un ambiente diverso, moderno, caratterizzato da un illecito grigio, confuso: ci sono ancora imprenditori che rintuzzano casse e forzieri, ma non sono più quelli della corona aragonese: i depositi che nutrono sono quelli del Clan.

Dimenticate il vecchio rapporto tra camorra ed impresa nato sotto i vessilli dell’estorsioni. Cancellate la logica binaria che posizionava un lato il camorrista-carnefice e dall’altro il businessman-preda. Tra impresa e mafie, ora, c’è co-produzione: collaborano, sono diventati una holding affiatata, anzi, spesso è proprio l’uomo d’affari che cerca l’appoggio del Clan per aver vita facile in cambio della spartizione dei proventi.

Provo a spiegarmi con un esempio, raccontando il rapporto che ho avuto con l’imprenditore Giovanni Malinconico, con il quale posso dire di aver avuto una vera e propria società. Poiché aveva in corso un cantiere per una grande opera e aveva bisogno di protezione, chiese di parlare con me. Siamo intorno all’anno 2000. Lui mi diede 250 milioni di lire in varie rate, e da allora abbiamo avuto un rapporto stabile, e in occasione di tutti i lavori che ha avuto mi ha sempre dato ingenti somme di denaro sotto forma di percentuale del 5 per cento. […] Malinconico otteneva in cambio degli importanti servizi: la tranquillità di poter svolgere liberamente la sua attività senza che nessuno potesse interferire chiedendo dei soldi, bloccando cantieri, chiedendo l’assunzione di persone, chiedendo di preferire alcune imprese per le forniture, ad esempio, di calcestruzzo, chiedendo di favorire alcune imprese per i subappalti e così via. Si trattava di una sorta di pacchetto completo che comprendeva anche il fatto che lui si rapportava esclusivamente con me, e poi provvedevo io, di volta in volta, a regolare i conti con chi territorialmente aveva diritto a una quota”

Non sono parole di uno qualsiasi: sono dichiarazioni del collaboratore di giustizia  Antonio Iovine, rese ai pm antimafia Ardituro e Sirignano.

O’ Ninno, stando alle sue parole,  ha sostanzialmente affidato a Malinconio  il posto quattrocentesco occupato Coppola, riservando a se tesso, invece, i panni del re Ferrante, non più sovrano legale, ma  sovrano dell’anti-Stato (ora trasmigrato tra i redenti).

Iovine sta cantando da maggio 2014: presumibilmente tutti i suoi affari balzeranno fuori gradualmente, con costanza. Quella raccontata dall’ex boss di S.Cipriano è una logica, però, che vale anche per le altre fazione confederate del Clan.

Agli occhi di chi indaga, la differenza, per gli altri gruppi, la fa solamente l’assenza di un vertice che canta: ed è per tale mancanza che per Zagaria, Schiavone e Bidognetti  l’antimafia è (è stata) costretta ad intavolare altre strategie per smascherare le vie del denaro.

Con Zagaria (il gruppo che maggiormente ha fatto dell’imprenditoria il vessillo dei suoi introiti illeciti), però, la Dda sta comunque  incassando con regolarità i frutti delle loro inchieste (del resto, lì, seppur non c’è il capo che racconta, i pentimenti di Caterino e Pellegrino sono stati ugualmente incisivi): Medea 1 e Medea 2 stanno rivelando i nuovi Coppola  del mondo Zagaria.

Nel trittico medievale descritto sopra, però, oltre all’imprenditore e al potente c’era anche una o più banche (spesso tra loro connesse), cioè un gruppo di personalità autorevoli che rappresentava l’alta finanza. Nelle recenti inchieste dell’antimafia partenopea, però, questa funzione, almeno finora, non è stata individuata (neppure compare nei racconti noti di Iovine o di altri pentiti).

La camorra muove milioni e milioni di euro. Si è inserita in affari enormi:  infrastrutture, commercio alimentare, gioco d’azzardo, droga, rifiuti. Parte di questo denaro va a sostentare famiglie di detenuti, affiliati, approvvigionamento di armi e corruttele varie. Quello che avanza (assolutamente non spiccioli) che fine fa? Chi è che pulisce questo denaro? E non ci riferiamo al negozietto o al commercio di breve tratta. Chi lava i milioni del Clan? Chi garantisce il tesoretto dei boss? L’alta finanza, quella che siede nei posti che contano, insomma, i moderni Strozzi, non c’entrano niente? Non ci sono?

Quel trittico medievale, assente nelle recenti operazioni anti-camorra, invece, si sta materializzando nelle recenti inchieste dell’antimafia siciliana, da anni impegnata nella caccia a  Matteo Messina Denaro, capo di Caso Nostra. La giornalista de Il Fatto Quotidiano ha spiegato tutto in un corposo articolo pubblicato sul sito diretto da Gomez (POTRETE LEGGERLO CLICCANDO QUI).

Alla corona d’Aragona, oltre al Regno di Napoli, apparteneva anche quello che fu il Regno di Trinacria (Sicilia inclusa). Sicuro che il mondo dell’alta finanza non si sia mai intrecciato con quello della Camorra campana?

Giuseppe Tallino

PUBBLICATO IL: 9 ottobre 2015

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